Papa Francesco al Centro Astalli: “Servire, accompagnare, difendere”. 3 parole uguali a carità

Roma - Papa Francesco al Centro Astalli

Servire, accompagnare, difendere : QUESTE LE TRE PAROLE DI QUESTO POMERIGGIO per Papa Francesco in visita ai poveri ed agli immigrati del Centro Astalli, il Centro per l’accoglienza e il servizio ai richiedenti asilo e rifugiati curato dal JRS (Jesuit Refugee Service – Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati) che opera nel centro di Roma, presso la Chiesa del Gesù.

Il Papa è giunto all’ingresso del Centro alle ore 15.30, mentre era in corso l’accesso alla mensa dei frequentatori del Centro. E’ sceso nei locali della mensa, situata nel seminterrato, e ha salutato rifugiati e volontari mentre era in corso la distribuzione del pasto. Poi ha sostato in uno dei locali della mensa, intrattenendosi e colloquiando con una ventina di persone. Quindi è passato per una breve sosta di preghiera nella cappellina del Centro e si è spostato lungo un corridoio interno fino alla Chiesa del Gesù. Qui ha avuto luogo l’incontro del Papa con le varie componenti del Centro: ospiti, operatori, volontari e amici. In totale circa 500 persone. Erano presenti il Card. Vicario, S. Em. Agostino Vallini e il Vescovo ausiliare, S.Ecc. Matteo Zuppi, il P. Provinciale d’Italia dei Gesuiti, P.Carlo Casalone S.I., l’Assistente del P. Generale dei Gesuiti per l’Europa Meridionale, P. Joachin Barrero S.I. e P. Peter Balleis S.I., responsabile del servizio dei Gesuiti per i rifugiati internazionale. Il Papa ha ricevuto il saluto del responsabile del Centro Astalli, Padre Giovanni Lamanna S.I., e di due rifugiati (Adam, sudanese e Carol, siriana), quindi ha rivolto ai presenti il suo discorso.

Con la recita di una particolare preghiera – “Tu come loro”, composta dal Padre Generale dei Gesuiti, Alfonso Nicolas -, è stato ricordato il Padre Pedro Arrupe, fondatore del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati e sepolto nella Chiesa del Gesù, alla cui tomba il Papa, accompagnato da due rifugiati, ha portato un mazzo di fiori.

 

GLI AGGIORNAMENTI PUBBLICATI MINUTO PER MINUTO – 17.47 “I poveri sono anche maestri privilegiati della nostra conoscenza di Dio; la loro fragilità e semplicità smascherano i nostri egoismi”  Papa Francesco nel suo discorso – che è durato circa 20 minuti, ha parlato di solidarietà, senza mezze misure, come suo stile: “Solidarieta’, questa parola che fa quasi paura al mondo sviluppato”

17.40 “Grazie perché difendete la vostra dignità ma anche la nostra dignità umana”. Questo uno dei passi del discorso, durato circa venti minuti, pronunciato da Papa Francesco davanti ai rifugiati durante la visita al centro Astalli dei Gesuiti di Roma. “Non basta dare un panino, ma bisogna accompagnare queste persone”, ha aggiunto il Pontefice nel suo discorso.

17.38 “A cosa servono alla Chiesa i conventi chiusi? I conventi dovrebbero servire alla carne di Cristo e i rifugiati sono la carne di Cristo” ha poi detto Papa Francesco durante il suo discorso, ipotizzando l’utilizzo dei conventi chiusi per l’accoglienza dei rifugiati.

17.35 Entrando nel Centro Astalli, il primo gesto del Papa è stato avvicinarsi a una donna incinta dando la benedizione a lei e al bimbo che portava in grembo. Il Papa è subito stato circondato dalla folla dei rifugiati con cui si è intrattenuto salutandoli e dando loro la benedizione.

17.30 “Credo che in questo incontro gli elementi più importanti siano le esperienze personali e quindi che ciascuno abbia la possibilità di raccontare a Papa Francesco cosa ha vissuto nel suo arrivo a Roma, che è diverso dal primo approdo, cioè Lampedusa. A Lampedusa si arriva con la felicità e la contentezza di essere arrivati vivi, con la speranza di rimettersi in piedi. Ora, questa speranza di rimettersi in piedi nelle nostre città, a Roma, incontra un contesto che non sempre è facile. Questo deve essere il nostro impegno: facilitare il più possibile il secondo arrivo”. Sono le parole del direttore del Centro, Padre La Manna, intervistato dalla Radio Vaticana.

ore 17.25 Ha colto di sorpresa anche i fotografi quando è sceso da una anonima berlina senza alcun preavviso: nessun lampeggiante, nessuna cerimoniale. Il Papa è arrivato al centro Astalli per i rifugiati, nel cuore di Roma, senza scorta. Bergoglio ha utilizzato la consueta «utilitaria» di colore blu: al posto di guida, come sua personale «scorta», il capo della Gendarmeria vaticana, Domenico Giani.

I RIFUGIATI – All’arrivo di Papa Francesco in via degli Astalli vi erano una trentina di rifugiati, per lo più africani in fila per salutare il Pontefice che prima di entrare si è fermato a salutarli, a baciarli ed abbracciarli. Ad accogliere il Papa, il cardinale vicario di Roma Agostino Vallini, padre Giovanni La Manna presidente del Centro Astalli e  padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana. Il Pontefice si è diretto subito alle transenne, dietro le quali diversi profughi e immigrati gli hanno teso la mano per un saluto ravvicinato, al quale Francesco non si è sottratto.

IL SALUTO ALLA FOLLA – Poi, il Pontefice ha cercato di tornare indietro verso le transenne per stringere le mani anche ai tanti curiosi e turisti che aspettavano di vederlo. La folla, infatti, si era radunata davanti la struttura ha salutato Papa Francesco accogliendolo con calore. Il Santo Padre, ha salutato alzando le braccia verso i fedeli e infine è entrato nel Centro dei Gesuiti per i rifugiati da un ingresso laterale, muovendosi sempre senza scorta. Poco prima di Papa Bergoglio, era arrivato anche il sindaco di Roma Ignazio Marino.

 

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Riportiamo qui di seguito il testo del discorso del Santo Padre Francesco.

Cari fratelli e sorelle, buon pomeriggio!

Saluto prima di tutto voi rifugiati e rifugiate. Abbiamo ascoltato Adam e Carol: grazie per le vostre testimonianze forti, sofferte. Ognuno di voi, cari amici, porta una storia di vita che ci parla di drammi di guerre, di conflitti, spesso legati alle politiche internazionali. Ma ognuno di voi porta soprattutto una ricchezza umana e religiosa, una ricchezza da accogliere, non da temere. Molti di voi siete musulmani, di altre religioni; venite da vari Paesi, da situazioni diverse. Non dobbiamo avere paura delle differenze! La fraternità ci fa scoprire che sono una ricchezza, un dono per tutti! Viviamo la fraternità!

 

Roma! Dopo Lampedusa e gli altri luoghi di arrivo, per molte persone la nostra città è la seconda tappa. Spesso – come abbiamo sentito – è un viaggio difficile, estenuante, anche violento quello che si è affrontato – penso soprattutto alle donne, alle mamme, che sopportano questo pur di assicurare un futuro ai loro figli e una speranza di vita diversa per se stesse e per la famiglia. Roma dovrebbe essere la città che permette di ritrovare una dimensione umana, di ricominciare a sorridere. Quante volte, invece, qui, come in altre parti, tante persone che portano scritto “protezione internazionale” sul loro permesso di soggiorno, sono costrette a vivere in situazioni disagiate, a volte degradanti, senza la possibilità di iniziare una vita dignitosa, di pensare a un nuovo futuro!

Grazie allora a quanti, come questo Centro e altri servizi, ecclesiali, pubblici e privati, si danno da fare per accogliere queste persone con un progetto. Grazie a Padre Giovanni e ai Confratelli; a voi, operatori, volontari, benefattori, che non donate solo qualcosa o del tempo, ma che cercate di entrare in relazione con i richiedenti asilo e i rifugiati riconoscendoli come persone, impegnandovi a trovare risposte concrete ai loro bisogni. Tenere sempre viva la speranza! Aiutare a recuperare la fiducia! Mostrare che con l’accoglienza e la fraternità si può aprire una finestra sul futuro, più che una finestra, una porta, e più si può avere ancora un futuro! Ed è bello che a lavorare per i rifugiati, insieme con i Gesuiti, siano uomini e donne cristiani e anche non credenti o di altre religioni, uniti nel nome del bene comune, che per noi cristiani è espressione dell’amore del Padre in Cristo Gesù. Sant’Ignazio di Loyola volle che ci fosse uno spazio per accogliere i più poveri nei locali dove aveva la sua residenza a Roma, e il Padre Arrupe, nel 1981, fondò il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, e volle che la sede romana fosse in quei locali, nel cuore della città. E penso a quel congedo spirituale del padre Arrupe in Thailandia, proprio in un centro per i rifugiati.

Servire, accompagnare, difendere: le tre parole che sono il programma di lavoro per i Gesuiti e i loro collaboratori.

Servire. Che cosa significa? Servire significa accogliere la persona che arriva, con attenzione; significa chinarsi su chi ha bisogno e tendergli la mano, senza calcoli, senza timore, con tenerezza e comprensione, come Gesù si è chinato a lavare i piedi agli Apostoli. Servire significa lavorare a fianco dei più bisognosi, stabilire con loro prima di tutto relazioni umane, di vicinanza, legami di solidarietà. Solidarietà, questa parola che fa paura per il mondo più sviluppato. Cercano di non dirla. E’ quasi una parolaccia per loro. Ma è la nostra parola! Servire significa riconoscere e accogliere le domande di giustizia, di speranza, e cercare insieme delle strade, dei percorsi concreti di liberazione.

I poveri sono anche maestri privilegiati della nostra conoscenza di Dio; la loro fragilità e semplicità smascherano i nostri egoismi, le nostre false sicurezze, le nostre pretese di autosufficienza e ci guidano all’esperienza della vicinanza e della tenerezza di Dio, a ricevere nella nostra vita il suo amore, la sua misericordia di Padre che, con discrezione e paziente fiducia, si prende cura di noi, di tutti noi.

Da questo luogo di accoglienza, di incontro e di servizio vorrei allora che partisse una domanda per tutti, per tutte le persone che abitano qui in questa diocesi di Roma: mi chino su chi è in difficoltà oppure ho paura di sporcarmi le mani? Sono chiuso in me stesso, nelle mie cose, o mi accorgo di chi ha bisogno di aiuto? Servo solo me stesso o so servire gli altri come Cristo che è venuto per servire fino a donare la sua vita? Guardo negli occhi di coloro che chiedono giustizia o indirizzo lo sguardo verso l’altro lato? Per non guardare gli occhi?

Accompagnare. In questi anni, il Centro Astalli ha fatto un cammino. All’inizio offriva servizi di prima accoglienza: una mensa, un posto-letto, un aiuto legale. Poi ha imparato ad accompagnare le persone nella ricerca del lavoro e nell’inserimento sociale. E quindi ha proposto anche attività culturali, per contribuire a far crescere una cultura dell’accoglienza, una cultura dell’incontro e della solidarietà, a partire dalla tutela dei diritti umani. La sola accoglienza non basta. Non basta dare un panino se non è accompagnato dalla possibilità di imparare a camminare con le proprie gambe. La carità che lascia il povero così com’è non è sufficiente. La misericordia vera, quella che Dio ci dona e ci insegna, chiede la giustizia, chiede che il povero trovi la strada per  non essere più tale. Chiede – e lo chiede a noi Chiesa, a noi città di Roma, alle istituzioni – chiede che nessuno debba più avere bisogno di una mensa, di un alloggio di fortuna, di un servizio di assistenza legale per vedere riconosciuto il proprio diritto a vivere e a lavorare, a essere pienamente persona. Adam ha detto: “Noi rifugiati abbiamo il dovere di fare del nostro meglio per essere integrati in Italia”. E questo è un diritto: l’integrazione! E Carol ha detto: “I Siriani in Europa sentono la grande responsabilità di non essere un peso, vogliamo sentirci parte attiva di una nuova società”. Anche questo è un diritto! Ecco, questa responsabilità è la base etica, è la forza per costruire insieme. Mi domando: noi accompagniamo questo cammino?

Difendere. Servire, accompagnare vuol dire anche difendere, vuol dire mettersi dalla parte di chi è più debole. Quante volte leviamo la voce per difendere i nostri diritti, ma quante volte siamo indifferenti verso i diritti degli altri! Quante volte non sappiamo o non vogliamo dare voce alla voce di chi – come voi – ha sofferto e soffre, di chi ha visto calpestare i propri diritti, di chi ha vissuto tanta violenza che ha soffocato anche il desiderio di avere giustizia!

Per tutta la Chiesa è importante che l’accoglienza del povero e la promozione della giustizia non vengano affidate solo a degli “specialisti”, ma siano un’attenzione di tutta la pastorale, della formazione dei futuri sacerdoti e religiosi, dell’impegno normale di tutte le parrocchie, i movimenti e le aggregazioni ecclesiali. In particolare – e questo è importante e lo dico dal cuore – in particolare vorrei invitare anche gli Istituti religiosi a leggere seriamente e con responsabilità questo segno dei tempi. Il Signore chiama a vivere con più coraggio e generosità l’accoglienza nelle comunità, nelle case, nei conventi vuoti… Carissimi religiosi e religiose, i conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati. Il Signore chiama a vivere con generosità e coraggio la accoglienza nei conventi vuoti. Certo non è qualcosa di semplice, ci vogliono criterio, responsabilità, ma ci vuole anche coraggio. Facciamo tanto, forse siamo chiamati a fare di più, accogliendo e condividendo con decisione ciò che la Provvidenza ci ha donato per servire. Superare la tentazione della mondanità spirituale per essere vicini alle persone semplici e soprattutto agli ultimi. Abbiamo bisogno di comunità solidali che vivano l’amore in modo concreto!

Ogni giorno, qui e in altri centri, tante persone, in prevalenza giovani, si mettono in fila per un pasto caldo. Queste persone ci ricordano sofferenze e drammi dell’umanità. Ma quella fila ci dice anche che fare qualcosa, adesso, tutti, è possibile. Basta bussare alla porta, e provare a dire: “Io ci sono. Come posso dare una mano?”.

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