Don Salvatore Maiorana, parroco dell’isola di Ponza tra isolamento e mancanza di servizi

In estate l’arcipelago pontino è meta ambita dai turisti, ma nel resto dell’anno l’isolamento e la mancanza di servizi sono un problema. Tuttavia il prete non abbandona la sua comunità

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In estate l’isola si riempie di turisti, l’aria profuma di mare e il paesaggio sembra una tavolozza di colori. Ma quando la bella stagione finisce e porta via vacanzieri e lavoro, vivere a Ponza non è uno scherzo: bisogna fare i conti con l’isolamento quando il mare è grosso, i servizi sono scarsi, e sono pochi gli abitanti che resistono. Tra loro c’è anche padre Salvatore Maiorana, 75 anni, che da 33 è parroco di Maria Santissima Assunta in Cielo nell’isola perla dell’arcipelago pontino a 21 miglia nautiche dalle coste del Lazio. Più esattamente siamo a Le Forna, frazione dell’unico comune dell’isola che di parrocchie ne ha due (l’altra è giù al porto), con 1.300 abitanti e le case bianche strette proprio attorno alla chiesa e a questo sacerdote di origine campana.

MA MI SONO SUBITO TROVATO COSI’ BENE CHE NON L’HO LASCIATA PIU’

«Sono entrato giovanissimo nei Frati minori conventuali», inizia a raccontare padre Maiorana, «e poi sono finito a Scauri, nell’arcidiocesi di Gaeta, e 33 anni fa ho chiesto l’incardinazione come prete diocesano. Mi hanno mandato subito a Ponza e ricordo che allora non realizzai neppure che si trattava di un’isola. Ma mi sono subito trovato così bene che non l’ho lasciata più, neppure d’inverno, quando le giornate sono corte ma allo stesso tempo lunghe da riempire, con tanta gente che va a lavorare sulla terraferma, compresi i giovani per motivi di studio. Qui restano solo i pescatori e qualcuno addetto all’edilizia. E dopo il lavoro sono tutti bar, casa e chiesa».

Solo, però, il parroco di Le Forna non lo è mai: «La gente mi ha praticamente adottato e ci sono due-tre famiglie che addirittura pensano alle mie necessità, compreso il mangiare. Mi chiamano tutti “padre” e a me fa piacere, non per un vezzo, ma perché così resto unito alle mie radici francescane»

UN PADRE PER TUTTI

In effetti, a Le Forna padre Maiorana è un punto di riferimento per tutti, con la sua chiesa, peraltro continuamente abbellita nel corso di questi tre decenni: «La tengo sempre aperta. E anche per le Confessioni sono sempre a disposizione, basta chiamarmi. Dico una Messa al giorno e tre alla domenica. Durante la settimana porto la comunione ai malati, visito gli anziani, seguo tutte le attività pastorali, compresa la realizzazione di un grande presepe che prepariamo per mesi e che i turisti possono ammirare anche d’estate» quando, tra alberghi e seconde case, a Le Forna arrivano altre 5-6 mila persone. «Una volta sono venuti in chiesa anche i reali del Belgio, molto gentili. I vip, invece, in genere restano al largo, sugli yacht. Ma qualche parrocchiano mi ha detto di aver visto dei calciatori e degli attori famosi entrare in chiesa, dire una preghiera e accendere una candela, senza dare nell’occhio». «La mia gente», prosegue il parroco, «è molto generosa, con una fede autentica. Da anni, ad esempio, sosteniamo un ospedale per bambini nelle Filippine. Certo, qualcosa sta cambiando anche qui, nei valori, nella forza della famiglia. Cosa vuole, tutto il mondo è paese…».

QUELLI CHE RESISTONO

E il suo mondo è in questo paese «ma con tanti problemi, che d’inverno aumentano. Non c’è una banca, i servizi sono pochi. E se il mare è grosso, i collegamenti con la terraferma sono difficili. In parrocchia non abbiamo spazi idonei, a parte quelli della chiesa. E così per il catechismo spesso mi appoggio a case private. Non ho neppure l’aiuto delle suore: le ultime, le Adoratrici del Sangue di Cristo, sono andate via 15 anni fa. Però io sto bene. Mi hanno fatto anche cittadino onorario e sei mesi fa, per il 50° di sacerdozio, ho celebrato con papa Francesco a Santa Marta. Volevo invitarlo a Ponza, ma ha così tanto da fare…». Proprio come padre Salvatore, che non sta fermo un attimo, anche per preparare le varie processioni delle feste popolari. «No, non mi sento mai solo. E poi ho un bel crocifisso in chiesa a farmi compagnia».

Di Igor Traboni per Credere.it

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