Quell’unità tra fratelli che rinasce dal perdono

Papa Francesco entra nel tempio Valdese e il pastore valdese Paolo Ribet lo chiama fratello. Nasce così un incontro: guardare l’altro, pensare l’altro, abbracciare l’altro come un fratello. “Uno dei principali frutti che il movimento ecumenico ha già permesso di raccogliere in questi anni è la riscoperta della fraternità che unisce tutti coloro che credono in Gesù Cristo e sono stati battezzati nel suo nome”. Un fratello: stesso sangue, stessa madre, stessa casa, stessa storia. Perché non è sufficiente “sentirsi” fratelli, lo si è. Differenze? Certo, ci sono differenze. Tra fratelli si chiamano ricchezze, tra nemici si chiamano divergenze insanabili. Cosa affratella due confessioni religiose che si sono fatte la guerra, quella vera, non quella metaforica intellettuale ma quella fatta con il sangue e i morti? Il Papa è chiaro: “Questo legame non è basato su criteri semplicemente umani, ma sulla radicale condivisione dell’esperienza fondante della vita cristiana: l’incontro con l’amore di Dio che si rivela a noi in Gesù Cristo e l’azione trasformante dello Spirito Santo che ci assiste nel cammino della vita.” Insomma, parla dello Spirito Santo. Non si va alle periferie ecumeniche solamente con un buon progetto in mano, ottime intenzioni e tanti pensieri giusti, ci vuole lo Spirito Santo. Dio, Gesù, Spirito Santo. Amore, incontro, trasformazione. Eccolo l’unico “assistente” di cui abbiamo bisogno per essere trasformati in Lui. Lo Spirito Santo che trasforma i nemici in fratelli, i cristiani in Cristo. Poi, però, si cammina. Perché in questo caso le periferie, anche se sono vicine, anche se si chiamano cristiane, sono lontante. “Si tratta di una comunione ancora in cammino – e l’unità si fa in cammino – una comunione che, con la preghiera, con la continua conversione personale e comunitaria e con l’aiuto dei teologi, noi speriamo, fiduciosi nell’azione dello Spirito Santo, possa diventare piena e visibile comunione nella verità e nella carità.” Non bastano mai le parole, neanche se sono quelle giuste. Un buon inizio è incoraggiante ma non è tutto. Non basta chiamarsi fratelli per esserlo. Sono necessari i gesti, le opere, la vita fraterna. E il Papa lo sa che la comunione è in cammino. Che non tutto è risolto. Però sa anche che la vita non è un problema da risolvere ma un dono da onorare e godere. Per questo l’unità a cui aspiriamo si fa in cammino, si fa se ognuno pensa a convertire sé stesso prima che l’altro. E qui arriva qualcosa che mi ha commosso in modo particolare: come quando nel 2000 Giovanni Paolo II in mondovisione aveva chiesto perdono a tutti per tutto. Senza se e senza ma. Perdono. E, come sempre accade con l’amore, quel perdono ha continuato a dare frutti e ad essere fecondo: così oggi, in una chiesa Valdese di Torino, un Papa, Francesco, davanti alla tv e davanti a Dio chiede nuovamente perdono: “Riflettendo sulla storia delle nostre relazioni, non possiamo che rattristarci di fronte alle contese e alle violenze commesse in nome della propria fede, e chiedo al Signore che ci dia la grazia di riconoscerci tutti peccatori e di saperci perdonare gli uni gli altri. È per iniziativa di Dio, il quale non si rassegna mai di fronte al peccato dell’uomo, che si aprono nuove strade per vivere la nostra fraternità, e a questo non possiamo sottrarci. Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono. Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!” Voglio imparare dal Papa. Il perdono è una grazia che non dovremmo mai stancarci di chiedere e invece ci stanchiamo e chiediamo giustizia. Ma Papa Francesco raccoglie l’eredità di San Giovanni Paolo II e chiede perdono ai valdesi. In quella richiesta di perdono, ci siamo tutti. Il Papa infatti parla al plurale. Perché quando chiediamo perdono non facciamo qualcosa che si può fare solo con le nostre forze ma ci vuole un coro unito al Padre. Chiedere perdono è un po’ come recitare il Padre Nostro, ci vuole il plurale. Ci vogliono tutti e tutti uniti. Non si può essere fratelli se ci si sente figli unici. Diamoci da fare.

Di Don Mauro Leonardi

Articolo tratto da IlSussidiario.net

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