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Nuovi commissari per i Francescani dell’Immacolata

Nuovi commissari per i Francescani dell'ImmacolataNominati don Ardito, padre Ghirlanda e padre Calloni. Parenti e collaboratori di padre Fidenzio Volpi, il primo commissario recentemente scomparso, scrivono una lettera ai nuovi responsabili: «È stato calunniato, minacciato e osteggiato perché difendeva il magistero. Nell’Istituto c’è un dissenso dottrinale sulla concezione della messa».

Dopo la morte del cappuccino Fidenzio Volpi, avvenuta lo scorso 7 giugno, la Santa Sede ha nominato tre nuovi commissari per i Francescani dell’Immacolata, l’istituto fondato da padre Stefano Manelli. Sono il salesiano don Sabino Ardito, il gesuita padre Gianfranco Ghirlanda e il cappuccino padre Carlo Calloni. I primi due sono canonisti, il terzo è postulatore generale del suo ordine.

La decisione di commissariare i Francescani dell’Immacolata era stata presa già alla fine del pontificato di Benedetto XVI, anche se l’atto formale da parte della Congregazione per i religiosi era arrivata quando già si era insediato Papa Francesco: la Santa Sede era stata chiamata in causa per dissidi interni all’istituto, dove una parte dei frati non approvava il cambiamento in senso tradizionalista e l’uso esclusivo del messale antico.

La vicenda torna alla ribalta in questi giorni a motivo di una lettera che i parenti e i collaboratori di padre Volpi (la nipote Loredana Volpi, Mario Pianesi e Mario Castellano) hanno inviato ai tre nuovi commissari. Ricordando le sofferenze di padre Volpi, i tre firmatari scrivono che egli «non ha purtroppo trovato in questa vita un Cireneo che lo aiutasse a portare la sua croce. Ciò ha contribuito alla sua solitudine, dolorosa e sofferta al punto di concorrere a causarne l’improvvisa e prematura dipartita».

Parlando della figura dello scomparso commissario apostolico, i firmatari della missiva ai suoi successori affermano che «è comunque improprio dire che egli non è stato capito», e che l’ostilità nei suoi confronti «risultava tanto più accanita quanto più fermo e deciso si dimostrava padre Volpi nel difendere, al punto di impersonarle, le grandi verità della nostra fede, riflesse nel magistero della Chiesa, espresso dai Sommi Pontefici e dai Concili».

Secondo i parenti e i collaboratori di padre Volpi, lo «scontro» tra il commissario e i i suoi «detrattori» all’interno dei Francescani dell’Immacolata come all’esterno, «risultava inevitabile», perché «esso traeva origine dal motivo stesso per cui la Santa Sede era stata indotta a nominare un commissario apostolico dell’Istituto».

«Lo stesso Santo Padre – si legge ancora nella missiva – nel rescritto con cui ha accompagnato il decreto di nomina di Padre Volpi, ha fatto riferimento non tanto alla forma della celebrazione, quanto piuttosto alla stessa concezione della messa, del Sacramento dell’Eucarestia posto a fondamento della nostra fede. Ed è precisamente il dissenso sulla concezione della messa, sul fatto cioè che essa debba coincidere o meno “ad substantiam” con la forma in cui viene celebrata, che ha causato le attuali divisioni nella Chiesa: tanto quella già pienamente consumata con i tradizionalisti non più in comunione con la Santa Sede, quanto quella che si è manifestata in modo strisciante, in particolare nell’Istituto cui padre Volpi era preposto».

«Quando si giunge a mettere in discussione la stessa validità della messa quale viene usualmente celebrata nella Chiesa cattolica, si mette con ciò stesso in discussione il fatto stesso che essa sia la vera Chiesa, l’autentica comunità dei credenti in Gesù Cristo». Dunque, dalla lettera inviata ai nuovi commissari, si evince che nei Francescani dell’Immacolata non ci sarebbe stata soltanto una sempre maggiore adesione alla forma extra-ordinaria del Rito romano, vale a dire la messa secondo il messale preconciliare. Si sarebbe messa anche in discussione la validità della messa nella forma scaturita dalla riforma liturgica post-conciliare.

I tre firmatari sottolineano che le divergenze erano dunque sul piano dottrinale, e non sul piano meramente giuridico. «Spostando la controversia sul terreno giuridico – scrivono parenti e collaboratori di padre Volpi – si è fatto, sia pure inconsapevolmente, il gioco della controparte, che aveva tutto l’interesse a nascondere – ampliando a dismisura per l’appunto il contenzioso giuridico – la propria eresia dottrinale… Non difendendo adeguatamente la persona e l’opera del commissario apostolico, nel nome della “terzietà” e della “imparzialità” proprie di chi doveva dirimere il contenzioso con i suoi detrattori, si è dunque finito per omettere la doverosa difesa precisamente del Magistero ecclesiale».

La nipote e i collaboratori del commissario scomparso il mese scorso ritengono che per completare il lavoro di padre Volpi sia necessario «il concorso di tre soggetti». La Congregazione per i religiosi, che «non dovrebbe limitarsi a valutare l’azione di governo cui si accingono i nuovi commissari apostolici soltanto in base alla sua formale aderenza alle norme del Diritto canonico, bensì in base alla adesione sostanziale dell’Istituto al Magistero del Papa e del Concilio».

Il secondo soggetto sono i vescovi, che talvolta, scrivono i tre firmatari, hanno «preteso di sostituirsi alla Santa Sede, dando torto a Padre Volpi nel contenzioso giuridico che lo opponeva a certi religiosi dell’Istituto» e in qualche altro caso stanno «ancora incoraggiando la disobbedienza, in forma collettiva ed organizzata, di parte dei componenti dell’Istituto». Il terzo soggetto «è rappresentato dal laicato dell’Istituto. Da parte di esso non si è mai espressa una parola di solidarietà, di sostegno o di apprezzamento verso la persona e l’opera di padre Volpi».

Di Andrea Tornielli per Vatican Insider (La Stampa)

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