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Il racconto della Porta Santa del carcere penale di Juliaca in Perù

“Scrivo tenendo tra le mani un lucchetto lucido di mezzo chilo è uno dei grossi lucchetti con i quali nel carcere di castigo, come si dice qui, di Juliaca i prigionieri vengono richiusi ogni sera al calar del sole”. E’ il Carcel Penal de Juliaca, scrive dal Perù mons. Luigi Ginami, presidente dellaFondazione Santina Onlus, “il secondo carcere di massima sicurezza del Perù”.

Carcere

“Il primo si trova a otto ore da qui a Challapalca a circa 4800 metri un freddo incredibile tutto l’anno e condizioni igieniche insopportabili. Si arriva al carcere di massima sicurezza di Juliaca da tutte le parti del Perù. Qui dove vuoi scappare a 3800 metri? Si arriva al carcere di Juliaca talvolta per permettere al prigioniero di adattarsi all’altezza prima di essere spediti a Challapalca. La popolazione carceraria è costituita da più di mille persone per un carcere che può ospitare solo cinquecento prigionieri. È un carcere maschile con una piccola succursale femminile. Tutti accuratamente selezionati, vi sono molti carcerati che scontano ergastolo, altre pene di trent’anni… Fino ad arrivare a quelle di dieci anni. I motivi sono traffico di droga, traffico di minori, omicidi, stupratori….”

 

Il carcere penale di Juliaca sulle Ande

“Grate di ferro si aprono, recinzioni di fili spinati, piano piano mentre entro nel padiglione stabilito per la messa la popolazione aumenta a dismisura. I corridoi sono stretti e sporchi, imbrattati, al pian terreno del padiglione vi sono servizi di spaccio per vendita di dentifrici, saponi, detersivi per biancheria. Ci si muove a fatica per il numero di persone, salgo al secondo piano per benedire una statua della Madonna custodita nel corridoio da un detenuto che sta scontando trent’anni per traffico di droga. I prigionieri mi accolgono con curiosità e rispetto, mi fermo davanti alla cella di Carlos e benedico la Madonnina”. “Sul lungo e stretto corridoio, ci scive mons. Ginami in questa testimoninza di Misericordia, si affacciano le celle. Sono celle impossibili da descrivere. Entrando vi è uno spazio di circa un metro quadrato, sopra la latrina che emana un tanfo insopportabile, vi è un tramezzo di cemento che costituisce una specie di lavandino, il lavandino svolge funzione igieniche per lavarsi e per lavare le stoviglie del cibo. Il rubinetto è arruginito e gocciola impietosamente su una scodella di metallo lurido, che non riconosce da molto tempo l’uso del sapone, come è possibile lavare stoviglie sopra la latrina?” “Alcune pentole sono poste vicino alla latrina e mi rendo conto che hanno un doppio uso quello di servire alla cucina, e alla latrina! Accanto separati da un muro  lungo circa settanta centimetri vi sono due posti letto in muratura sui quali sono appoggiati luridi materassi. Il carcere è colorato dalla biancheria stesa dei carcerati: canottiere, felpe colorate, tute da ginnastica, jeans sono dappertutto.. È biancheria molto povera e trascurata spesso lavata male”.

L’incontro con i carcerati

“Sono davanti alla cella di Carlos trent’anni per traffico di droga. Guardo il suo volto segnato ormai dalla vecchiaia, un crimine commesso ormai molti anni fa ma che pesa ancora fortemente su di lui, vicino a Carlos vi è Rolando un uomo che ha stuprato e violentato donne e bambine e che sta scontando 27 anni di prigione, vi è poi il colombiano Leonardo con un enorme tatuaggio della Vergine con il Bambino Gesù sul braccio sinistro che sta scontando 23 anni per aver ammazzato due uomini in una rapina a Lima”. “Un trafficante di droga, uno stupratore e violentatore di bambini, un assassino: Carlos, Rolando e Leonardo, tre storie terribili, tre uomini concreti davanti, tre storie delle mille chiuse a chiave in quel carcere maledetto. Sono lì davanti a me, non sono al cinema o alla televisione, sono in un’ ala di un carcere di massima sicurezza e sono storie vere, ammesse dai tre carcerati. Riesco a perdonare a Carlos e a Leonardo, ma non riesco a guardare negli occhi lo stupratore di bambini, anzi vorrei ingiuriarlo… Non ci riesco, proprio a guardarlo! Mentre nel cervello frullano tutti questi pensieri e sentimenti, guardo per caso la porta della cella”. “Come a Bangui, prosegue mons. Ginami, si tratta non di una porta ma di un cancello, un piccolo cancello di ferro largo circa un metro, attorno alle sbarre vi sono legate pubblicità di auto potenti, una squadra di calcio, una corona del rosario di plastica bianca….” 

La Porta Santa del carcere 

“E questa, questa sarebbe una porta santa? L’ enorme stupore per quella Porta Santa, quasi blasfema riesce a distogliermi dal pensiero dei miei tre chierichetti vicini Rolando, Carlos e Leonardo e le loro terribili storie. Depongo il secchio con l’acqua bendetta  e con lentezza accarezzo gli stipiti di quella porta, con calma la chiudo e cerco di fare pace con il cervello, non è facile. Attorno si fa silenzio. Inizio a parlare… “Forse una settimana fa avete visto al telegiornale che Papa Francesco a Roma nella Basilica di San Pietro ha aperto una bellissima e grande porta. Vedo dagli occhi dei miei chierichetti che almeno sono a conoscenza della notizia e quindi sono incoraggiato a continuare nel mio discorso. Quella bellissima e preziosa  porta fatta da grandi artisti si chiama porta santa e viene murata per venticinque anni. Attraversando quella porta santa tutti i fedeli che hanno fatto la comunione dopo essersi confessati ricevono una indulgenza plenaria. Li vedo perplessi e sono perplessi anche gli altri carcerati… Non mi seguono più”. “Cambio registro. Papa Francesco ha proclamato un Anno Santo in cui vuole far capire a noi la misericordia di Dio e con il potere che gli compete come papa ci dice che chi attraverserà la porta santa dopo essersi confessato e comunicato tornerà ad essere amico di Dio qualsiasi peccato abbia commesso, anche se abbia ucciso, stuprato o commerciato droga! Anche per voi tre di cui conosco la storia….” 

Il lucchetto della Misericordia

 Esco dal carcere con un pesante lucchetto che chiudeva una delle tante Porte Sante di quelle celle del carcere duro di juliaca. Prima di tornare in Italia facevo incidere sul vecchio e pesante lucchetto le seguenti parole:Anno Santo della Misericordia. Carcere penale di Juliaca, Santa Messa 15.12.15.” “Quel vecchio lucchetto, scrive ancora mons. Ginami, è per me una reliquia dal grande valore spirituale e simbolico, da esso trasuda il groviglio dei peccati e degli errori umani tutti concentrati in quel carcere di castigo, ma da quel lucchetto una grande forza quella di una Porta Santa istituita da un Papa venuto dalla fine del mondo e che si preoccupa non tanto di aprire la Porta Santa in San Pietro, ma nel cuore dell’ Africa ferita dai conflitti….”. “Fino a giungere alle Porte Sante di questo carcere alla fine del mondo, a 3.800 metri di altezza, dove i lama fanno compagnia a questi poveri disgraziati che vivono in condizioni di castigo con grandi e lucchetti pesanti nel cuore… Forse come è avvenuto nel pomeriggio del 15 dicembre 2015, Carlos, Leonardo e Rolando, riusciranno ad aprire il pesante lucchetto del cuore e attraversando la Porta Santa della loro squallida cella, intuire che Dio è più vicino al peccatore che al giusto e che …dove ha abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia”.

Carcere Cuba

Il ritorno a Roma

“Ciao Juliaca. Tra pochi giorni molte ore di aereo, conclude mons. Luigi Ginami, presidente della Fondazione Santina Onlus in questa testimonianza di Misericordia inviata dal Perù, mi riporteranno dall’ altra parte del mondo a Roma, con un pesante lucchetto e nel cuore il segreto desiderio di regalare questo lucchetto a Papa Francesco….”

Redazione Papaboys (Fonte it.radiovaticana.va)

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