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Immigrati e frati: stesse celle, stessa chiesa

Immigrati e frati: stesse celle, stessa chiesaAl convento francescano di Valmontone, nella diocesi di Velletri-Segni, vivono tre frati minori e altri 20 «fratelli e sorelle in difficoltà». Stesso refettorio, stessi bagni, stessa chiesa, stesse celle per dormire, in una struttura nata intorno all’anno Mille come monastero benedettino, ceduta ai francescani nel XIII secolo e diventata di passaggio per studiosi di teologia. Fra una Via Crucis e gli affreschi del Seicento che raffigurano vita e miracoli del Poverello di Assisi, vivono una quindicina di migranti.

«Quando li accogliamo, non chiediamo neppure documenti. La persona è al centro di tutto e viene prima di tutto», riferisce padre Domenico Domenici, 66 anni, responsabile della comunità e del progetto Ripa (Rinascere insieme per amore) nato tre anni fa nella parrocchia trasteverina di San Francesco a Ripa e poi mutuato dalle fraternità laziali di Villa Adriana e Artena, oltre a quella di Valmontone. «Le persone vengono inserite nei ritmi di una vita familiare, di casa, fatta di pasti condivisi e momenti di dialogo, ascolto. Cucinano e fanno le pulizie a turno. Ci arrangiamo per capirci nella babele delle lingue.

E la gratuità non è solo economica – il progetto va avanti esclusivamente grazie alla Provvidenza e ai volontari -, ma caratterizza le relazioni fra noi. Non diamo solo un piatto caldo e un tetto: condividiamo la vita con loro, sostenendoli nel trovare un’autonomia e nel fasciare le loro ferite invisibili. Gli altri due frati, anziani, vengono tanto apprezzati per la loro saggezza; nelle culture di chi arriva qui l’anziano è sacro, prezioso». Pian piano «si crea un legame con i parrocchiani, i compaesani», testimonia padre Domenico.

Immigrati e frati: stesse celle, stessa chiesa

«Vengono qui il venerdì per l’adorazione eucaristica, che dura tutta la giornata, e la domenica per la Messa. C’è chi ci porta la spesa e chi le fettuccine fatte in casa, chi gioca con loro a pallone o a biliardino, chi si rende disponibile per organizzare una festa o fare lezioni d’italiano. L’importante è conoscersi: cadono i pregiudizi e parte il coinvolgimento reciproco». Nel convento l’ultimo arrivato è un ragazzo eritreo, mentre da 9 mesi vi abitano due giovani palestinesi nati in Libano, al confine con la Siria: «Erano in tre quando li abbiamo incontrati alla Questura. Avevano le valige mentre facevano la fila per presentare la domanda come richiedenti asilo politico: non sapevano dove andare. A uno solo, finora, è stato riconosciuto lo status di rifugiato; è partito subito per la Germania, dove ha alcuni parenti. I ritardi e le attese della burocrazia accentuano le tragedie umane», osserva il frate, che è stato missionario nella Repubblica democratica del Congo.

«Ci torno ogni anno per tre settimane», aggiunge, «le mie ferie coincidono con la missione in Africa». Poi tornerà a Valmontone, per «ripartire sempre dall’accoglienza, ognuno con le proprie storie».

A cura di Redazione Papaboys fonti: Famiglia Cristiana e San Francesco Patrono d’Italia

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