Le false accuse contro Papa Francesco

Subito dopo l’elezione di Jorge Mario Bergoglio a papa, la Rete è entrata in fibrillazione. Sono state accese nell’etere luci e ombre di un Pontefice che negli anni Settanta è diventato Superiore provinciale della comunità gesuita locale. Secondo i suoi detrattori, è stato troppo vicino alla dittatura militare argentina. “Casus belli” è il libro “L’isola del silenzio”, che parla del ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista Horacio Verbitsky, uscito per Fandango nel 2006. L’episodio più citato contro l’Arcivescovo di Buenos Aires, è quello del rapimento di due gesuiti, Orlando Yorio e Francisco Jalics, da parte del governo militare. Secondo Verbitsky, nel febbraio del 1976, poco prima del golpe, Bergoglio chiese ai due confratelli di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli di Buenos Aires, e, al loro rifiuto, li escluse dalla Compagnia di Gesù. Marchiati come “sovversivi”, dopo il colpo di stato Yorio e Jalics furono rapiti dai militari e torturati per cinque mesi nella Escuela de Mecanica de la Armada di Buenos Aires, teatro di molte sevizie sui desaparecidos.

Una delle donne, Mónica Candelaria Mignone, era figlia di Emilio Mignone, fondatore del Centro de Estudios Legales y Sociales e autore nel 1986 del libro “Iglesia y dictadura”, ha raccontato per  il caso “Bergoglio”, bollandolo come “sinistra complicità” con il regime.  Il Cardinale, ha respinto al mittente le accuse di aver denunciato i due gesuiti, spiegando che la richiesta di lasciare le baraccopoli era stata fatta per metterli in guardia rispetto al mutato clima politico argentino. Le voci di un golpe diventavano sempre più insistenti, e l’allora Superiore provinciale temeva per la vita dei suoi confratelli. Secondo l’avvocatessa Alicia Oliveira, attivista per i diritti umani, quando Bergoglio seppe del rapimento di Yorio e Jalics, fece di tutto per localizzarli e liberarli, così come aiutò altri perseguitati. Yorio, però, intervistato da Verbitsky nel 2000 poco prima della sua morte, aveva negato tutto. Due anni fa, Bergoglio testimoniò durante il più grande processo sulle violazioni dei diritti umani della dittatura argentina. Nella sua dichiarazione, disse di sapere che i due gesuiti Yorio e Jalics erano tenuti prigionieri nella Escuela de Mecanica, e di aver cercato di fare da intermediario per la loro liberazione con i dittatori Videla e Massera. Questo è l’unico episodio del quale papa Francesco è stato chiamato a rispondere, in un periodo storico segnato da innumerevoli atrocità commesse dalla dittatura militare argentina.

Il New York Times, in un articolo firmato dai quattro corrispondenti di Buenos Aires, Portland, Rio de Janeiro e Montevideo, hanno ripercorso gli eventi contestati al nuovo Papa. Nel pezzo giornalistico, sono esplicitate le durissime accuse, ma anche i controcanti di voci come quella del fondatore della teologia della liberazione Leonardo Boff, che si dice addirittura incoraggiato dalla sua nomina a Pontefice. Alicia Oliveira, ben nota per il suo lavoro nel ruolo di “difensora dei diritti umani” a Buenos Aires, sostiene la versione dei fatti di Bergoglio. Grazie a lui si ritiene scampata a una fine da desaparecida. Si è aggiunto nella difesa di Francesco, la voce autorevole di Adolfo Perez Esquivel, premio Nobel per la pace -per la sua lotta contro la dittatura argentina-, escludendo la presunta complicità dell’Arcivescovo con il regime militare. A dirimere ulteriormente le ombre è intervenuto il giorno dopo l’elezione anche Jorge Ithurburu, presidente dell’Associazione 24 marzo, storica organizzazione parte civile nei processi contro i militari argentini in Italia. Ai microfoni dell’AGI ha respinto con decisione le accuse sui rapporti tra l’arcivescovo di Buenos Aires e la giunta militare negli anni della dittatura. “Una cosa è la responsabilità della chiesa cattolica come organizzazione, un’altra quella dei singoli. Bergoglio all’epoca non era neanche vescovo e di sue responsabilità individuali non c’è traccia. Ho invece notizia del suo lavoro di mediazione per salvare vite in pericolo”. a cura di Emanuela Graziosi

 

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