Home News Corpus et Salus Ebola. Oms: peggiore epidemia degli ultimi 40 anni

Ebola. Oms: peggiore epidemia degli ultimi 40 anni

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ebolaL’epidemia di Ebola in corso in Africa Occidentale è considerata dall’Organizzazione mondiale della sanità come la peggiore degli ultimi 40 anni. Mille morti, cinque i Paesi coinvolti: Guinea Conakry, Liberia, Sierra Leone e Nigeria. I numeri hanno indotto l’Oms a parlare di emergenza internazionale ma, fonti ufficiali, riferiscono che è estremamente basso il contagio in Europa. Lunedì prossimo, l’organizzazione si riunirà nuovamente per decidere sui farmaci sperimentali. Perchè è così forte l’allarme dell’Oms? Benedetta Capelli, della Radio Vaticana, lo ha chiesto a Giovanni Putoto, medico della ong “Medici con l’Africa Cuamm”, raggiunto telefonicamente in Sierra Leone:

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R. – Il primo motivo è che questa epidemia sta interessando una regione dell’Africa dove non c’è storia di Ebola. Il secondo è che sta durando da troppo tempo, da più mesi. Generalmente, queste epidemie sono come una fiammata e nell’arco di qualche mese tendono a ridursi fino a spegnersi. Il terzo motivo è che ci sono casi di Ebola in contesti urbani, nelle capitali.

D. – Lei è arrivato lunedì a Freetown: che città ha trovato?
R. – Sono arrivato in una capitale deserta. Non c’erano persone lungo le strade, tutti gli uffici, i negozi erano chiusi, i mercati vuoti… Le uniche attività presenti erano quelle sanitarie lungo le strade, controllate dalla polizia con dei posti blocco. Diciamo che questa ulteriore misura precauzionale oltre che ridurre i contatti, allo stesso tempo fa riflettere la popolazione su quanto sta accadendo. La popolazione ha paura e quindi sta a casa e quando è ammalata non si reca presso strutture sanitarie. Le donne non partoriscono negli ospedali, i bambini non vengono portati alle unità statiche e mobili dedicate alle vaccinazioni. Questa è quindi un’implicazione grave dell’epidemia Ebola: il sistema sanitario, i servizi essenziali che si forniscono alla popolazione sono compromessi.

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D. – Lei rimarrà nel Paese fino a quando questo virus non sarà debellato…
R. – Il Cuamm ha iniziato qui le sue attività nel 2012 nel distretto di Pujehun. Questo Paese ha un’altissima mortalità materna. Rimarrò finché sarà necessario per organizzare al meglio il nostro team di medici, infermieri e personale di supporto e per continuare a dare assistenza alle autorità sanitarie locali per gli interventi di salute pubblica sulla comunità e per assistere direttamente i casi sospetti, conclamati e certificati di Ebola.

D. – Dall’Ebola si può guarire, comunque…
R. – L’Ebola è una malattia molto temibile e terribile quando arriva, ma non è una malattia che non si può superare. I pazienti, se ben assisti, riescono a sopravvivere alla fase acuta, guariscono e tornano a casa, ma molto dipende dalla capacità che c’è sul posto di fornire un’assistenza che deve essere molto attenta, competente e che deve, naturalmente, essere dotata di molti mezzi di protezione legata poi al comportamento degli operatori sanitari.

D. – Ma ci sono stati segni di speranza?
R. – I segni di speranza sono quei pazienti che riescono a superare la fase critica, sopravvivono, si rialzano in piedi, escono dalla tenda che è considerata l’anticamera della morte. Ho impresso nella mia memoria, l’immagine di queste due donne, ancora giovani, affaticate, che però ci hanno salutato con la mano e gli abbiamo risposto: “Bellissimo! Andate avanti così! Vi aspettiamo”.

D. – Si parla molto di questi trattamenti sperimentali: lunedì ci sarà una riunione dell’Oms per decidere in merito…
R. – Queste terapie per ora sono sperimentali: sono condotte nei Paesi più ricchi – non lo dico polemicamente, ma è così – a favore degli operatori internazionali, anche loro, ahimè, vittime dell’epidemia. Non c’è stata un’attenzione dovuta a queste malattie emorragiche, neglette per certi aspetti, come lo sono le persone che sono colpite da malattie di questo tipo.

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