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Cristina Betti, mamma malata di Sla è morta dopo aver vissuto la malattia con fede e caparbietà

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La sua terribile malattia era “diventata” social. La sua città e la sua famiglia si erano mobilitati per aiutarla a vivere “meglio”

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Ha lottato fino all’ultimo contro la Sla, la sclerosi laterale amiotrofica. Si è spenta all’età di 45 anni Cristina Betti, la mamma di Forlì che aveva visto una forte mobilitazione in suo aiuto. La malattia arrivò nel 2013, ma Cristina l’ha combattuta con fede e caparbietà, sostenuta dal marito Cristian e dai figli Alan, Michelle e Alex. Nella nottata tra martedì e mercoledì si è addormentata e non si è più svegliata.

“La dignità di una leonessa”

«Era una mamma splendida Cristina. Una moglie splendida. Una donna splendida che ha costruito una famiglia splendida – viene ricordata nel gruppo FacebookL’Inguaribile voglia di vivere” – Qualche anno fa è arrivata la Sla, racconta Aleteia, eppure è rimasto tutto splendido. Lei, i suoi tre figli, suo marito, la tribù di parenti e amici. Con la caparbietà e la dignità di una leonessa, Cristina si é giocata fino all’ultimo secondo la vita. Per vivere, non per sopravvivere» (Forlì Today, 17 luglio).

Il parroco: aveva una fede granitica

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Don Nino Nicotra, il parroco di Roncadello, ha conosciuto Cristina cinque anni fa, quando è arrivato alla guida della comunità. «Ho visto – racconta – il decorso progressivo della malattia che l’ha portata nell’ultimo anno e mezzo alla totale immobilità. Mi ha sempre stupito la sua fede granitica e ammirevole: amava la vita e voleva vivere, chiedeva al Signore la guarigione ma nello stesso tempo viveva la malattia con grande spirito di offerta e fiducia».


“Era stata catechista”

Don Nicotra ha incontrato l’ultima volta Cristina una decina di giorni fa per portarle la comunione, come faceva ogni settimana, alternandosi con il collaboratore, don Massimo Di Girolamo. «Amava la Chiesa – continua il parroco – ed era molto grata di aver ricevuto più volte la visita dei vescovi, prima di mons. Lino Pizzi e poi di mons. Livio Corazza. Aveva anche un grande senso della comunità: quando andavo a trovarla, prima ancora che potessi chiederle come stava, era lei che domandava della vita della parrocchia, dove era stata anche catechista, delle novità di Roncadello e della Casa della Speranza di Malmissole per i detenuti a fine pena. Quando poi si accorgeva che facevamo delle chiacchiere inutili ci fermava, ci invitava a far silenzio e a pregare».

Il presidente Aisla: l’aiuto della psicologa

Anche Giuseppe Brescia, presidente della sezione provinciale di Aisla, l’onlus nata nel 1983 che si occupa di tutela, assistenza e cura dei malati di Sla aveva conosciuto Cristina di cui conserva «un bellissimo ricordo. L’ultima volta – racconta – l’ho incontrata due mesi fa, ma avevo continuamente notizie di lei attraverso la psicologa che ogni 15 giorni andava a visitarla». Il presidente dell’Aisla ricorda anche che «Cristina è una delle cinque-sei persone ammalate per le quali come Aisla avevamo attivato un servizio di supporto psicologico».

“Ho partecipato anche io alla preghiera”

Il presidente dell’associazione, sottolinea ancora: «Ricordo bene anche la prima volta che sono entrato in casa sua: stavano recitando il rosario e prima di parlare con lei ho partecipato anch’io alla preghiera. Ho capito che la fede in quella casa era davvero viva ed è ciò che ha permesso di andare avanti. Un’altra cosa che mi ha sempre colpito di Cristina è che, pur ammalata, dal letto continuava a seguire la famiglia e sapeva quello che accadeva a tutti» (Il Resto del Carlino, 17 luglio).

Di Gelsomino del Guercio per Aleteia.org

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