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Per non dimenticare padre Paolo Dall’Oglio

Per non dimenticare padre Paolo Dall'OglioSi chiama “Giornalisti amici di padre Dall’Oglio” e vuole riportare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni la figura del gesuita. Sessanta anni, metà dei quali passati in Siria a Deir Mar Musa al-Habachi, dove ha fondato una comunità monastica dedita al dialogo interreligioso, padre Dall’Oglio fu anche espulso dal governo di Bashar al-Assad nel 2012 per aver incontrato i membri dell’opposizione e criticato le azioni del regime nella guerra siriana.

È ormai da due anni che non si hanno notizie su padre Paolo Dall’Oglio, rapito a Raqqa (Siria) il 29 luglio del 2013. Sessanta anni, metà dei quali passati in Siria, a Deir Mar Musa al-Habachi, dove ha fondato una comunità monastica dedita al dialogo interreligioso, il gesuita romano fu anche espulso dal governo di Bashar al-Assad nel 2012 per aver incontrato i membri dell’opposizione e criticato le azioni del regime nella guerra siriana. A due anni dal rapimento è oggi la neo costituita associazione “Giornalisti amici di padre Dall’Oglio” a riportare all’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni la figura del gesuita.

“Un profeta dell’oggi”. “Un profeta cattolico, un prete profeta, un profeta dell’oggi” lo definisce Riccardo Cristiano, giornalista di Radio Rai e tra i promotori dell’associazione. “Un cittadino italiano, come tutti noi. Ricordare il suo impegno, la sua dedizione al dialogo tra culture e religioni, il suo impegno civile, sociale, culturale, spirituale, è la prima delle nostre intenzioni. Chi ha sequestrato padre Paolo non ha sequestrato la sua testimonianza di fede e il suo pensiero, il suo impegno, il suo servizio”. “Non ho mai visto fiocchi gialli, né tantomeno gigantografie di padre Paolo Dall’Oglio appese nelle facciate dei municipi” commenta amaro Amedeo Ricucci, giornalista Rai, anche lui sequestrato in Siria, il 3 aprile 2013, e per il quale padre Dall’Oglio si spese per il rilascio che avvenne 11 giorni dopo. “Oggi il suo nome viene tirato fuori solo in chiave statistica per ricordare che sono cinque gli italiani sequestrati nel mondo, quattro in Libia e uno, padre Paolo appunto, in Siria”. In realtà, aggiunge l’inviato Rai, “ricordare padre Paolo, significa non dimenticare anche i 250mila morti della guerra siriana, le migliaia di detenuti nelle carceri dell’una e dell’altra parte in lotta. Purtroppo oggi parlare di Siria è parlare solo dell’Isis, dello Stato islamico. La Siria non fa più notizia”. 

“Un uomo appassionato”. “Un uomo appassionato, non spettatore, ma fisicamente presente dove il popolo siriano rischia e soffre. Ha offerto una lettura onesta di ciò che accade in Siria da anni”: è il ricordo che il padre gesuitaGiovanni La Manna, rettore dell’Istituto Massimo, offre del suo confratello ancora rapito. “Padre Paolo ha condiviso questa realtà ricercando sempre il dialogo, l’apertura, l’accoglienza e l’incontro”. Un impegno portato avanti nella comunità monastica di Deir Mar Musa. “Egli è un uomo concreto e il suo esempio continua a parlare. Assecondiamo la sua testimonianza – è l’esortazione di La Manna – non restiamo seduti a guardare e non trinceriamoci dietro l’alibi di dire ‘io sono uno, che posso fare?’. È tempo di uscire e di fare qualcosa per riappacificarsi”. Padre Luciano Larivera, giornalista e scrittore della Civiltà Cattolica, ripercorre la vicenda di padre Dall’Oglio attraverso il tema biblico dell’Esodo: “Non si capisce padre Paolo senza l’esodo. Anche lui ha sfidato il Faraone, anche lui ne è stato cacciato, anche lui ha attraversato il Mar Rosso sulle terre sommerse del dialogo. Ma la sua Terra Promessa non era il Kurdistan iracheno (dove fu la sua nuova missione dopo l’espulsione) la sua Terra Promessa era la Siria, ed è lì che è tornato per compiere la sua missione”. Della sua vicenda, aggiunge, “devono farsene carico affettivamente gli italiani e dire ‘no’ all’uso del sequestro come arma di intimidazione, che poi è un atto di terrorismo terribile, perché uno quasi si trova nell’angoscia di sperare quasi che un amico sia morto piuttosto che saperlo prigioniero dell’Is sotto chissà quali pressioni e torture”. Il redattore di Civiltà Cattolica invita a cogliere in questo rapimento “anche gli elementi di resurrezione cristiani, il pensiero e l’esempio di padre Paolo. Lui è lì dove voleva essere, nel modo in cui lui voleva essere, mischiando la sua carne nel sangue e nella terra di questo popolo. Speriamo – conclude – che venga presto liberato. La sua passione non finisce, anche se liberato. Il suo cuore resterà nella sofferenza, con i siriani, con un popolo oppresso”. Per Michele Zanzucchi, direttore del mensile dei Focolarini “Città Nuova”, padre Paolo è “una persona scomoda che quando parlava non lasciava tranquillo il suo interlocutore. Un religioso che ama le periferie di tutti i tipi, amante della carità e del dialogo”. E “chi si spende nelle periferie come padre Paolo – ricorda Giuseppe Giulietti, portavoce di ‘Articolo 21’ – si spende per la difesa dei diritti. L’esempio di padre dall’Oglio illumina le periferie e permette che anche in realtà come la Siria si possa tornare a parlare di diritti e di giustizia”.

Di Daniele Rocchi per AgenSir

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