Un giorno triste per l’Italia. Il 25 luglio 1956, affonda il transatlantico Andrea Doria

Il 25 luglio 1956 il transatlantico italiano Andrea Doria, proveniente da Genova e diretto a New York, collide a circa 80 Km dalle coste americane con la nave svedese MS Stockholm diretta a Göteborg. A bordo ci sono 1134 passeggeri e 572 membri dell’equipaggio. Le vittime sono 51, di cui 46 dell’Andrea Doria che affonda dopo 11 ore. Il relitto giace tuttora posato sul fianco di dritta, a 75 metri di profondità al largo di Nantucket.

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Sono le 23.10 quando il transatlantico Andrea Doria, diretto a New York, viene speronato, a largo della costa di Nantucket, dalla nave svedese Stockholm della Swedish America Line. Si sente un tonfo “sordo”, descritto da chi era a bordo come “un gran colpo di piatti”, poi uno scoppio interrompe la musica dell’orchestra che sta suonando “Arrivederci Roma”. Nello squarcio di 15 metri entrano tonnellate d’acqua che non lasciano scampo a 46 persone, per la maggior parte alloggiate nelle cabine investite dalla prua. Poi la nave si inclina su un lato e perde la metà delle scialuppe di salvataggio. Le operazioni di soccorso Il meccanismo dei soccorsi entra in funzione alla perfezione. A bordo ci sono 1706 persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio. Vecchi, donne, bambini. Il comandante Piero Calamai dispone che non manchi mai l’elettricità, tanto che la nave affonda con le luci ancora accese. Sul posto arrivano due navi mercantili e poi l’Île de France, illuminata a giorno per ordine del capitano de Beaudéan, che raccoglie la maggior parte dei naufraghi, ben 750. Dopo il salvataggio di tutti i passeggeri, il comandante resta a bordo dell’Andrea Doria rifiutando di mettersi in salvo; viene costretto a farlo dai propri ufficiali tornati indietro appositamente a prenderlo. Fino all’ultimo minuto chiede alla Capitaneria di far trainare la nave su una secca dal guardacoste W394 Hornbeam della United States Coast Guard. Poche ore dopo, alle 10.09 del 26 luglio – ne sono passate undici dall’incidente – l’elica, ultimo pezzo visibile dell’Andrea Doria viene inghiottita dal mare e sprofonda con il relitto a 75 metri di profondità dove giace tuttora. I media seguono il naufragio Grazie alle spettacolari foto aeree del transatlantico colpito e delle fasi dell’affondamento Harry A. Trask del Boston Traveler ottiene il Premio Pulitzer 1957. Le prime immagini del relitto dell’Andrea Doria adagiato sul fondale vengono realizzate Peter Gimbel già il giorno successivo a quello dell’affondamento, il 27 luglio 1956. Si distingue anche un altro giornalista, Edward P. Morgan, della “ABC Radio Network” di New York: la sua voce non tradisce mai l’emozione che l’uomo doveva provare in quel momento. Le sue due figlie erano a bordo dell’Andrea Doria. Una non tornò mai a casa. Nel luglio del 1968 parte la prima spedizione italiana, organizzata dal regista Bruno Vailati, insieme a Stefano Carletti, Mimì Dies, Arnaldo Mattei e All Giddings, esperto subacqueo statunitense. Viene realizzato un documentario dal titolo Andrea Doria – 74 premiato con il “David di Donatello”. Sul relitto viene apposta una targa di bronzo con la scritta: “Siamo venuti fin qui per lavorare perché l’impossibile diventi possibile e l’Andrea Doria ritorni alla luce”. I passeggeri sono salvi? È l’ultima frase pronunciata dal comandante Piero Calamai prima di morire, nell’aprile del 1972. Nel suo intimo però era già morto con l’Andrea Doria che non volle abbandonare fino alla fine. In una delle ultime interviste concesse lo aveva fatto capire chiaramente: “Ho sempre amato il mare… ora lo odio, questa tragedia è stata la rovina della mia vita”. Non è un caso se proprio quelle parole – I passeggeri sono salvi – sono diventate il titolo del docufilm dedicato al naufragio che sarà presentato in anteprima per la stampa il 25 luglio a Genova. L’ha prodotto Pierette Domenica Simpson che la storia la conosce bene e l’ha raccontata anche in un libro, L’ultima notte dell’Andrea Doria. Perché lei era a bordo del transatlantico. Aveva nove anni e i nonni la stavano portando dalla madre a Detroit, dove ancora oggi vive e lavora. La storia di Pierette, sopravvissuta al naufragio Di quella notte ha ancora un ricordo vivo e commosso: la nonna che le teneva la mano, la gente che pregava, il nonno che non si trovava. E le grida di paura dei passeggeri. “Faremo la fine del Titanic”, “Moriremo tutti”. Poi il calo delle scialuppe.

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“Prima le donne e i bambini”. E mentre la nave si inclinava sempre di più, l’arrivo dei soccorsi. Il film non è solo resoconto e ricostruzione del naufragio, ma anche un delicato e commovente affresco dei “viaggi della speranza”, come quello di Pierette e di tanti altri italiani a bordo. “È importante – spiega il regista Luca Guardabascio – tramandare la memoria di tutti quegli emigranti che dall’Italia sono partiti in cerca di un lavoro e soprattutto di coloro che, come appunto nel caso dell’Andrea Doria, non sono mai arrivati a vivere il loro sogno. Un ricordo e un omaggio da trasferire soprattutto alle nuove generazioni che non hanno conosciuto il dramma e le sofferenze di questo fenomeno. Una ferita che per gli ex emigranti non si è mai rimarginata”. Il comandante che non voleva abbandonare la nave Nei ricordi di Pierette c’è infine il comandante, l’eroe Piero Calamai, costretto a forza dal suo equipaggio a lasciare la nave quando ormai a bordo non c’era più nessuno da salvare. Fu vittima della sfortunata circostanza che la compagnia assicuratrice dell’Andrea Doria era la stessa del piroscafo speronatore: i Lloyds di Londra. Ci fu pertanto un accordo per sospendere il processo, previo un risarcimento minimo ai passeggeri: 6 milioni di dollari su 85 milioni della richiesta iniziale avanzata in sede processuale. Non ci fu mai alcun interesse a chiarire di chi fu la colpa del naufragio, sulle cui cause però Pierette non ha dubbi: un’erronea manovra della Stockholm a causa della nebbia. Piero Calamai fu riabilitato dalla storia dopo diversi anni ma morì senza aver mai più comandato una nave. E senza mai aver aperto la lettera, trovata dalle figlie ancora sigillata, che gli aveva spedito John Carrothers, esperto navale americano, ufficiale di macchina e collaboratore dell’US Naval Istitute, che, basandosi sui dati oggettivi dei grafici di rotta Sperry, nel 1972 aveva concluso la sua indagine a completo favore della tesi italiana. Si concludeva così: “Stia sicuro comandante Calamai, ci sono molti di noi che sarebbero onorati di servire al suo comando in ogni momento”. Andrea Doria, simbolo dell’Italian Style Costruita dai cantieri navali Ansaldo di Genova, l’Andrea Doria era la nave più bella e più veloce della flotta italiana, degna erede dei transatlantici degli anni ’30. Era la nave più lussuosa al mondo e anche la più sicura, con ben due radar, fiore all’occhiello dell’italian style, grattacielo viaggiante con 700 cabine distribuite su 11 livelli in grado di trasportare duemila persone. 

Redazione Papaboys  

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