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E’ tornato alla casa del Padre il Patriarca emerito di Venezia Marco Cè

Si è spento ieri all’età di 88 anni il cardinale Marco Cè, patriarca emerito di Venezia. Il porporato è morto all’ospedale Santi Giovanni e Paolo di Venezia, dove era ricoverato dal 19 marzo scorso per la frattura di un femore, in seguito ad una caduta in casa. Il Patriarcato di Venezia tramite un comunicato stampa ha annunciato la morte del porporato: “Il Patriarca Francesco Moraglia, i sacerdoti e i diaconi, i consacrati, le consacrate e i fedeli laici della Diocesi di Venezia annunciano che questa sera il card. Marco Cè, Patriarca emerito di Venezia, ha raggiunto la Casa del Padre. La morte è avvenuta alle ore 20.15 all’Ospedale Ss. Giovanni e Paolo di Venezia dove era ricoverato dal 19 marzo scorso per le conseguenze della frattura del femore. La sera della Domenica delle Palme (13 aprile) aveva chiesto e ricevuto, dal Patriarca Francesco Moraglia, il sacramento dell’unzione degli infermi. Le sue condizioni di salute si erano poi ulteriormente e definitivamente aggravate nelle ultime ore. Proprio ieri sera (domenica 11 maggio), inoltre, il Patriarca Francesco aveva confessato il card. Cè impartendogli l’assoluzione e l’indulgenza plenaria e ricevendo da lui un ultimo “grazie”. Alle ore 20.30 di domani sera – martedì 13 maggio – nella basilica cattedrale di S. Marco a Venezia avrà luogo la recita del Rosario, presieduta dal Patriarca Francesco che chiede a tutti i credenti il bene della preghiera di suffragio. Il card. Cè era nato a Izano, in provincia di Cremona e diocesi di Crema, l’8 luglio 1925. Compì gli studi teologici presso la Pontificia Università Gregoriana e il Pontificio Istituto Biblico conseguendo la laurea in teologia dogmatica e la licenza in Sacra Scrittura; fu ordinato sacerdote 65 anni fa, il 27 marzo 1948 a Crema, e nella sua diocesi di origine fu, per molti anni, prima vicerettore e poi rettore del Seminario. Il 22 aprile 1970 venne eletto vescovo da Paolo VI e nominato ausiliare del card. Poma nella diocesi di Bologna. il 30 aprile 1976 fu nominato, dallo stesso Paolo VI, assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica italiana. Giovanni Paolo II lo chiamò quindi – era il 7 dicembre del 1978 – a reggere il Patriarcato di Venezia di cui prese possesso canonico il 1° gennaio 1979 mentre il suo ingresso in città risale al 7 gennaio successivo, allora solennità dell’Epifania. Fu creato cardinale, sempre da Giovanni Paolo II, il 30 giugno 1979. Dopo 23 anni di governo pastorale della diocesi lagunare, dal 5 gennaio 2002 era divenuto Patriarca emerito di Venezia continuando, sino a pochi mesi fa, ad esercitare in pieno il suo ministero occupandosi soprattutto della cura spirituale delle persone e, in particolare, degli esercizi spirituali diocesani”.

Il racconto della “vecchiaia bella” del Patriarca emerito Marco-. L’ultimo scritto del card. Cè, a marzo 2014, su Gente Veneta:  “Come vivo i miei 88 anni ormai suonati da un pezzo? La prima cosa che mi viene da dire è che li vivo con stupore e riconoscenza: sono tanti e ne sento il peso!”: cominciava così la splendida testimonianza scritta dal card. Cè, per il settimanale diocesano Gente Veneta, proprio pochi giorni prima della frattura del femore e del conseguente ricovero in ospedale avvenuto il 19 marzo 2014. “Ma ogni mattina – osservava il Patriarca emerito Marco -, risvegliandomi, ringrazio il Signore per il dono del nuovo giorno e gli chiedo la grazia di viverlo bene e con riconoscenza: perché se è vero che le forze sono diminuite e molte cose che una volta facevo, adesso non sono più in grado di farle; è altrettanto vero che i giorni che il Signore mi dà, a uno a uno ormai, sono pieni di cose belle. Tutti i giorni celebro l’Eucaristia, prego la Liturgia delle Ore e il Rosario e la preghiera mi mette in comunione con tutta la Chiesa e con tutto il mondo. Adesso ho più tempo per pregare e per pregare bene. Nella mia vita (66 anni da prete e 44 da vescovo) sono venuto a contatto con infinite persone: nella preghiera amo ricordarle e affidarle alla misericordia del Signore. La preghiera mi dà anche la forza di portare le mie fatiche. A 88 anni ce ne sono. Ma, mi dico: e a 40 non ci sono? E’ un pensiero sano, questo, che mi trattiene dalla lamentosità, sempre in agguato se si è meno che vigilanti. Devo poi dire che, per quanto le forze siano molto diminuite e la deambulazione si sia fatta molto difficile (da parecchi mesi sono chiuso in casa), mi è possibile ancora fare delle cose che riempiono di senso la vita. Quando mi è dato di leggere il Vangelo con dei giovani e con degli adulti, al di là di ogni fatica, io sono felice. E quando mi si apre la strada per dire alle persone che Dio le ama, che le ama sempre e le cerca, anche quando fuggono lontano da Lui. Che le ama con amore gratuito, non perché loro se lo meritino, ma perché Lui è l’Amore e l’Amore ama sempre. Quando mi è dato questo, posso assicurare che sento che anche gli anni di un vecchio hanno senso. L’annuncio dell’Amore di Dio apre i cuori e dà speranza. Non c’è niente di più bello che dare speranza ai fratelli”.

Sul suo legame con la città e la Chiesa veneziana, poi, scriveva: “Aggiungerò poi che per me vivere a Venezia, dove per 23 anni ho svolto il ministero di patriarca, cioè di “padre”, è avere una famiglia. A Venezia ho predicato il Vangelo, ho seguito le comunità anche nei momenti di sofferenza, ho avvicinato tante persone, mi sono fatto umilmente prossimo di tante sofferenze; ho amato i miei preti ed essi mi hanno sostenuto nel mio ministero. Sì, posso dire di aver amato Venezia, come un padre, e Venezia mi ha risposto: pur nella solitudine “monastica” che segna quest’ultima fase della mia vita, nella mia Chiesa, mi sento voluto bene”. Il card. Cè chiudeva, infine, il suo scritto con un affettuosissimo riferimento al suo segretario particolare mons. Valerio Comin: “C’è ancora un altro grande dono di Dio che sostiene i miei giorni anche nelle loro fatiche. Quando io venni a Venezia, ai primi del 1979 non conoscevo nessuno e non conoscevo la città. Allora mi affidarono a un sacerdote, di 49 anni, che, per il ministero svolto, conosceva molto bene Venezia e la terraferma. Sarebbe stato con me due mesi, mi avrebbe introdotto in una conoscenza essenziale della Diocesi. Poi io stesso mi sarei scelto il segretario. In realtà i due mesi sono diventati 35 anni di cammino fatto insieme, da fratelli: uno più anziano, l’altro un po’ più giovane; diversi di temperamento, ma che si sono voluti bene. Una grazia impagabile di fraternità, che vorrei augurare a tutti”. di Giovanni Profeta

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