Una notte con Padre Konrad – La mano della carità di Papa Francesco

Arriva alle nove meno un quarto guidando la sua Fiat Qubo bianca targata SCV. La gente è già in coda per il pasto caldo, come accade tutte le sere, in via Marsala – stazione Termini – in quello spazio tra il supermercato e l’uf•ficio postale diventato per tanti l’estremo rifugio nella miseria.

Qui si alternano, tutti i giorni dell’anno, le varie associazioni a portare minestre e pasta, panini e pizza calda, uova sode e dolcetti. Monsignor Konrad Krajewski è di casa tra queste povertà. La macchina è piena di succhi di frutta e latte, di mandarini, acqua e coperte. «L’ultima volta ci ha portato degli ombrelli», racconta Emanuele, contento della giacca seminuova che qualcuno ha buttato via, nella spazzatura, e che lui ha ricuperato «perché non si sprecano così le cose, e poi è proprio la mia taglia, vede come mi sta bene?».
Fa ancora freddo, di notte, e in tanti si riscaldano nei sacchi a pelo che don Corrado, come lo chiamano tutti, ha distribuito già da tempo per conto del Papa. «Viene spesso con cose diverse», aggiunge Giuseppe, «quando ha qualcosa che ci può essere utile ce la porta senza tanti complimenti». Si dà da fare per aiutare l’arcivescovo polacco, insieme con altri, con il suo cappellino rosso e i modi affabili che quasi lo confondono con i volontari. In pochi secondi il tavolino è pronto, i succhi aperti, la gente rimessa in •fila. E se l’elemosiniere del Papa non ama le interviste, è generoso di parole con chi ha più bisogno.
Don Corrado mescola, alle bibite che versa nei bicchieri, sorriso e ascolto, qualche battuta per smorzare le tensioni, per accendere le speranze, per dare sostegno. Non è semplice gestire quasi 200 persone in lotta per la sopravvivenza. Basta una fi•la saltata, un diverbio banale e si è pronti alla rissa violenta. «Per questo cerchiamo sempre di assicurare anche una protezione e un servizio d’ordine», spiega monsignor Vittorio Formenti, cappellano capo della delegazione di Roma del Sovrano ordine di Malta. Tocca a loro, tutti i martedì, la distribuzione dei pasti, mentre ogni terza domenica del mese è il turno del Pozzo di Giacobbe, con l’iniziativa “Apri le braccia a tuo fratello”. In quell’occasione sono coinvolte anche le Figlie di San Paolo, con la loro comunità di Castro Pretorio guidata da suor Cristina Beffa. Il cortile della libreria fa da base per i volontari e la cappella accoglie tutti per la preghiera •finale ecumenica in cui sono coinvolti anche i pastori protestanti e metodisti. «Quando capita che monsignor Konrad venga durante il nostro turno ci dà un grande incoraggiamento a continuare», dice Giovanni, con la moglie Nadia e Daniele, coordinatore dell’iniziativa.
In questo martedì, intanto, don Corrado va e viene dalla macchina. C’è sempre qualcosa da prendere, un bisogno da soddisfare. E lo fa con quell’intelligenza del cuore che gli fa distinguere i bisogni veri dalla furbizia. «Se portassi mille sacchi a pelo andrebbero via tutti, anche se qui ci sono meno di 200 persone», ci spiega quando gli segnaliamo due ragazzi che ne vorrebbero alcuni, «se gli serve lo avranno, ma bisogna conoscere le situazioni». E lui ha imparato a farlo percorrendo in lungo e in largo le periferie di Roma per organizzare la carità del Papa. Ma non è solo un “esecutore”, monsignor Krajewski. Lo si vede da come stringe le mani, da come scherza, da come risponde agli sguardi, dalla grande capacità di ascolto. «Anche noi vi facciamo un favore», commenta Costantino osservando l’arcivescovo polacco intento a dare consigli, «perché vi forti•chiamo. Stare qui in mezzo a noi richiede l’esercizio della pazienza, la virtù dei forti». Non vuole dire il suo lavoro, Costantino, ma cita frasi in latino e date di storia e qui tutti lo chiamano «il professore».
Prova a scherzare sul suo nome, «quello dell’imperatore che sognò la croce e la frase in hoc signo vinces. Quale sarà la mia vittoria?». Si prende in giro con ironia, «perché l’ironia è la medicina che ti salva dalla depressione, l’unico scudo in questa vita per strada». Non racconta come è •finito a dormire accanto alla stazione, «meglio pensare al domani, senza guardarsi troppo indietro». Una casa, anzi una stanza da suo fratello, ce l’ha, invece, Pino. Faceva il sarto, ma a 74 anni, con la pensione sociale e senza altri aiuti non ce la fa a tirare avanti. «Vengo qui a prendere da mangiare perché non posso permettermi di fare la spesa e di lavorare. Ogni tanto rammendo qualcosa per me, riadatto i vestiti, ma con gli anni e gli acciacchi, non riesco a fare di più».
Gli italiani crescono di numero, come un po’ ovunque. Spostati sulla strada dalla perdita del lavoro, dai divorzi, dalle perdite al gioco. La risalita è dif•ficile, per alcuni impossibile. Abbaiano il pastore tedesco e il grande molosso nero aizzati dai padroni un po’ troppo alticci, qualcuno è pronto a tirare fuori i coltelli. «Il vero impegno, come vedete, non è dare da mangiare», spiega monsignor Formenti, «ma ascoltare le storie e cercare di capire come tirarli fuori da queste situazioni». Un primo passo in avanti è quello di riconquistare la dignità. Di sentirsi persone come le altre, anche se tutta la propria vita è spesso racchiusa in poche buste o in uno zaino sulle spalle. E quello, almeno, sembra dare una parvenza di normalità.






Alla fi•ne della cena e dell’ascolto, i credenti, ma anche qualcuno che non crede, si mettono in cerchio in preghiera. Don Corrado ha portato il Vangelo della Misericordia, quello di Luca, che papa Francesco ha fatto distribuire al termine del suo Angelus. «Nelle ultime pagine c’è l’elenco delle opere di misericordia corporale e spirituale. Ce l’ho per tutti voi, perché la vostra piazza San Pietro è qui», dice l’elemosiniere prima di cominciare a recitare l’Ave Maria e il Padre Nostro. Poi, così come è arrivato, discreto, va via. Un braccio sporto appena dal •finestrino a salutarci, la macchina bianca che si perde nella notte di Roma…




Fonte www.famigliacristiana.it/Annachiara Valle

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