Morti due piccoli migranti a Kos. Slovenia, cala tensione profughi

Una barca con 14 migranti a bordo è affondata vicino all’isola greca di Kos, provocando la morte di due bambini. Lo ha reso noto la Guardia costiera greca. Il padre di uno dei bimbi morti è stato costretto a gettare in mare il corpo del figlio di sei anni per salvare gli altri membri della famiglia.

Slovenia Kos

Intanto, l’Onu prevede che nei prossimi mesi almeno altri 600 mila migranti arriveranno in Europa dalla Turchia, oltre ai 750mila giunti sino a novembre. Si allenta la pressione ai confini di Croazia, Slovenia e Austria ultime tappe della cosiddetta rotta balcanica. Massimiliano Menichetti ha intervistatoStefano Lusa, giornalista di Radio Capodistria e corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso:

R. – In questo momento le cose sono abbastanza regolate, soprattutto dopo il vertice europeo con la Germania e i Paesi balcanici, dove si è trovata un’intesa per far arrivare direttamente i treni dalla Croazia in Slovenia. Da lì i profughi vengono molto rapidamente caricati sui treni e sugli autobus e vengono spostati verso il confine con l’Austria. Insomma, in questo momento, ci sono meno poliziotti in assetto antisommossa, il corridoio sembra funzionare e tutte le cose paiono abbastanza rapide per i profughi che passano.

D. – Rimangono delle difficoltà per quanto riguarda il transito?

R. – Ci sono alcune forche caudine da passare. Quella più evidente è quella di Sentilj, dove tra un attrezzato campo profughi sloveno e un altrettanto attrezzato campo profughi austriaco, c’è da passare attraverso la terra di nessuno, da cui i profughi entrano molto, molto lentamente in Austria –  le autorità austriache non stanno accelerando per nulla la cosa – e sono costretti a bivaccare in condizioni di fortuna.

D. – I flussi sono ancora consistenti?

R. – Le persone continuano ad arrivare, però tutto cambia di giorno in giorno. Per capire quali saranno i flussi bisogna vedere quante persone stanno arrivando in Grecia e mi pare che lì l’afflusso di profughi sia ancora consistente.

D. – Mi dicevi che ci sono dei timori per quanto riguarda la rotta balcanica?

R. – Sono costituiti dal freddo. Tra i profughi ci sono molti bambini, molte donne, anche incinte, che viaggiano con i loro mariti, con le loro famiglie, e ci sono molte persone anziane.

D. – Chi sono queste persone che ha incontrato?

R. – In genere, soprattutto quando parliamo dei siriani, vediamo che a muoversi è una classe media, molto istruita e molto preparata. La paura è che le porte si possano chiudere, che la Germania possa ridurre l’afflusso di profughi, che l’Austria possa stringere, che altrettanto possa fare la Slovenia e di conseguenza la Croazia, la Serbia e così via. Insomma, la paura è di rimanere chiusi fuori dalla porta.

D. – Ma ci sono situazioni difficili da gestire?

R. – Le situazioni difficili derivano proprio dalla necessità dei profughi di fare presto. Abbiamo visto in questi giorni a Maribor, mamme che hanno dato alla luce i loro bimbi, che vogliono andarsene immediatamente. Ci sono anche donne incinte che non stanno tanto bene e con molto impegno gli operatori umanitari, il personale medico, riesce a convincerle a rimanere qualche ora, qualche giorno in più rispetto a quelli che sono i loro piani.

D. – C’è un impegno anche delle organizzazioni umanitarie sul terreno?

R. – Caritas, in primo luogo, e poi anche gli altri stanno facendo un grande lavoro, stanno dando una grande mano a lenire quelle che sono le difficoltà che i profughi incontrano sul loro percorso.

D. – Che cosa ti hanno detto, com’è stato il viaggio per arrivare dove sono giunti?

R. – C’è chi ha avuto problemi in Serbia, chi ha avuto problemi in Grecia, chi ha avuto problemi già in Turchia, Croazia e Slovenia. Dipende dal viaggio e dalle vicissitudini. Abbiamo assistito a scene sulla rotta balcanica che sembravano anticamere dell’inferno: persone bagnate, al freddo…  Credo che l’Europa sia di fronte ad una grande sfida, credo che stia perdendo la grande possibilità di dare una risposta globale alla crisi, e abbia lasciato gli Stati, in primis quelli della periferia dell’Unione Europea, e poi anche i primi Paesi dell’area Schengen – in questo caso Ungheria e Slovenia – soli a dover gestire un’emergenza. Il fatto che non si sia riusciti ancora a raggiungere una sintesi, una riflessione comune, deve farci interrogare e riflettere parecchio.


Redazione Papaboys (Fonte it.radiovaticana.va)

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