Gesù questa notte vuole parlare con Te. E vorrebbe portare la pace nel Tuo cuore!

1. Senza di me non potete fare nulla Per comprendere quanto sia fondamentale, per lo sviluppo della vita cristiana, sforzarsi di acquisire e conservare la pace del cuore, la prima cosa di cui dobbiamo essere ben convinti è che tutto il bene che possiamo fare viene da Dio e da lui solo. « Senza di me non potete fare nulla », ha detto Gesù (Gv 15,5).
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Non ha detto: « Non potete fare grandi cose », ma « Non potete fare nulla ». E per noi essenziale esse¬re persuasi di questa verità. Avremo spesso bisogno di in¬successi, umiliazioni e prove — permesse da Dio — perché detta verità possa non solo essere colta dalla nostra intelligenza, ma divenire esperienza per tutto il nostro essere. Dio, se potesse, ci risparmierebbe tutte queste prove, ma esse so¬no necessarie per farci scoprire la nostra innata impossibili¬tà a fare del bene da soli. Secondo la testimonianza di tutti i santi, è indispensabile acquisire la conoscenza dei nostri li¬miti, perché è il terreno adatto nel quale potranno fiorire tutte le grandi cose che il Signore farà in noi con la potenza della sua grazia.
E per questo che santa Teresa di Gesù Bambino diceva che la più grande cosa che il Signore aveva fatto nella sua ani¬ma era l’averle mostrato la sua piccolezza e la sua impotenza. Se analizziamo seriamente la parola del Vangelo di Giovanni, sopra citata, comprendiamo allora che il problema fondamentale della nostra vita spirituale diventa questo: Come lasciare agire in noi Gesù? Come permettere alla grazia di Dio di operare liberamente nella nostra vita? Non dobbiamo dunque tanto imporci di fare determina¬te cose secondo i nostri progetti e le nostre capacità, bensì dobbiamo cercare di scoprire quali siano le disposizioni del¬la nostra anima che permettono a Dio di agire in noi. Solo in questo modo potremo portare un frutto duraturo, un frutto che rimanga (Gv 15,16).
Alla domanda: « Cosa fare per lasciar agire liberamente la grazia di Dio nella nostra vita? », non esiste una risposta univoca, una ricetta che vada bene per tutti. Per rispondere in modo completo, bisognerebbe scrivere un trattato di vita spirituale in cui si parli della preghiera, dei sacramenti, della purificazione del cuore, della docilità allo Spirito santo e di tutti i modi attraverso i quali la grazia di Dio viene a inondarci. Non intendiamo farlo, vogliamo semplicemente trattare un aspetto della vita spirituale, oggi troppo dimentica¬to. Si tratta di questa verità essenziale: per permettere alla grazia di Dio di agire e produrre in noi — con la nostra cooperazione — tutte queste « opere buone che il Signore ha predisposto perché noi le praticassimo » (Ef 2,10), è estremamente importante che ci sforziamo di acquisire e conservare la pace interiore, la pace del cuore. Per una migliore comprensione, useremo un’immagine (da non prendere troppo alla lettera, come tutti i paragoni). Consideriamo la superficie di un lago sulla quale brilli il sole: se questa sarà calma e tranquilla il sole vi si potrà riflettere quasi perfettamente e tanto più perfettamente quanto più il lago sarà calmo. In caso contrario, l’immagine del sole non vi si potrebbe riflettere. Accade un po’ la stessa cosa alla nostra anima, nei con¬fronti di Dio: più questa è calma, più Dio vi si riflette, la sua immagine s’imprime in noi, la sua grazia agisce attraverso noi. Se invece la nostra anima è agitata e turbata, l’azione della grazia diventa molto più difficoltosa. Tutto il bene che possiamo fare è un riflesso di questo sommo Bene che è Dio. Più la nostra anima è nella calma e nell’abbandono, più que¬sto Bene si comunica a noi e, attraverso noi, agli altri. « II Signore darà forza al suo popolo, il Signore benedirà il suo popolo nella pace », dice la Scrittura (Sai 29,11).
Il nostro Dio è il Dio della pace. Non parla e non opera che nella pace, non nel turbamento e nell’agitazione. Ram¬mentiamo l’esperienza del profeta Elia sul monte Oreb: Dio non era nell’uragano, né nel terremoto, né nel fuoco, ma nel mormorio di un vento leggero (IRe cap. 19).

Spesso ci agitiamo, ci inquietiamo nel tentativo di voler risolvere tutto da soli, mentre sarebbe molto più efficace re¬stare calmi, sotto lo sguardo di Dio, lasciandolo agire ed operare in noi con la sua saggezza e la sua potenza, infinitamente superiori alle nostre. « Poiché così dice il Signore Dio, il Santo d’Israele: Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza. Ma voi non avete voluto » (Is 30,15). Il nostro non vuole essere, ben inteso, un invito alla pigrizia e all’inerzia; ma un’esortazione a non agire mossi da uno spirito d’inquietudine e di fretta eccessiva, bensì sotto l’impulso mite e pacifico dello Spirito di Dio. San Vincenzo de’ Paoli, la persona meno sospettabile di pigrizia, diceva: « II bene che Dio opera si fa da sé, quasi senza che uno se ne accorga. Bisogna essere più passivi che attivi; e così Dio solo farà per mezzo di voi ciò che tutti gli uomini insieme non potrebbero fare senza di lui ».

2. Pace interiore e fecondità apostolica

Questa ricerca della pace interiore potrebbe sembrare ad alcuni molto egoistica: perché porsi questo come obiettivo principale, mentre nel mondo vi sono tanta sofferenza e tanta miseria? A tale osservazione dobbiamo anzitutto rispondere che . pace in questione è quella del Vangelo. Essa non ha nulla che vedere con una sorta d’impassibilità, di morte della sensibilità, di fredda indifferenza chiusa in se stessa, come potrebbero suggerirci certi atteggiamenti dello yoga o alcune statuine di Budda. Al contrario, come vedremo in seguito, . pace di cui parliamo è l’indispensabile corollario dell’amo-:, di una vera apertura alle sofferenze del prossimo e di un’autentica compassione. Poiché solo questa pace del cuore ci li-era da noi stessi, aumenta la nostra sensibilità verso l’altro ci rende disponibili al prossimo. In aggiunta diremo che solo l’uomo che gode di questa pace interiore può aiutare in modo efficace un fratello. Co¬te, infatti, donare la pace ad altri se non la si possiede? Come potrà esserci pace nelle famiglie, nella società, tra le persone, se prima di tutto non regna la pace nei cuori?

« Conquista la pace interiore e una moltitudine troverà la salvezza presso di te », diceva san Serafino di Sarov, un gran-e santo russo del settecento. Per acquisire questa pace interiore, egli si è sforzato di vivere nella preghiera incessante. Dopo sedici anni di vita monastica e sedici di vita eremi¬ca, rimase altri sedici anni recluso in una cella. Egli ha cominciato a irradiare in modo visibile quanto s’era operato ella sua anima, solo dopo quarantotto anni di vita contemplativa. Ma con quali frutti! Migliaia di pellegrini andavano a lui e ripartivano confortati, liberati da dubbi e inquietudini, illuminati sulla loro vocazione, guariti nel corpo e nell’anima. L’esortazione di san Serafino non fa che testimoniare la sua esperienza personale, identica a quella di tanti altri santi. L’acquisizione e il mantenimento della pace interiore, impossibili senza la preghiera, dovrebbero essere considerati una priorità, soprattutto per chi ha la pretesa di voler fare del bene al prossimo. In caso contrario, spesso comunicheremmo a chi è nella difficoltà solo le nostre inquietudini.

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3. Pace e lotta spirituale
E necessario soffermarci su un’altra verità, non meno importante: la vita cristiana è una lotta, una guerra senza tregua. San Paolo ci invita, nella lettera degli Efesini, a rivestire l’armatura di Dio per lottare « non contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti » (Ef 6,10-17). Egli descrive dettagliatamente tutti i pezzi di quella armatura che dobbiamo indossare. Ogni cristiano dev’essere ben convinto che la sua vita spi¬rituale non può in alcun caso ridursi a uno scorrere tranquillo di giorni senza storia, ma deve essere il luogo di una lotta costante (contro il male, le tentazioni, lo scoraggiamento), a volte dolorosa, che terminerà solo alla morte. Quest’inevitabile lotta è da interpretare come una realtà estremamente positiva. Poiché « non c’è pace senza guerra » (Santa Caterina da Siena), senza lotta non c’è vittoria. Proprio questo conflitto è il luogo della nostra purificazione e della nostra crescita spirituale, in tal modo impariamo a conoscere noi stessi nella nostra debolezza e Dio nella sua infinita misericordia. È, in definitiva, il modo scelto da Dio per la nostra trasfigurazione e la nostra glorificazione.

Ma la lotta spirituale del cristiano, pur essendo talvolta dura, non è mai la guerra disperata di chi si batte in solitudine, alla cieca, senza nessuna certezza circa l’esito dello scontro. È la lotta di chi combatte con l’assoluta certezza che la vittoria è già assicurata, perché il Signore è risorto: « Non piangere più; ecco, ha vinto il Leone della tribù di Giuda » (Ap 5,1). Così, non combattiamo da soli con le nostre forze, ma con il Signore che ci dice: « Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza » (2 Cor 12,9) e la nostra arma principale non è la naturale fermezza del carattere o l’abilità umana, ma la fede, questa totale adesione a Cristo che ci permette, anche nei momenti peggiori, di abbandonarci con fiducia cieca a colui che non abbandonerà. « Tutto posso in colui che mi da la forza » il 4,13). Ed ancora: « II Signore è mia luce e mia salvezza, chi avrò paura? » (Sai 27). Il cristiano dunque lotta con energia, chiamato com’è a resistere « fino al sangue nella lotta contro il peccato » (Eb 1,4). Lo fa però con cuore tranquillo e la sua lotta è tanto più efficace quanto più il suo cuore dimora nella pace. Perché è proprio questa pace interiore che gli permette di lottare non con le proprie forze — che verrebbero meno —, ma con quelle di Dio.

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La pace: scopo frequente della lotta spirituale

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Abbiamo appena detto che il credente in tutte le sue battaglie, qualunque ne sia la violenza, si sforzerà di custodire pace del cuore per lasciar combattere in lui il Dio delle schiere. Ebbene, bisogna che egli sappia quanto segue: la pace interiore non è solamente una condizione della lotta spirituale, essa ne è — molto spesso — il fine. E molto frequente che la lotta spirituale consista esattamente in questo: difende la pace interiore dal nemico che si sforza di rapircela. In effetti, una delle abituali strategie messe in atto dal demonio per allontanare un’anima da Dio e ritardarne il pro¬esso spirituale, è tentare di farle perdere la pace interiore, eco cosa dice in merito Lorenzo Scupoli, uno dei più grandi maestri spirituali del sedicesimo secolo, molto stimato da .n Francesco di Sales: « II demonio si sforza con tutto se esso di bandire la pace dal nostro cuore, perché sa che Dio mora nella pace ed è nella pace che opera grandi cose ». Sarà molto utile rammentarlo perché spesso, nello svolgimento quotidiano della nostra vita cristiana, accade che sbagliamo combattimento — se così si può dire —, che mal orientiamo i nostri sforzi. Combattiamo su un terreno dove il diavolo ci trascina sottilmente e sul quale può vincerci, invece di combattere sul vero campo di battaglia dove, con la grazia di Dio, siamo sempre sicuri di vincere. Questo è uno dei grandi segreti della lotta spirituale: non sbagliare combatti¬mento, saper discernere, malgrado le astuzie dell’avversario, contro cosa dobbiamo realmente lottare e dove dirigere i no¬stri sforzi.
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E errata la convinzione che, per riportare la vittoria nella lotta spirituale, occorra vincere tutti i nostri difetti, non soccombere mai alla tentazione, non avere più debolezze e mancanze. Su questo terreno saremo immancabilmente scon¬fitti! Perché, chi di noi può avere la pretesa di non cadere mai? Non è certo questo che Dio esige, « poiché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere » (Sai 103). Al contrario, la vera lotta spirituale, più che nel perseguire una invincibilità ed una infallibilità assolutamente fuori dal¬la nostra portata, consiste principalmente nell’imparare a non turbarci eccessivamente quando ci capita di essere miseri e a saper approfittare delle nostre cadute per rialzarci più in alto. Cosa sempre possibile, a condizione di non perderci d’animo e di conservare la calma.
Si potrebbe dunque a ragione enunciare questo principio: il primo obiettivo della lotta spirituale, verso cui devo¬no tendere i nostri sforzi, non è ottenere sempre la vittoria (sulle nostre tentazioni, sulle nostre debolezze, ecc.), è piut¬tosto imparare a custodire il proprio cuore nella pace in tutte le circostanze, anche in caso di sconfitta. Solo così facendo po¬tremo raggiungere l’altro scopo che è l’eliminazione progressiva delle nostre imperfezioni.

Dobbiamo mirare a questa vittoria completa sui nostri difetti e desiderarla, ma essere ben consapevoli che non ba¬stano le nostre proprie forze, e non pretendere di ottenerla immediatamente. E unicamente la grazia di Dio che ci darà la vittoria e la sua azione sarà tanto più potente e rapida, se sapremo mantenere l’anima nostra in pace ed abbandonarci con fiducia nelle mani del Padre.

….(continua) domani sera pubblicheremo la seconda parte di questo approfondimento

di  Padre Jacques Philippe 

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