Domenica di preghiera per Nelson Mandela nelle chiese del Sudafrica

nelson_mandelaOggi, in tutte le chiese del Sudafrica, i fedeli si sono radunati per pregare per Nelson Mandela, scomparso il 5 dicembre all’età di 95 anni. A Johannesburg si è svolta una cerimonia solenne in una chiesa metodista con il presidente Jacob Zuma. Ma il primo grande appuntamento per ricordare il primo presidente del Sudafrica democratico è fissato per martedì, quando ci sarà la Cerimonia di omaggio ufficiale al Soccer City Stadium di Soweto, che vedrà la partecipazione di capi di Stato e di governo di tutto il mondo. I funerali si svolgeranno il 15 dicembre a Qunu, villaggio natale di Mandela. Ma qual è il volto del Sudafrica che si prepara a dare l’ultimo saluto a Madiba? Fabio Colagrande della Radio Vaticana ne ha parlato col padre comboniano Efrem Tresoldi, direttore di Nigrizia, per 20 anni missionario nel Paese (intervista anche in audio):RealAudioMP3 

R. – Come ben si sa anche in Sudafrica, dopo la fine dell’apartheid e l’inizio del nuovo Sudafrica, dopo i primi entusiasmi di giustizia sociale, di eguaglianza, ha prevalso invece in molti aspetti la logica del potere, della corruzione, dell’arricchimento, dell’individualismo. Penso che a questo falso ideale abbiano aderito anche tanti giovani che magari sono disoccupati, hanno una poverissima istruzione scolastica, quindi guardano alla politica semplicemente come un modo per arricchirsi, per arrivare al potere e riuscire a mettere da parte risorse per se stessi e per la propria famiglia. Quindi, è uno svilimento della politica e non era certo questo il messaggio di Mandela che ha sempre lottato per una politica che potesse essere un modo concreto per realizzare l’ideale di uguaglianza, di solidarietà, di libertà, di dignità umana.

D. – Nelson Mandela non professava una religione, pur essendo stato battezzato; eppure in Sudafrica è stimato da tutti, cristiani, induisti, musulmani. Qual era il suo rapporto con la religione?

R. – Ha sempre avuto parole di grande rispetto per la Chiesa. Forse la cosa più bella che ha fatto come segno concreto di riconoscenza e di gratitudine alle Chiese, è stato quando ha istituito la Commissione per la verità e la riconciliazione nel ’94 e ne ha affidato l’incarico all’arcivescovo anglicano Desmond Tutu. Disse loro: “Voi come Chiese avete gli strumenti di fede, come la confessione, il pentimento, il risarcimento, la riconciliazione”, e questi sono strumenti importanti da applicare poi nel cammino che è stato fatto con la Commissione per la verità e la riconciliazione.

D. – Perché il suo esempio è andato oltre il Sudafrica e lo ha trasformato davvero in un’icona per tutto il mondo…

R. – Credo sia diventato un’icona universale perché è stato anche l’uomo del dialogo. Ha saputo aprire un varco là dove nessuno avrebbe voluto o potuto avventurarsi: colloquiando, aprendo le porte al dialogo con i nemici storici, politici, quindi al governo di allora, quello segregazionista. Quindi, questa sua volontà di colloquiare di dialogare con coloro che erano ritenuti nemici sapendo che pian piano era possibile riuscire a trovare un accordo. Poi ci sono stati tre anni di mediazioni difficilissimi, ma anche molto fruttuosi che hanno portato veramente al nuovo Sudafrica grazie anche proprio al suo carisma.

D. – Qual è il suo ricordo di Mandela?

R. – Una cosa che mi ha sempre colpito è che non ha ceduto alle lusinghe del potere: una volta raggiunto il vertice del comando del Paese non è poi caduto nella stessa trappola di tanti altri eroi, liberatori del loro popolo che una volta al potere si sono trasformati in “oppressori”. Mandela ha saputo capire il proprio limite, l’anzianità in questo caso. A 76 anni diceva: “Non posso pretendere di governare un Paese così complesso, che esce da un periodo difficilissimo; occorrono tante energie per ricostruirlo. Accettò di candidarsi al primo mandato come presidente della prima Repubblica democratica sudafricana solo a condizione che non sarebbe stato rieletto poi per un secondo mandato. Quindi, tra le sue tante doti c’è questa libertà dal potere, perché ha sempre inteso l’autorità come servizio e non come privilegio personale.

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