I ragazzi di Verona, dalla strage di Monaco all’abbraccio con Papa Francesco

«Il male non può vincere, perché il bene è di più»: è questa l’intuizione dei ragazzi della diocesi di Verona, che venerdì 22 luglio si trovavano a Monaco, quando è avvenuta la strage al centro commerciale ‘Olympia’, nel distretto di Moosach. Il gruppo – circa 300 giovani tra i 16 e i 20 anni e una quarantina tra animatori, sacerdoti e religiose – stava partecipando all’iniziativa promossa dal Centro diocesano di pastorale adolescenti e giovani, che prevedeva una tappa nel capoluogo bavarese nel corso del trasferimento a Cracovia per la Giornata Mondiale della Gioventù. A seguito della sparatoria, ad opera di Ali David Sonboly, 18enne tedesco, figlio di genitori iraniani, che ha provocato nove morti e 16 feriti, e che dopo si è suicidato, la polizia ha blindato la città. Ed è allora che i giovani veronesi hanno assaporato tutta la drammaticità dell’evento.

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In pericolo reale non sono mai stati, perché si trovavano nella zona di Marienplatz, ad una quindicina di chilometri dal luogo dell’accaduto. Ma, dopo essere stati lasciati liberi per andare a cenare, non tutti erano arrivati puntuali al punto di ritrovo stabilito. Qualcuno si era attardato al ristorante o in gelateria, e, poiché gli accompagnatori non riuscivano a mettersi in contatto telefonico, è cominciata la paura, pur nella consapevolezza di essere lontani dall’Olympia. «Con il senno di poi, è andato tutto bene, ma lì la paura, i dubbi, le perplessità erano tanti», dice uno degli accompagnatori, don Cristiano Tezza. Anche perché, proprio per via delle strade bloccate, alcuni si sono ritrovati separati dal resto della comitiva, nel centro storico di una città in preda al terrore, con polizia ovunque, elicotteri ed ambulanze a sirene spiegate.

La decisione del rientro a Verona il giorno successivo, invece di proseguire per Cracovia, è stata presa di comune accordo con le autorità tedesche, e anche perché – com’è comprensibile – i genitori erano preoccupatissimi. Non va dimenticato che buona parte dei ragazzi sono minorenni. «Ma la loro delusione per non poter partecipare alla Gmg era tanta. Noi adulti ce ne saremmo fatti una ragione, ma per loro che hanno 17, 18 anni, non poter fare quest’esperienza sarebbe stato difficile da comprendere, avrebbe voluto dire perdere un’occasione unica», continua don Cristiano. Ma sono arrivate le parole di conforto di papa Francesco. «E’ stato molto importante per i ragazzi aver ricevuto la sua attenzione. Il fatto che il Santo Padre ci abbia invitato a ritornare, ha riaperto la speranza e sanato un po’ la ferita».E’ sicuro che lo incontrerete? “Ci hanno detto che sabato mattina ci riceverà in udienza privata e che alla veglia di sabato sera avremo i posti più vicini a lui».

A Monaco, la notte tra il 22 e il 23 luglio, i veronesi avrebbero dovuto trascorrerla in una palestra ma, proprio a causa delle strade chiuse, non è stato possibile arrivarci.Allora sono stati ospitati da padre Daniel, responsabile della Pastorale giovanile di Monaco, che ha aperto il suo centro; i ragazzi hanno dormito lì, al sicuro. «Abbiamo sperimentato la Provvidenza buona», afferma don Cristiano. E proprio da questa ospitalità è scaturita la riflessione, iniziata già il mattino seguente, e poi continuata in questi giorni. Infatti, dopo essere rientrati a Verona il 23 sera, accolti dalla benedizione del vescovo Giuseppe Zenti, ed essere rimasti in famiglia il sabato e la domenica – “il tempo necessario ad assorbire il colpo, e a rielaborare” -, i ragazzi, quasi tutti, lunedì 25 hanno raggiunto Campofontana, un paese a 1.200 metri, sui monti Lessini, dove la diocesi di Verona ha una casa, per prendere parte alla medesima esperienza di campo-scuola prevista per Cracovia. Poi, giovedì 28, al pomeriggio, tutti sui pullman per arrivare, dopo 18 ore di viaggio, a Cracovia.

«Abbiamo cercato di leggere questa esperienza alla luce del Vangelo del buon samaritano, parabola che avevamo scelto fin dalla partenza – continua don Cristiano -. La nostra rilettura è partita dal fatto che anche noi siamo stati presi dai briganti ma abbiamo trovato tanti samaritani. I ragazzi hanno sottolineato l’accoglienza trovata nei bar, nei fast food, nei negozi, nelle tante famiglie che ci hanno aperto le case. Tutti si sono sentiti accolti e accuditi dal popolo tedesco, che ci ha soccorso subito».   Adesso è il momento di rielaborare l’accaduto.

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«I ragazzi si stanno confrontando sui loro sentimenti, sulle loro emozioni, che intendono esprimere al Papa – riprende don Cristiano -. Loro ammettono che ci sono stati momenti di paura e riconoscono la drammaticità dei fatti di Monaco. Sanno bene che ci sono stati nove morti, che avevano più o meno la loro stessa età, così com’era della loro età chi ha ucciso e si è ucciso. Sono coscienti che è avvenuto un fatto tragico. Ma dicono anche che la semplicità, i rapporti umani veri, sono stati gli aspetti belli di questa terribile situazione. Si sentono tutti accomunati dalla medesima sofferenza. Questa sofferenza ha creato ancor più unità, li fa sentire parte di una cosa sola. Erano già uniti prima, anche tra pullman diversi, per il fatto di andare assieme a Cracovia, questo evento ha rafforzato lo spirito di comunità».

Qualcuno ha manifestato rabbia?
«No, non apertamente. Ovviamente, non è facile intuire quello che è nel loro animo. Per questo, li abbiamo invitati a non avere timore di venirci a parlare, non nel gruppo, se non se la sentono, ma individualmente, in piena libertà. Visto quello che hanno vissuto, sarebbe normale che qualcuno si sentisse nel disagio o nella fatica. Però la possibilità di continuare l’esperienza a Campofontana, ha rappresentato un toccasana, per capire insieme che è vero che il male c’è, ma che quando il bene si mette all’opera, fa molto di più. Eravamo già immersi nella tematica del bene e del male. Venerdì 22 luglio, in mattinata, eravamo stati a visitare il campo di concentramento di Dachau (con oltre 40.000 ebrei lì morti, Dachaum insieme ad Auschwitz, è per l’immaginario collettivo il simbolo dei lager nazisti, ndr.), uno dei tanti programmi alternativi organizzati dalla nostra diocesi in preparazione alla Gmg, perciò erano già provati da quell’esperienza atroce. C’è il male, ma anche tanto bene, dicono. Insomma, stanno rileggendo il tutto in maniera positiva, anche grazie alla sensibilità di papa Francesco che li vuole con lui».




di Romina Gobbo per Famiglia Cristiana

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