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Aleppo Est, tornare 4 anni dopo sulle macerie della propria vita

Un po’ più di traffico in strada. Negozi aperti più a lungo. Qualche luce in più di notte. Le bancarelle. Si sente che Aleppo, pochi giorni dopo l’uscita di ribelli e jihadisti dai quartieri Est e l’accordo per una tregua, tira un respiro di sollievo. Ma quanto è costato, questo momento? E che cosa significa per la città, la Siria, il Medio Oriente? Quando ci si muove verso Aleppo Est, controllata per quattro anni dalle formazioni dell’opposizione armata, si entra nello psicodramma degli aleppini.

Aleppo Est, tornare 4 anni dopo sulle macerie della propria vita

La prima linea della resistenza all’esercito di Bashar al-Assad era proprio negli antichi bazar coperti (qui chiamati khan) che circondavano da un lato la grande moschea degli Omayyadi e dall’altro la Cittadella, l’imponente fortezza araba che la guarnigione governativa, chiusa dentro, è riuscita sempre a difendere. Questa era la Aleppo antica, il quartiere ricco di storia ma anche di allegria, la zona dei commerci, la meta preferita dei turisti, il luogo perfetto dove prendere un caffè o fumare il narghilè. Di tutto questo non resta che un tappeto di macerie, dove gruppetti di persone si aggirano smarriti e incerti come zombie. Sono coloro che vengono a vedere che cos’è successo a una parte della città che non vedono da quattro anni ma soprattutto a una parte della loro vita. Gente che aveva un negozio di souvenir e ora rovista tra i calcinacci. Che conosceva qualcuno e non trova più il palazzo dove l’amico abitava. Una coppia che aveva fatto la festa di nozze in un certo locale e lo trova abbattuto. In quel disastro lunare che era il mercato delle spezie incontro un signore anziano che mi dice: «Il mio negozio era più in là ma non ho il coraggio di andare a vedere. È proprio tutto distrutto?’. Il ragazzo che mi accompagna traduce, poi mi guarda. Riesce a dirgli solo: «Qullu ».

Tutto. Tutto distrutto. Il signore si gira e si allontana singhiozzando. Molti pensano che il progetto dei jihadisti e dei Paesi che li hanno a lungo appoggiati fosse, semplicemente e terribilmente, di fare a pezzi la Siria. Se è così, Aleppo è il progetto realizzato. La struttura produttiva, soprattutto i quartieri industriali di Shkeyf e Najar, erano stati saccheggiati (con i macchinari smontati e portati in Turchia) anche prima di diventare il campo dell’ultima resistenza degli insorti. L’area turistica non esiste più. E anche nella parte Ovest, quella sempre rimasta sotto il controllo dei governativi, le distruzioni sono imponenti, in gran parte causate dai missili che da Est venivano lanciati a casaccio ma in grandissima quantità. Particolarmente micidiali quelli chiamati “jarra”, ordigni che aggiungono alla normale carica distruttiva quella di una bombola del gas agganciata sulla cima. Se ne trovano ancora a decine, inesplosi, per le strade. In più, va messo nel conto la dispersione delle risorse umane. Migliaia di medici, ingegneri, tecnici di ogni genere se ne sono andati da Aleppo in cerca di un destino migliore.

Quelli che sono rimasti, invece, devono fare i conti con la penuria di tutto, aggravata dall’embargo anti-Assad deciso da europei e americani, e quindi con l’impossibilità a lavorare come vorrebbero. La guerra, durata anni, combattuta strada per strada tra persone che magari erano state vicine di casa o colleghi sul lavoro, o addirittura parenti, ha lasciato uno strascico di rancori già esplosi in spietati regolamenti di conti. È doveroso, inoltre, aggiungere un’altra cosa: le testimonianze raccolte tra coloro che non vollero o non riuscirono a uscire in tempo da Aleppo Est non parlano di ordinati consigli civici, clown generosi e pediatri pronti a immolarsi, ma di una specie di tortuga dove regnavano violenza (anche sulle donne), fame e anche droga, dove i mercenari stranieri facevano ciò che volevano (compreso fucilare sul posto chi osava rialzare la testa o protestare) e i predicatori pachistani o egiziani obbligavano gli aleppini a sorbirsi lunghe tirate su quanto sia necessario il jihad e legittimo sgozzare gli infedeli. Quanto tempo sarà necessario per rammendare un tessuto umano così lacerato, sempre che sia possibile farlo? La guerra in ogni caso è tutt’altro che finita.

La tregua più o meno regge, ma il viaggio da Damasco verso il Nord è una specie di slalom tra le zone ancora tenute dai jihadisti e quelle controllate dai governativi, sperando che il fronte non si sia spostato di colpo. E i giorni e le notti di Aleppo sono punteggiati da esplosioni, sparatorie e lanci di razzi. La sacca ribelle più vicina è a otto chilometri dalla città e forte è il sospetto che non tutti i miliziani se ne siano andati verso Idlib sui pullman gentilmente offerti da Assad e che molti, invece, siano riusciti a infiltrarsi in Aleppo Ovest. Una specie di angoscia in servizio permanente che rimanda alla sostanza politica della battaglia per Aleppo. La riconquista della città dice che nel futuro prossimo continuerà a esistere una Siria di Assad e che con essa bisognerà comunque fare i conti. Se vogliamo, è la prima sconfitta che la strategia politica della “esportazione della democrazia”, varata da George Bush senior nel 1989 e via via confermata da Bill Clinton, George Bush junior e Barack Obama, ha conosciuto dal 1989 a oggi. Ma che cosa sarà, questa Siria? Certo non quella di prima, con il Daesh ancora insediato a Palmira e nella striscia di città siriane (Raqqa, Deir Ezzor e Mayadin) che portano al confine con l’Iraq verso Mosul.

E poi, per quale scopo, con quali intenti esisterà questa Siria? A giudicare da Aleppo, sarà un Paese sotto tutela. Oggi, in città, si scorgono le insegne di una specie di Alleanza Atlantica al contrario. Le bandiere gialle dell’Ypg, le Unità di protezione popolare dei curdi del Rojava, che controllano la cintura più periferica dei quartieri Est. Gli straccetti arabescati dei volontari sciiti arrivati dall’Afghanistan, che presidiano le strade esterne. Gli iraniani, sempre molto attenti a non farsi notare. E persino gruppetti di cinesi che militari non sono e che gli aleppini, ridacchiando, definiscono “businessmen”. Su tutti, ovviamente, i russi. Gli alleati. Gli amici. I liberatori, ruolo in cui si sono calati con una certa abilità. La polizia militare, che si vede più spesso in Aleppo Ovest, è fatta quasi tutta di russi bianchi. Ma tra le macerie di Aleppo Est ci sono due battaglioni di ceceni, quasi tutti musulmani e di certo più simili, anche fisicamente, ai siriani tra i quali devono muoversi.






In questi giorni sono impegnati a sminare strade e palazzi, dove i jihadisti in ritirata hanno seminato trappole mortali. Altro lavoro che li rende popolari presso una popolazione dolorosamente divisa tra la voglia di ricostruire e l’impossibilità, almeno per il momento, di farlo. Ci sono amici, però, che fanno in fretta a diventare ingombranti. Il campo di battaglia e i resti di cui è disseminato dicono chiaramente una cosa: la guerra di Aleppo è stata vinta dalla politica, ovvero dall’accordo tra Russia e Turchia che ha portato alla chiusura del confine turco e quindi alla fine dei rifornimenti e dei soccorsi per i jihadisti e al blocco delle loro vie di fuga. Il resto è stato un cruento cacciarli di palazzo in palazzo fino a quando, ai limiti della città, i palazzi sono finiti. Quindi oggi non esisterebbe Bashar al-Assad senza Vladimir Putin. Oggi, la vera domanda sulla Siria di domani è: che cosa vorrà in cambio il Cremlino?




Fonte www.avvenire.it

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