Papa Francesco visita gli ultimi fra gli ultimi, gli scartati del carcere di Palmasola

Papa Francesco visita gli ultimi fra gli ultimi, gli scartati del carcere di PalmasolaPapa Francesco ha visitato il carcere di Palmasola, un carcere grande come una città. In questo carcere, un ghetto, un agglomerato di baracche e fango, i detenuti si autogestiscono. All’interno del carcere possono entrare liberamente le famiglie, mogli e figli dei detenuti, ma in questo modo entrano anche prostitute, stupefacienti e perfino armi da fuoco. Palmasola è considerato il carcere più pericoloso dell’America Latina.

E’ un ghetto anche di ingiustizia non solo perchè le condizioni, la promiscuità, il sovraffollamento, facilitano la corruzione, ma anche perchè la maggior parte dei detenuti (l’85% n.d.r.) vi è rinchiuso senza che sia stata pronunciata una sentenza definitiva e alcuni… si trovano lì addirittura senza che sia stato formulato un vero e proprio capo d’accusa.

In mezzo a questi esclusi, scartati, ultimi tra gli ultimi, è arrivato Francesco e si è presentato loro con molta umiltà non come Papa o coe Vescovo di Roma, ma come uomo perdonato e salvato dai suoi peccati.

Di seguito il discorso del Santo Padre:

Cari fratelli e sorelle, buongiorno,

non potevo lasciare la Bolivia senza venire a trovarvi, senza condividere la fede e la speranza che nascono dall’amore offerto sulla croce. Grazie per avermi accolto. So che vi siete preparati e avete pregato per me. Vi ringrazio tanto.

Nelle parole di Mons. Jesús Juárez e nelle testimonianze dei fratelli che sono intervenuti, ho potuto constatare come il dolore non è in grado di spegnere la speranza nel profondo del cuore, e che la vita continua a germogliare con forza in circostanze avverse.

Chi c’è davanti a voi? Potreste domandarvi. Vorrei rispondere alla domanda con una certezza della mia vita, con una certezza che mi ha segnato per sempre. Quello che sta davanti a voi è un uomo perdonato. Un uomo che è stato ed è salvato dai suoi molti peccati. Ed è così che mi presento. Non ho molto da darvi o offrirvi, ma quello che ho e quello che amo, sì, voglio darvelo, voglio condividerlo: Gesù Cristo, la misericordia del Padre.

Egli è venuto a mostrarci, a rendere visibile l’amore che Dio ha per noi. Per voi, per me. Un amore attivo, reale. Un amore che ha preso sul serio la realtà dei suoi. Un amore che guarisce, perdona, rialza, cura. Un amore che si avvicina e restituisce dignità. Una dignità che possiamo perdere in molti modi e forme. Ma Gesù è un ostinato in questo: ha dato la vita per questo, per restituirci l’identità perduta. Per rivestirci con tutta la sua forza di dignità.

Mi viene alla memoria un’esperienza che può aiutarci: Pietro e Paolo, discepoli di Gesù, sono stati anche loro prigionieri. Sono stati privati della libertà. In quella circostanza, c’è stato qualcosa che li ha sostenuti, qualcosa che non li ha lasciati cadere nella disperazione, nell’oscurità che può scaturire dal non senso. E’ stata la preghiera, è stato pregare, preghiera personale e comunitaria. Loro hanno pregato e per loro gli altri pregavano. Due movimenti, due azioni che insieme formano una rete che sostiene la vita e la speranza. Ci preserva dalla disperazione e ci stimola a continuare a camminare. Una rete che sostiene la vita, la vostra e quella dei vostri famigliari. Può parlare di tua madre: la preghiera della madre, degli sposi, dei figli, questa è una rete, è quella la vostra rete che porta avanti la vita.

Perché quando Gesù entra nella vita, uno non resta imprigionato nel suo passato, ma inizia a guardare il presente in un altro modo, con un’altra speranza. Uno inizia a guardare se stesso, la propria realtà con occhi diversi. Non resta ancorato in quello che è successo, ma è in grado di piangere e lì trovare la forza per ricominciare a sperare. E se in qualche momento ci sentiamo tristi, siamo male, siamo abbattuti, vi invito a guardare il volto di Gesù crocifisso. Nel suo sguardo tutti possiamo trovare posto. Tutti possiamo affidare a Lui le nostre ferite, i nostri dolori, così come i nostri errori, peccati, tante cose delle quali ci siamo sbagliati. Nelle sue piaghe, trovano posto le nostre piaghe. Per essere curate, lavate, trasformate, risuscitate. Egli è morto per voi, per me, per darci la mano e sollevarci. Parlate, parlate con i sacerdoti che vengono, parlate con i fratelli e le sorelle che vengono qui… Gesù vuole risollevarci sempre.

Questa certezza ci spinge a lavorare per la nostra dignità. La reclusione non è lo stesso di esclusione, rimanga chiaro questo, perché la reclusione è parte di un processo di reinserimento nella società. Sono molti gli elementi che giocano contro di voi in questo posto – lo so bene – e voi avete citato in modo molto chiaro alcuni di questi: il sovraffollamento, la lentezza della giustizia, la mancanza di terapie occupazionali e di politiche riabilitative, la violenza, carenze di strutture, possibilità di studio universitario… E ciò rende necessaria una rapida ed efficace alleanza fra le istituzioni per trovare risposte.

Tuttavia, mentre si lotta per questo, non possiamo dare tutto per perso. Ci sono cose che possiamo già fare ora.

Qui, in questo Centro di Riabilitazione, la convivenza dipende in parte da voi. La sofferenza e la privazione possono rendere il nostro cuore egoista e dar luogo a conflitti, ma abbiamo anche la capacità di trasformarle in occasione di autentica fraternità. Aiutatevi tra di voi. Non abbiate paura di aiutarvi fra di voi. Il demonio cerca la rivalità, la divisione, le fazioni. Non dategli spazio! Lottate per andare avanti uniti.

Mi piacerebbe chiedervi di portare i miei saluti ai vostri famigliari, alcuni di loro sono qui. È tanto importante la presenza e l’aiuto della famiglia! I nonni, il padre, la madre, i fratelli, la moglie, i figli ci ricordano che vale la pena vivere e lottare per un mondo migliore.

Infine, una parola di incoraggiamento a tutti coloro che lavorano in questo Centro: ai dirigenti, agli agenti della Polizia penitenziaria, a tutto il personale. Voi fate un servizio pubblico fondamentale. Avete un compito importante in questo processo di reinserimento. Il compito di rialzare e non di abbassare; di dare dignità e non di umiliare; di incoraggiare e non di affliggere. Questo processo richiede di abbandonare una logica di buoni e cattivi per passare a una logica centrata sull’aiutare la persona. Questa logica salverà voi da ogni tipo di corruzione e migliorerà le condizioni di tutti. Poiché un processo vissuto così ci nobilita, ci incoraggia e ci rialza tutti.

Prima di darvi la benedizione vorrei che pregassimo in silenzio un momento nel silenzio del proprio cuore. Ciascuno sa come farlo.

Per favore, vi chiedo di continuare a pregare per me, perché ho anch’io i miei errori e devo fare penitenza. Molte Grazie.

Di Alessandro Ginotta  per PAPABOYS 3.0

Questo articolo fa parte dello Speciale Papaboys Viaggio Apostolico di Papa Francesco in America Latina tutti gli appuntamenti, tutte le dirette, le fotografie, i discorsi…

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