Riconosciuto il miracolo del Beato Angelo di Acri, il missionario sarà santificato

Papa Francesco ritiene attendibile il miracolo attribuito all’intercessione del beato Angelo d’Acri. Gioia nella Chiesa cosentina.

L’Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano gioisce per la notizia del Decreto relativo alla Canonizzazione del Beato Angelo d’Acri, figlio di San Francesco e sacerdote illustre di questa Chiesa. “L’Arcivescovo Francesco Nolè, – si legge in una nota della curia cosentina – i sacerdoti e i fedeli affidandosi alla sua intercessione, in attesa della data di Canonizzazione ormai imminente, rendono grazie a Dio per il dono di questo nuovo testimone della misericordia il cui culto sarà esteso alla Chiesa universale. Gratitudine della Chiesa cosentina è stata espressa a Papa Francesco che ha ordinato la promulgazione del Decreto sul miracolo, ed essa si unisce alla gioia della Provincia Cappuccina Calabra che custodisce la memoria di questo figlio della Calabria. La data della Canonizzazione sarà annunciata pubblicamente dal Santo Padre nel prossimo Concistoro”.

BIOGRAFIA DEL BEATO ANGELO DI ACRI

 

Era il 19 ottobre 1669, quando in Acri, nasceva Lucantonio Falcone, il futuro Beato Angelo, Missionario della sua terra e genuina gloria dei Cappuccini. “Papà Francesco e mamma Diana – si narra nella pagina ufficiale dedicata al Beato Angelo di Acri – erano poveri di risorse economiche, ma ricchi di virtù. Rimasto orfano del padre in età adolescenziale, la giovane madre, con bontà ammirevole, testimonianza esemplare di instancabile laboriosità, si accinse a portare avanti il delicato e difficile compito, il suo essere madre-vedova. Un giorno ella, di ritorno dalla Chiesa, vide tanta luce nella stanza. La sua creatura, era in ginocchio e, dal quadro della Vergine, partivano luminosi raggi che la investivano e ne avvolgevano la testina come un’aureola. Subito capì che quel figlio era stato chiamato a compiere qualcosa di grande. Col crescere degli anni, il vispo e bel ragazzo, maturava sempre di più la vocazione religiosa. Allo scoccare del 19° anno, l’età dei grandi e prepotenti richiami della sessualità, entrò in convento, desideroso di tagliare per sempre quel filo che lo legava al mondo. Nel nuovo stato di vita era tutto occhi a terra, mani alla corona, cuore al cielo.

 

Ma, quando meno se lo aspettava sopraggiungeva il diavolo a tentarlo e a suggestionarlo al punto tale, da indurlo a far ritorno in famiglia. Il suo caro sogno sembrava svanito, nonostante le suggestioni però, nonostante il rientro in famiglia, il mondo non lo appagava. Solo Dio non gli uomini, poteva conoscere l’intensità e la profondità di quel martirio, di quella giovinezza tormentata. Mentre si recava al convento di Belvedere Marittimo, dietro autorizzazione speciale dei Superiori Cappuccini, si imbatté in un incontro con un arruffato mastino che con quel suo abbaiare furioso, altro non voleva se non, tentare nuovamente di distoglierlo dalla sua vocazione. Il santo giovane però, non più novizio a siffatti inganni, affrontò il bilioso bestione gridandogli: “Malvagia bestia, va via! Ritorna al tuo inferno!”. Sull’istante il cane scomparve ed egli continuò il suo cammino lungo la strada per Belvedere. Timido e commosso per la vergogna, bussò al convento e gli si aprì la porta del noviziato.

 






Ancora una volta dunque, fece ritorno al noviziato, e non mancò qualche frate bontempone che con estrema leggerezza gli appioppò l’epiteto di “novizio pendolare”. Il 12 novembre 1690, con esultanza senza pari, indossò il santo abito e ricevette il nome di frate Angelo. Il maligno continuò a cospirare contro di lui: le tentazioni lo assalirono con più forza di prima, ma egli resistette. Un giorno nella lotta con il male, stava quasi per essere sopraffatto, si buttò allora ai piedi del Crocefisso e così lo invocò: “Signore Gesù, io non ne posso più. Soccorrimi oppure fammi morire”. Povero giovane che lottava per arrivare dal pelago alla riva, per non essere sommerso dalle furiose onde. La risposta: “Cammina sulle orme di Bernardo da Corleone”, o meglio, la stessa che fu data da Gesù, secoli prima, all’Apostolo Paolo: “Ti basta la mia grazia. La mia potenza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza”. Iddio, si sa, non manda mai prove superiori alle nostre debolezze. Per umiltà aveva deciso di rimanere fratello, di non essere sacerdote.
Non così la pensavano i Superiori, espressione della volontà di Dio: “Sarai sacerdote”, e fu sacerdote: 10 aprile 1700. Non sarebbe dovuto diventare un dottore della Chiesa, bastava essere santo. La predicazione divenne, ben presto, il principale campo di lavoro. Anche la sua vita di predicatore fu del tutto priva di successo all’inizio, per non dire, decisamente umiliante. Il montanaro di nascita e di educazione incomincia la sua attività di predicatore, in San Giorgio Albanese.






Sul più bello delle tre prediche serali, mandate a memoria, con sua grande confusione, perde il filo delle prediche e non riesce ad andare avanti. E’ costretto a raggiungere la sede. Nel silenzio del convento si mortifica, piange e supplica umilmente il Signore, di manifestargli la sua santa volontà. E la risposta viene: “Non temere: ti darò il dono della predicazione e benedirò le tue fatiche. D’ora in poi predica in forma semplice e popolare, che capiscano tutti”. Da allora divenne il grande missionario dell’Italia meridionale e lo sarà per quasi quarant’anni. Alle sue infocate parole, alla luce dei suoi esempi, i buoni diventavano più buoni ed i cattivi si convertivano: fu una vera resurrezione spirituale. Non aveva più bisogno dei manoscritti, elaborati secondo l’oratoria pomposa e roboante del tempo, perciò li bruciò. E’ bene ricordare, tuttavia, che il suo esempio trascinava più delle prediche”.




Fonte:  www.quicosenza.it

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