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Vietnam: da soldato nelle carceri ho incontrato Dio e la Madonna

Durante gli anni di prigionia ha incontrato il cristianesimo e ha deciso di convertirsi, facendosi battezzare; in seguito ha saputo trasformare la catena che lo teneva imprigionato, formata da 90 anelli, in un Rosario che recitava fino a cinque volte al giorno. Solo la fede gli ha permesso di affrontare e superare quasi 40 anni di permanenza nelle carceri vietnamite, il fisico segnato dalla sordità, dalla quasi totale cecità, dalle sofferenze, ma con uno spirito ancora capace di ringraziare per il dono della fede ricevuto. E persino di perdonare i suoi carcerieri: “L’amore di Dio e della Vergine Maria mi ha cambiato. Non odio più i miei ‘fratelli e sorelle’ (del regime comunista)”.  È la storia del 68enne J.B Nguyễn Hữu Cầu (è nato nel 1945), poeta, musicista, compositore e capitano dell’esercito della Repubblica del Sud del Vietnam prima della riunificazione del 1975; egli è uno dei detenuti politici che ha trascorso più tempo nelle carceri del Paese asiatico, a partire dalla presa del potere da parte dei comunisti del Nord. Arrestato alla fine della guerra, egli ha trascorso sei anni in un campo di rieducazione attraverso il lavoro; nel 1982 viene quindi imprigionato, a causa della sua attività di poeta e compositore a tratti critico del regime comunista.  Nel 1983 viene condannato a morte, in un processo intentato nei sui confronti per aver denunciato la corruzione diffusa fra gli alti gradi dell’esercito di Hanoi e per i crimini commessi dai soldati nei confronti del popolo. In seguito viene inoltre incriminato per sabotaggio e per aver danneggiato “l’immagine del regime”. Egli si è sempre dichiarato “non colpevole”; le autorità hanno quindi commutato la pena capitale in carcere a vita.

Per anni ha vissuto in isolamento, al confino, in un campo di prigionia immerso nella foresta. Gli anni di carcere lo hanno segnato nel profondo, lasciandolo quasi incapace di ascoltare, cieco dall’occhio sinistro e con forti problemi di vista a quello destro. Il 22 marzo 2014, dopo quasi 39 anni, egli ha potuto riacquistare la piena libertà, in seguito all’amnistia concessa dal presidente vietnamita Truong Tan Sang; un atto di carità per le condizioni di salute più che una riabilitazione politica, come conferma il figlio, per le gravi malattie di cui il padre soffre da tempo.   Nei giorni scorsi egli ha voluto raccontare la propria esperienza in carcere al giornale Catholic News, affrontando con particolare passione il tema della fede e della conversione al cristianesimo durante la prigionia. “Il rito del battesimo, avvenuto in carcere, risale alla Pasqua del 1986, ormai 26 anni fa, dalle mani di p. Jospeh Nguyen, un gesuita”. Il religioso gli ha insegnato i fondamenti del cristianesimo, le preghiere e il catechismo. Ogni giorno ha recitato sette Rosari e cinque volte la Via Crucis.

A quanti lo avvicinavano in prigione, egli era solito ripetere di essere “legato da una lunga catena di 90 anelli. Ho fatto sì che la catena diventasse il mio personalissimo Rosario, con 50 anelli. Questo è mio primo Rosario… forse il ‘più duro’ al mondo”. Un compagno di cella, fratello Paul, gli ha regalato una piccola croce fatta con noci di cocco, e “ho anche composto un canto dedicato alla Santa Croce: La Santa Croce viene a me, dagli abissi più profondi del mondo […] che mi ha sostenuto in questa prigione terrena”. E aggiunge: “Ho sempre creduto nell’amore di Dio”.  Libero dai vincoli e dalle catene delle prigioni comuniste, il poeta e dissidente vietnamita confessa che “l’amore di Dio e della Madonna mi hanno cambiato. Non provo più rancore per i miei ‘fratelli e sorelle’ (del regime). Abbiamo tutti le medesime radici. Discendiamo tutti da re Hùng Vương. Per questo dobbiamo amarci l’un l’altro. E una volta di più credo nella Trinità e nella Vergine Maria. Che mi ha aiutato a superare le insidie del destino e mi ha impedito di farla finita uccidendomi durante gli anni in carcere”. a cura della Redazione Papaboys *

* La fonte dell’articolo è tratta da: asianews

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