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Un tesoro tra i rifiuti

Un tesoro tra i rifiutiL’hanno subito ribattezzato la risposta sudamericana a The Millionaire. E in effetti non mancano i punti in comune tra il film Premio Oscar di qualche anno fa (8 statuette vinte nel 2008) e Trash: una location esotica (lì l’India, qui il Brasile) “rivisitata” con gusto occidentale; personaggi ancorati a una cultura lontana ma dentro una storia hollywoodiana.

E ancora: una narrazione modello “Davide contro Golia”, in cui tra l’eroe e il nemico di turno sussiste una sproporzione di forze a tutto vantaggio del secondo; la volontà da parte di una major (prima la Fox, ora la Universal Pictures: parliamo ovviamente di distribuzione internazionale) di battere nuove stradetrash, allargando i confini del proprio mercato a un Paese economicamente interessante (il Brasile, non meno dell’India, ha un bacino di spettatori potenzialmente enorme).

Da ultimo la paternità dei due progetti, che in entrambi casi è britannica: sia The Millionaire che Trash sono prodotti da società inglesi e diretti da registi anglosassoni: Danny Boyle e Stephen Daldry. Il primo arrivava a The Millionaire quasi a sorpresa, dopo essersi fatto conoscere soprattutto per opere provocatorie e ambigue come Trainspotting, The Beach e 28 giorni dopo.

Non diversamente il secondo, che dopo i conturbanti e semi-autoriali The Hours e The Reader tenta stavolta di intercettare un pubblico più generalista. Per la precisione “Young Adult”, espressione che gli americani utilizzano per etichettare un filone destinato trasversalmente a ragazzi e adulti: generalmente i protagonisti sono teenager ma i temi toccati sconfinano dall’universo teen. È il caso di Trash.

Nella discarica di Rio
Tratto dal romanzo originale di Andy Mulligan, il film è incentrato su tre carismatici ragazzi di quattordici anni, che vivono nei pressi di una discarica nelle favelas di trashRio. La loro occupazione quotidiana è smistare rifiuti per venderli a peso.

Un giorno Rafael (Rickson Tevis) trova un borsello in mezzo all’immondizia: dentro ci sono tanti soldi, una carta d’identità, una mappa e una piccola chiave. Rafael decide di condividere i soldi con l’amico Gardo (Eduardo Luis), mentre l’interesse della polizia per il borsello – disposta a pagare pur di riaverlo indietro – insospettisce i due ragazzi sul reale valore della loro scoperta.

Incuriositi decidono di coinvolgere un terzo ragazzo, Rato (Gabriel Weinstein), un coetaneo che vive vicino alle fogne e che conosce praticamente la provenienza di ogni oggetto che transita da quelle parti. Così, in quattro e quattr’otto Rato identifica la provenienza della chiave trovata nel borsello: apre un armadietto di un centro commerciale. I tre si mettono a indagare più a fondo, imbattendosi nella prova provata della corruzione di un potente politico locale che metterà la loro vita in serio pericolo.

Una favola reale
Quando Trash è stato presentato in anteprima mondiale al Festival di Rio, a settembre scorso, un’ovazione ha accolto il film e i suoi attori protagonisti. Il pubblico brasiliano si è divertito e commosso, apprezzando l’approccio ad ampio raggio della pellicola, capace di intrattenere grandi e piccini con una storia piena di ritmo.

Una vicenda a suo modo leggera ma nello stesso tempo desiderosa di mettere intrash luce fenomeni caratteristici della società carioca, come la realtà di emarginazione delle favelas, la corruzione del potere politico, l’inaffidabilità delle forze di polizia e l’importanza della religione.

Quest’ultima è incarnata per un verso dalla figura disincantata di Padre Julliard, un prete arrivato dagli Stati Uniti un decennio prima per occuparsi dei poveri. Gli anni però ne hanno fiaccato il carattere, tanto che il prelato cerca di dissuadere i tre ragazzi a continuare le indagini e ammonisce la sua giovane e volenterosa assistente Olivia a fare altrettanto. A un certo punto le dirà: «Non sprecare la tua vita a combattere battaglie che possono ucciderti». Padre Julliard è interpretato dal veterano Martin Sheen, mentre Olivia ha il volto di Rooney Mara, due attori hollywoodiani inseriti probabilmente per accrescere l’appeal internazionale di Trash.

A quest’idea stanca della religione si contrappone nel film la religiosità positiva ed energica dei tre ragazzi, la cui fede partecipata e sincera sembra favorire in alcuni momenti un inaspettato e salvifico intervento divino. E a proposito di questo simpatico terzetto, va detto che il casting ha funzionato a meraviglia: ciò che impedisce a Trash di scivolare nell’anonimato è proprio la presenza carismatica di trashTevis, Luis e Weinstein.

Tutti e tre presi dalla strada e all’esordio davanti alla macchina da presa, trasmettono una gioia autentica e rivelano una presenza scenica da professionisti consumati. Per loro si apre decisamente un futuro interessante in patria. Le locandine del film in Brasile invece erano tappezzate di primi piani di Selton Mello e Wagner Moura, due delle star più popolari in Sudamerica, coinvolte nel progetto per drizzare le antenne del pubblico di casa. Mello interpreta un ispettore di polizia disonesto, mentre Moura è il proprietario del controverso borsello.

L’anima “globalista” di Trash si estende anche agli apporti tecnici: lo sceneggiatore Richard Curtis è stato affiancato dallo scrittore di lingua portoghese Felipe Braga per tradurre al meglio dialoghi e idee della sceneggiatura ai giovani interpreti brasiliani. I quali hanno beneficiato anche dell’ottimo supporto di Christian Duurvoort, che ha affiancato Stephen Daldry nella direzione del cast locale.

Con gli occhi dei ragazzi
Che Trash vestisse divisa brasiliana non era affatto scontato. Il romanzo della Mulligan era ambientato nella discarica di un Paese emergente non meglio specificato: «C’erano altri Paesi che avevamo preso in considerazione, ma sapevamo che in Brasile avremmo avuto tutto il supporto di cui il film aveva bisogno», ha dichiarato lo sceneggiatore, Richard Curtis. E ha aggiunto: «Quando Stephen girava ciò che avevo scritto la storia prendeva direzioni inaspettate. Stavamo provando costrashe differenti, per vedere come gli attori reagivano in scena. Volevamo che tutto fosse il più autentico possibile».

Gli fa eco Daldry: «La storia dei ragazzi-attori non è nella sceneggiatura. È nata in fase di ripresa. Con Christian Duurvoort abbiamo lavorato per fare in modo che le speranze, i sogni e il senso di giustizia dei tre protagonisti non avessero altro filtro che i loro stessi occhi». E Duurvort: «Non volevamo fare un film tradotto. Desideravamo qualcosa che avesse i colori e i sapori del Brasile ma che fosse accessibile anche agli spettatori di tutto il mondo».

Il direttore del casting così descrive il processo di lavorazione: «Bilanciavamo costantemente il nostro approccio ai temi del film con le loro opinioni personali. Un processo dinamico che partiva dagli sceneggiatori, andava ai ragazzi e tornava agli sceneggiatori generando continue discussioni. È così che abbiamo realizzato qualcosa di originale e di estremamente radicato».

©Mondo Erre – Gianluca Arnone

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