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Tony Blair chiede 380 euro al secondo per un discorso contro la fame

Tony Blair chiede 380 euro al secondo per un discorso contro la fameIl forum svedese Eat respinge la richiesta: potremmo sfamare mille famiglie. Lo staff dell’ex premier britannico ha smentito ma il forum Eat ha confermato la trattativa fallita.

Quante famiglie indigenti si potrebbero sfamare con la somma richiesta da Tony Blair, secondo la stampa britannica, per partecipare a un forum internazionale sulla fame nel mondo? Una ventina di minuti, al costo di 460 mila euro, darebbero da mangiare a mille famiglie etiopi per un anno intero, almeno a calcolare la presunta somma a fronte dei dati sulla malnutrizione forniti da associazioni umanitarie come «Save The Children».

La notizia che Blair avrebbe preteso l’esorbitante cifra per parlare al forum «Eat» in corso a Stoccolma è stata smentita dall’ufficio dell’ex premier britannico. Ma le reazioni immediate dei lettori sui siti dei giornali e sui social media («vergogna», «ciarlatano», «abominevole») danno la misura di quanto Blair sia inviso nel Paese che ha governato per dieci anni.

La vicenda  

Secondo il «Daily Mail», Blair sarebbe stato contattato dall’agenzia Kruger Cowne per conto della conferenza, che sperava che un relatore di alto profilo potesse portare pubblicità. Lo scorso anno il forum era riuscito, a caro prezzo, ad ingaggiare Bill Clinton. Blair avrebbe richiesto una donazione di 250 mila sterline alla fondazione della moglie Cherie più 80 mila per le spese. In tutto 330 mila sterline (appunto 460 mila euro) per 20 minuti, ovvero 275 sterline (380 euro) al secondo. «Eat» ne offriva 125 mila.

Il forum ha confermato a che «le trattative si sono bloccate sulla parcella», senza confermare né smentire le cifre. Il dirigente Odd Arvid Stromstad ha spiegato: «Abbiamo avuto contatti ma la parcella richiesta era decisamente alta, e abbiamo lasciato stare».

Consulenze d’oro  

Secca la smentita da parte di Blair. Un portavoce ha spiegato che l’agenzia, per conto della conferenza, ha contattato la fondazione di Cherie e che non c’è stato nessun contatto diretto con l’ufficio dell’ex Premier. «Hanno chiesto se Mr. Blair poteva tenere un discorso in cambio di una donazione alla fondazione, ma è stato impossibile a causa di impegni precedenti. Questo è il motivo della mancata partecipazione», ha spiegato il portavoce. Nessuna trattativa sulla somma, che sarebbe comunque finita in beneficenza.

Blair, come altri politici che hanno lasciato un incarico di prestigio, basti pensare a Hillary Clinton, chiede e ottiene ingaggi sontuosi per parlare in conferenze in giro per il mondo. Ma alcune delle consulenze scelte dall’ex premier laburista hanno sollevato dubbi e contribuito ad appannare una reputazione già macchiata dalla partecipazione alla guerra in Iraq, per cui qualcuno vorrebbe addirittura processarlo per crimini contro l’umanità. Tra i clienti più controversi ci sono i governi del Kazakhstan e quello del Kuwait, due paesi che non si distinguono per la protezione dei diritti umani. Blair e’ stato inoltre accusato di aver trascurato il ruolo di inviato in Medio Oriente, dal quale si è recentemente dimesso, a favore delle redditizie consulenze.

Eredità controversa  

Ma non è così facile disfarsi del fantasma di Tony Blair. Se molti nel Paese gli rimproverano la disastrosa avventura irachena al fianco di George W. Bush e ne criticano la presunta avidità, all’interno del suo partito le posizioni sono più sfumate. Dopotutto, Blair è stato l’ultimo laburista a vincere le elezioni, non una ma tre volte, l’uomo del «New Labour» e della «Terza Via», e il politico che la sinistra di mezza Europa, Italia compresa, ha invidiato alla Gran Bretagna per anni. All’indomani della sconfitta elettorale dei laburisti alle elezioni di maggio, molti hanno invocato un ritorno al blairismo. «La tribù laburista non sa cosa fare di Blair: adorarlo per aver scalato la montagna elettorale tre volte o vituperarlo per ciò che ha fatto una volta in cima», ha scritto Jonathan Freedland sul «Guardian».

Di Alessandro Rizzo per La Stampa

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