Dopo il crollo del ponte. In ginocchio al Santuario della Guardia, ora Genova si affida a Maria!

Dopo il crollo del ponte Morandi, migliaia di pellegrini in visita al santuario. Il rettore racconta: “Vengono per dire grazie e per pregare per i morti”

Da sempre Genova, nei momenti di maggiore difficoltà, alza lo sguardo verso l’alto. Dà le spalle al mare, persino al suo porto, e si volge verso quella cima sul monte Figogna che sovrasta la città, dove, nel 1490, Maria apparve al contadino Benedetto Pareto per chiedergli di costruire una cappella. Da allora, fu onorata con il titolo di Madonna della guardia e migliaia di genovesi nel corso dei secoli sono saliti, soprattutto a piedi, fino a quel luogo, rendendo gli otto chilometri di salita (e gli ottocento metri di dislivello) un vero pellegrinaggio.

Oggi, dalla balconata davanti al santuario, ad uno sguardo attento, si distingue chiaramente quella ferita aperta nel cuore della città, una lunga strada che passa sopra le case e che si interrompe a metà per lasciare spazio alle macerie del ponte Morandi. «Quassù – spiega il rettore del santuario, monsignor Marco Granara – sono venuti a centinaia nell’ultima settimana. Nella stessa giornata del crollo, la messa prefestiva del tardo pomeriggio era affollatissima, con un numero di persone almeno raddoppiato rispetto al solito. Sono venuti a ringraziare Maria perché si sono salvati, ma anche a pregare per chi non ce l’ha fatta». La commozione di tutti è grande e alla Guardia, forse, è ancora più difficile essere distaccati. Anche durante i colloqui con i sacerdoti, la gente continua a ricordare quei tragici momenti: «La Madonna mi ha protetto», «Io ogni giorno passo da quel ponte», «Poteva capitare a me».

La Guardia da sempre accoglie tutti: «Il cardinale Giuseppe Siri – ricorda il rettore – amava dire che “tutti i segreti arrivano alla Guardia e tutte le tragedie si risolvono alla Guardia“. E ancora oggi i fedeli vengono qui per chiedere ogni cosa a Maria, dalla salute alla soluzione dei problemi di lavoro. Persino i sindacati sono venuti in pellegrinaggio, quando c’erano aziende in crisi. E dalla Guardia sono partiti i genovesi che, migranti, cercavano fortuna in paesi lontani, portando con sè una statua della “loro” Madonna. Hanno costruito cappelle e santuari ovunque nel mondo, in particolare nel sud America, per continuare ad onorarla». Camminando nella sala degli ex voto, oggi forse ancora di più si avverte la secolare gratitudine dei genovesi verso Maria, dimostrata dalle decine di migliaia di testimonianze portate al santuario nel corso dei secoli: oggetti semplici o preziosi, curiosi o comuni, voluminosi o piccoli che raccontano la storia di chi ha superato una malattia o ha ottenuto una grazia oppure è sopravvissuto a un incidente.

E dopo il crollo del ponte, sono arrivati nuovi “grazie”, magari affidati a un semplice bigliettino bagnato da qualche lacrima. Qualcuno ha voluto fare ancora di più. Un agente della polizia stradale ha portato un quadro da appendere nella sala degli ex voto: «Nel giorno del crollo – racconta – per grazie ricevuta mi trattenevo a casa per mangiare con la mia famiglia. Ho ritardato così qualche minuto». Dopo aver saputo della tragedia, ha preso parte alle operazioni di soccorso insieme ai colleghi: «Nessun poliziotto del nostro comando è rimasto coinvolto nonostante la quotidiana convivenza con quel grande pericolo».
Ogni anno, il 29 agosto si ricorda l’apparizione della Madonna e, in quella data, il santuario si affolla di fedeli. Quest’anno, però, per molti sarà diverso, anche se lo “schema” resta quello consueto. «Seguiremo lo stesso programma del passato – anticipa monsignor Granara – iniziando il giorno della vigilia con il pellegrinaggio a piedi e la messa celebrata dal cardinale Angelo Bagnasco. La cappella dell’apparizione resterà aperta tutta la notte per la preghiera personale e poi ci saranno celebrazioni durante tutta la giornata».

Che cosa rispondere a chi salirà alla ricerca di un senso nella tragedia? «Davanti al mistero – risponde il rettore – non ci possono essere risposte semplicistiche, come ha detto anche papa Francesco. Non possiamo fare altro che guardare il crocifisso e ricordarci che sotto c’è sua mamma. Uniamoci a lei e contempliamo il dolore. Senza perdere la speranza e continuando ad impegnarci per il bene». Nella tragedia di Genova, anche il gruppo di operatori del santuario ha avuto il suo lutto. Alessandro Campora, il dipendente della municipalizzata rimasto ucciso nel crollo del ponte, per anni aveva lavorato alla Guardia e continuava a svolgere attività di volontariato tutte le settimane: era bravo a scolpire il legno, e aveva realizzato altari, leggii e persino un’edicola per una statuetta della Madonna, cui era devotissimo.

«Si chiama “della Guardia” – conclude il rettore – perché questo era un monte di vedetta, necessario per dare l’allarme quando arrivavano i nemici dal mare. Ma da questa cima Maria ha chiesto aiuto a un semplice contadino per fare cose grandi. Venire alla Guardia, anche in questi giorni difficili, significa trovare consolazione ma anche volersi mettere in gioco per contribuire a costruire qualcosa di buono e importante».

Fonte: Avvenire on line

SCRIVI UNA RISPOSTA

Scrivi il commento
Inserisci il tuo nome