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Una ragazza sorda e cieca rinasce alla vita grazie ad una suora. Ecco la storia

Molti, anche grazie al film Anna dei miracoli di Arthur Penn (tratto dall’opera teatrale di William Gibson) conoscono la straordinaria vicenda della statunitense Helen Keller (1880-1968), sorda e cieca da quando aveva 19 mesi, che grazie all’aiuto della sua istitutrice imparò a interagire con il mondo, diventando poi scrittrice, insegnante e attivista per i diritti dei disabili (Ansa, 28 febbraio).

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Una storia simile, negli stessi anni, accaduta in Francia a una quattordicenne sordo-cieca, viene raccontata con grande intensità e un tocco di leggerezza in Marie Heurtin – Dal buio alla luce di Jean-Pierre Améris, con Ariana Rivoire (che nella vita è realmente sorda) eIsabelle Carré.

L’AIUTO DELLE SUORE

Nata nel 1885 sorda e cieca, la quattordicenne Marie Heurtin è incapace di comunicare. Il padre di Marie, un umile artigiano, disperato, si reca presso l’istituto di Larnay vicino Poitiers, affinché delle suore si prendano cura della ragazzina (Panoama, 6 gennaio).

“PICCOLO E SELVAGGIO ANIMALE”

Impaurita e turbolenta, Marie è intrattabile. Nonostante lo scetticismo della Madre Superiora, la giovane suor Margherita, prende questo “piccolo e selvaggio animale” sotto la sua ala e fa di tutto per condurla fuori dal buio e dal silenzio. Riuscirà, nonostante i fallimenti e i tentativi di scoraggiamento, armata della sua gioiosa fede e dell’amore per Marie.

LA LINGUA DEI SEGNI

Dopo molti mesi di battaglie e duro lavoro, suor Margherita riesce finalmente a fare un primo passo nell’insegnarle il linguaggio dei segni.

Attraverso le dita si instaura un contatto di pazienza e fiducia, una specie di corrente soprannaturale che lavora e opera su Marie fino a condurla ad apprendere tutti i segni dell’alfabeto muto.

LA SVOLTA DI MARIE

Marie Heurtin avrebbe poi imparato il Braille, l’uso della macchina da scrivere, il domino e altri giochi, il cucito, il lavoro a maglia, la storia e la geografia, lo scorrere del tempo, diventando una delicata giovane donna (La Stampa, 1 marzo).

IL MESSAGGIO “NASCOSTO”

Scrive Tempi.it (29 febbraio): dopo aver guardato la storia nel suo svolgersi cronachistico, occorre mettersi di sbieco per poterne vedere anche il messaggio, che non è solo quello della sua morale edificante. Potrebbe bastarci, in fondo, sapere che c’è gente di buon cuore che si prende cura di gente sfortunata.

LA FRAGILITA’ E L’INCOMPIUTEZZA

Man mano che Marie impara a dare i nomi alle cose e che a tal profumo, forma, gusto corrisponde il pomodoro, impara anche il limite, l’incompiutezza, la fragilità congenita del segno. Mentre scopre che ogni cosa è compiuta (nasce, ha un nome, è riconoscibile, ha un posto nel creato) scopre anche che quella stessa cosa è incompiuta, appassisce e finisce: o perché finisce lei o perché finiamo noi.

LìOCCHIO PROFETICO

Il paradosso più interessante di Marie Heurtin è che l’occhio profetico è quello di una cieca, che impara a vedere anche quel che non si vede. A conoscere, meglio di chi potrebbe farlo per facoltà fisica, che il finito di ciò che ci passa sotto le dita è la più grande prova della necessità che qualcosa d’altro ci completi, ci porti a compimento, ci redima. Occorre un occhio profetico, cioè che sappia vedere fino all’ultimo orizzonte, per rendersi conto che l’incompiuto non è una tagliola, ma attesa di compimento. E occorre un’educazione per accettarlo e trasmetterlo. È quello che Marie, divenuta educatrice, insegnerà a suor Marguerite e alle altre Marie che già bussano alla porta del convento.


Redazione Papaboys (Fonte it.aleteia.org/Gelsomino Del Guercio)

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