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Chi è Jennifer Lahl, l’attivista che denuncia il «business riproduttivo» e che parlerà al Family Day

Parlerà anche Jennifer Lahl (foto a fianco) al Family Day che si terrà a Roma, il 30 gennaio, al Circo Massimo. L’ex infermiera americana si batte da anni per la difesa dei diritti delle donne e dei bambini in tutto il mondo, realizzando inchieste e filmati sui pericoli nascosti dietro alle pratiche come “donazione” di ovuli, fecondazione assistita e utero in affitto.

Jennifer-Lahl

UTERO IN AFFITTO. L’attivista e filmmaker, tra le promotrici della petizione per vietare in tutto il mondo la maternità surrogata, è stata invitata solo pochi giorni fa, ma come riportato dal Corriere della Sera ha risposto agli organizzatori della manifestazione: «Se è importante per la causa non mi tiro indietro, troppe coppie europee vengono da noi per sfruttare l’utero delle americane». Se al Circo Massimo si parlerà anche di utero in affitto è perché il ddl Cirinnà prevede per le coppie omosessuali il ricorso alla “stepchild adoption“, una pratica che potrebbe facilmente portare alla legalizzazione di fatto della maternità surrogata.

«BUSINESS RIPRODUTTIVO». Fondatrice e presidente del Center for Bioethics and Culture Network, Lahl si è fatta conoscere in tutto il mondo nel 2011 grazie al documentario Eggsploitation che racconta il dramma della fecondazione eterologa e dello sfruttamento delle donatrici di ovuli. Dopo aver affrontato il dramma dei figli nati in provetta (nel documentario Anonymous Father’s Day), spesso impossibilitati a conoscere i propri genitori, l’attivista ha continuato a denunciare il «business riproduttivo» con un cortometraggio sull’utero in affito intitolato: Breeders: a Subclass of Women? (Allevatrici: una sottoclasse di donne?).

Milano, compravendita di semi e ovuli, e uteri in affitto




PUR DI AVERE UN FIGLIO. In un’intervista a tempi.it del 2012 ricordava: «La legalizzazione della fecondazione extracorporea, sia omologa sia eterologa, è un male in sé, per noi, per figli che nascono e per quelli sacrificati per loro. Siamo disposti a tutto pur di avere un figlio, anche a farci manipolatori della sua vita e di quella di altri. E non c’è nulla che ce lo vieti. Questo perché la nostra cultura ha l’idolo della tecnologia come se fosse buona in sé. Da quando abbiamo disgiunto l’atto sessuale dalla procreazione, sottomettendola alla tecnica, entrambi sono diventati freddi, disumani e percepiti come pericolosi. Finché il popolo non sarà cosciente di quello che sta accadendo sarà difficile che nasca una nuova istanza e che quindi la politica si muova. Per questo il nostro network cerca innanzitutto di educare le persone».




Redazione Papaboys (Fonte www.tempi.it)

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