Quito. I gesuiti: La nostra tavola come a Emmaus

Quito. I gesuiti: La nostra tavola come a Emmaus«Adesso li ho conosciuti entrambi: Jorge Mario Bergoglio e papa Francesco», scherza padre Fabricio Alaña. L’attuale rettore dell’Istituto Javier di Guayaquil è uno dei novizi protagonisti dello scambio formativo avviato con Buenos Aires, proprio grazie all’iniziativa dell’allora superiore dei gesuiti argentini, Bergoglio. Nel 1989, padre Fabricio si è specializzato in lettere e filosofia al Collegio Máximo, il cui rettore era appunto il futuro Pontefice. La stessa persona che ieri è tornata fra le mura pastello dell’edificio in cui studiano 1.600 ragazzi tra i 2 e i 17 anni. Non più, però, come confratello bensì come vescovo di Roma.

Quale effetto le ha fatto?
È stato molto più di un privilegio. Più di una benedizione, dato che Dio ci benedice ogni giorno con la sua grazia. La visita del Papa ci ha fatto rivivere il senso più profondo del nostro essere comunità. Una comunità di religiosi, una comunità di credenti, una comunità di amici nel Signore. E gli amici si danno forza a vicenda per continuare a lavorare per il regno di Dio e la sua giustizia. Oltretutto Francesco ha scelto un modo altamente simbolico di stare fra noi: condividere la tavola. Nello spezzare il pane insieme, i discepoli riconoscono Gesù. Per un cristiano, dunque, riunirsi alla medesima tavola, vuol dire condividere la vita, nella fede.

Lei aveva conosciuto Mario Bergoglio al Máximo.
Già. Quando arrivai, mi resi conto che per gli argentini era quasi un mito. E presto lo diventò anche per noi. Un uomo molto concreto, con mani e piedi che si sporcava continuamente nel fango dei quartieri dove facevamo apostolato e dove lui era parroco. Organizzò un piano formativo al cui centro c’era il discernimento delle realtà più che le idee. Non era, però, solo il rettore: era una sorta di «fratello maggiore» capace di preoccuparsi per le zanzare che ci pungevano. E capace di farti tirar fuori le inquietudini più profonde con la stessa naturalezza con cui di domandava: «Hai provato quella deliziosa bistecca che hanno preparato?».

Qual è la missione dell’Istituto Javier?
Siamo una scuola gesuita che va dall’asilo alle superiori. Il nostro obiettivo è educare per trasformare vite, cuori e menti e renderli più simili allo stile di Gesù. Ovvero formare donne e uomini per e con gli altri, che contribuiscano allo sviluppo sostenibile del Paese nel rispetto della creazione. E che promuovano il Vangelo della giustizia e della fraternità. Non si tratta solo di trasmettere cultura, bensì di riempirla di passione per la causa del Regno.

In pieno stile ignaziano.
Noi gesuiti siamo «contemplativi nell’azione». La passione per Dio si esprime attraverso la «passione per il mondo». In quest’ottica l’educazione è fondamentale come dimostrano le Riduzioni del Paraguay, il volto più autentico della missione gesuitica. Là si dava alla gente una formazione di tutto ciò che fosse humanitas, fides, iustitia, utilitas. Il che significava un’educazione umana integrale comprensiva delle arti, aperta alla trascendenza, basata sulla giustizia come conseguenza del riconoscimento della dignità dell’essere umano e dei popoli. E che fornisse ai giovani gli strumenti per andare avanti, sviluppando le proprie capacità in armonia con l’ambiente circostante. Il paradigma è rimasto lo stesso, anche se utilizziamo termini più «moderni» per definirlo: formare persone competenti, compassionevoli, impegnate, consapevoli.

Di Lucia Capuzzi per Avvenire

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