‘Volevo ammazzare un italiano felice’. Le parole terribili dell’assassino di Stefano Leo

Ucciso il giovane Stefano Leo, il movente è choc: ‘Volevo ammazzare un italiano felice. Avrei ucciso ancora’


Stefano Leo, 33 anni, il giovane ucciso

La mattina di sabato 23 febbraio Stefano Leo, 33 anni, esce di casa, sul lungopo Macchiavelli a Torino, per l’ultima volta. Nello stesso momento c’è un giovane di 27 anni, italiano ma di origini marocchine, che lascia il dormitorio pubblico di piazza d’Armi, entra in un supermercato e – benché di solito non abbia i soldi neppure per mangiare – compra un set di coltelli colorati da 10 euro. Se ne infila uno in tasca, butta gli altri. Said Machaouat ha già deciso che ucciderà qualcuno. «Ma non un vecchio, un 40enne di cui non avrebbe parlato nessuno. Qualcuno italiano della mia età, la cui morte avesse avuto una buona risonanza».

Il movente del delitto dei Murazzi – scrive Gianmarco Oberto su Leggo.it – che ha choccato Torino e tenuto la città con il fiato sospeso è questo: una mente contorta che quel giorno ha deciso di uccidere.

La foto dell’assassino

Stefano Leo, biellese trapiantato a Torino dallo scorso novembre dopo un lungo periodo all’estero tra Cina, Giappone e Australia, è stato ucciso per pura casualità.

Alle 11 del mattino, passeggiando lungo il fiume in una splendida giornata di sole per raggiungere a piedi il posto di lavoro – commesso nel negozio della K-Way – è passato davanti a quello che stava per diventare un assassino. Said Machaouat si è alzato dalla panchina e con un gesto rapido lo ha afferrato alle spalle e gli ha reciso la carotide. In un mese di indagini i carabinieri hanno battuto tutte le piste, ma il bandolo della matassa continuava a sfuggire. «In tutte le indagini complesse c’è bisogno di un colpo di fortuna» ammette il procuratore di Torino Paolo Borgna. La fortuna è che l’assassino, domenica, due ore dopo la manifestazione colorata sul Po con la sindaca Appendino in testa a chiedere «verità per Leo», si è presentato alla porta carraia della questura: «Quello in riva al Po l’ho ucciso io».

I poliziotti lo hanno portato al Comando provinciale dei carabinieri, titolari dell’indagine, e in una notte di interrogatorio davanti al pm il killer ha aperto una finestra sull’orrore. «Il movente che ci ha raccontato fa venire freddo alla schiena» ha detto il procuratore Borgna, che non è proprio di primo pelo.

«Volevo ammazzare un ragazzo come me – è il racconto di Machaouat – volevo togliergli il futuro come l’ho perso io, tutte le promesse che aveva, toglierlo ai suoi amici e parenti, ai suoi figli.

Non so neppure io chi aspettassi quel giorno. Poi è arrivato questo ragazzo. Aveva un’aria felice e io non lo sopportavo. Era quello giusto». I carabinieri hanno verificato tutto: una telecamera ha filmato il killer scendere ai Murazzi pochi minuti prima del delitto. E il coltello è stato ritrovato dove ha detto di averlo nascosto: in un cassetta elettrica dell’Enel vicino al suo dormitorio, a quattro chilometri dalla scena del delitto. «Mi sono consegnato perché avevo paura di commettere altri guai». Uccidere a caso. Ancora.

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