Negli Usa la beatificazione di padre Francis Solanus, il ‘portinaio di Dio’

L’accoglienza fraterna verso gli altri – poveri, emarginati, diversi per razza o religione – è questo il tratto distintivo della personalità di padre Francis Solanus Casey, il frate cappuccino, che beatificato a Detroit, Stati Uniti, secondo Beato tra i religiosi nati negli Usa.

Non un martire, dunque, ma un santo della semplicità e della quotidianità, dedito alla preghiera e al servizio al prossimo, come sottolinea il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi:

“Il Beato Francis Solanus Casey ha raggiunto la santità qui, negli Stati Uniti d’America, salendo ogni giorno i gradini che portano all’incontro con Dio mediante l’amore verso i fratelli bisognosi. Gli altri, soprattutto i poveri, erano visti da lui non come peso o ostacolo per il suo cammino di perfezione. Ma come via alla luce dello splendore divino”.

Sesto di 16 figli in una famiglia di origini irlandesi, grande sportivo e amante del violino, lasciò molto presto gli studi esercitando i mestieri più diversi, dal bracciante al fornaio, dalla guardia carceraria al taglialegna. Poi, la vocazione: voleva diventare sacerdote diocesano, ma la sua scarsa preparazione culturale glielo impedì, così gli fu consigliato di orientarsi verso una congregazione. Erano altri, i suoi talenti, ma i suoi superiori se ne accorsero subito: “Per la gente sarà una specie di Curato d’Ars”, dissero nel giorno della sua ordinazione come prete simplex, cui era impedito di predicare in pubblico e di confessare.

Da cappuccino prese a modello frate Francisco Solano, il missionario spagnolo in Sudamerica del XVI secolo canonizzato da Benedetto XIII. Per 20 anni e più fu portinaio nel convento di San Bonaventura di Detroit, dove visse di fede e di ascolto. Di giorno molti facevano la fila per un suo consiglio o per la fama che avevano le sue preghiere di essere munifiche di grazie, tanto che quando lo chiamavano mentre era a pranzo, ugualmente accorreva: “Il cibo non è così importante come aiutare gli altri”, diceva. La notte, invece, la trascorreva spesso in adorazione del Santissimo Sacramento. Così il cardinale Amato ricorda una particolare opera di carità del nuovo Beato:

“Durante la grande depressione del 1929, per venire incontro ai molti che pativano la fame, creò, con l’aiuto di benefattori, la cucina per la distribuzione gratuita della minestra ai poveri. Per sostenere la sua cucina della caritàandava in giro a persuadere agricoltori e compagnie a donare il cibo secondo questa intenzione”.






Poi la sua salute si deteriorò e nel 1957 lo uccise una grave infezione della pelle, che i medici non erano riusciti a curare. Assistito dalla sorella, padre Solanus se ne andò con il sorriso e con scritto sulla porta della sua stanza d’ospedale quello che la sua voce non riusciva più a dire: “Io do l’anima mia a Gesù Cristo”. Un messaggio, quello dell’intera sua vita, che ancora ha molto da insegnare all’uomo di oggi, come conclude il porporato:

“Innalzando il cappuccino americano agli onori degli altari, Papa Francesco lo addita a tutta la Chiesa, come discepolo fedele di Cristo, buon pastore. Oggi la Chiesa e la società hanno bisogno dell’esempio e dell’opera di padre Solanus”.




Fonte it.radiovaticana.va/di Roberta Barbi

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