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‘Stavo morendo a causa di un fungo velenoso, ma San Pio mi ha salvato’

'Stavo morendo a causa di un fungo velenoso, ma San Pio mi ha salvato'TESTIMONIANZE DI FEDE – Rita Sberna intervista un giovare ragazzo di Foggia, Giancarlo Genova, un giovane  giocatore di football americano della squadra dei Warriors di Bologna.

La sua storia ha inizio una sera, quando lui e la sua ex ragazza decidono di cucinare un paniere di funghi per cena, che avevano raccolto qualche ora prima.

 

Giancarlo, cos’è successo quella sera esattamente?
L’8 ottobre, il padre della mia ex ragazza, colse un paniere di funghi e lo portò a casa nostra. All’epoca io e la mia ragazza convivevamo.
Inavvertitamente, nel paniere era capitata una amanita phalloides, il fungo più velenoso che ci sia.
Una volta cucinati questi funghi, li abbiamo mangiati.
La mattina seguente, dopo circa 9 ore, sono stato colto dai primi sintomi di avvelenamento.
Sono stato urgentemente trasportato all’ospedale Sant’Orsola di Bologna, dove per 5 giorni ho resistito in preda ad un epatite fulminante, nell’attesa di ricevere con un trapianto, un fegato compatibile

La tua ex ragazza, nel corso della cena, si è sentita male?
Ha avuto gli stessi sintomi, ma in maniera molto lieve, perché aveva ingerito funghi contaminati ma allo stesso tempo, commestibili.

Una volta ricoverato, i medici ti hanno fatto dei trattamenti specifici, per salvaguardare il fegato, come ad esempio: le lavande gastriche. Ma il fungo aveva già contaminato tutto l’apparato digerente e quindi la terapia, seppur molto pesante, non è servita. Sono passati subito al trapianto.
Cosa ricordi di quei giorni che precedevano l’operazione?
Ricordo soprattutto, il mio continuo rigettare, dovuto allo stomaco. Ero preso sia dal panico che dal malore.
Fino a che, 2 giorni dopo il mio ricovero, ho avuto un blackout, in seguito ad una reazione allergica, dovuta ad un tipo di farmaco che nessuno sapeva, neanche io.

Giancarlo, tu sei un devoto di Padre Pio?
Sono noto a “Casa Sollievo della Sofferenza” a San Giovanni Rotondo. Sono originario di Foggia, ma per lavoro mi sono trasferito a Bologna.

In quel periodo critico ti sei rivolto a lui?
L’ho pregato tanto, affinchè mi desse la forza di non mollare.

Quanto ha influito la fede, in questa situazione drammatica?
Secondo me ha influito parecchio, perché le mie preghiere in qualche modo, sono state ascoltate. Io non chiedevo un miracolo, ma semplicemente chiedevo di non essere abbandonato ed essere lasciato solo.
E’ quasi impossibile, rimanere vivi, dopo un avvelenamento del genere. Anche a seguito di trapianto, ci sono stati molti casi in cui, le poche tossine rimaste in circolo di quel veleno, hanno intaccato il fegato nuovo, la bile e l’hanno distrutto.
Io mi sento parecchio miracolato.

Giancarlo, tu hai sempre pregato, o hai iniziato a farlo dopo questa situazione che ti è accaduta?
Io sono sempre stato devoto a Padre Pio, ho invocato spesso il suo ascolto soprattutto nei momenti più difficili della mia vita.

Cos’è cambiato dopo questa esperienza nella tua vita, come cristiano e credente?
Come credente, la mia fede si è potenzialmente rinforzata.
Quando sono tornato a casa, dopo 3 mesi di ospedale, una delle prime cose che ho fatto (anche se era ancora nel pieno dell’inverno), sono riuscito ad andare a San Giovanni Rotondo a ringraziare Padre Pio, sulla sua tomba e ho fatto una preghiera per tutti coloro che ancora hanno bisogno.

Il football, ancora oggi, rappresenta una delle cose fondamentali della tua vita?
Esattamente. Devo ringraziare la squadra dei Warriors di Bologna, che non mi hanno lasciato solo , neanche nei momenti più difficili.
Voglio augurare un grandissimo in bocca al lupo ai miei compagni, che al momento sono impegnati negli Europei di Milano, affinchè abbiano la forza di fare del loro meglio.
Presto spero anche io, di tornare a giocare una nuova partita.
Sono stato il primo caso al mondo di giocatore di football americano, tornato in gioco, dopo un trapianto di fegato a soli 7 mesi di distanza dall’intervento.
Credo che la mia fede sia stata ripagata abbastanza.
Ancora vuol dire che su questa terra ho tanto bene da fare perché sono stato sempre una persona impegnata nel sociale.

In che senso sei impegnato nel sociale?
Da 10 anni, ho sempre donato il sangue. Adesso purtroppo mi verrà negato a vita a causa delle cure che ancora ho in corso.
Ho sempre aiutato gli altri, non ho mai sbattuto la porta in faccia a nessuno. Sono sempre stato un ragazzo col cuore aperto.

Dove vorresti andare in pellegrinaggio un giorno?
Sto pensando di andare a Medjugorje. Sto aspettando che la mia condizione fisica, mi permetta di allontanarmi dall’Italia, almeno per una settimana, almeno potrò coronare questo sogno.

Vuoi mandare un messaggio a tutte quelle persone che ti stanno ascoltando, in questo momento?
Ai ragazzi che sono all’ascolto, vorrei semplicemente dire che, in trincea non esistono atei.
Questa espressione è molto forte, perché ci fa capire che nei momenti difficili, abbiamo bisogno di credere in qualcuno che ci possa dare una mano.
E’ da codardi cercare un miracolo. Il miracolo non si cerca ma lo si riceve. Quindi, il miracolo lo concepiamo noi perché qualcuno ci mette una mano da lassù.
Noi dobbiamo avere la forza e la caparbietà di avere quello spirito di abnegazione che ci aiuta a cominciare a realizzare quel miracolo.
Con la preghiera possono anche cessare moltissimi atti di violenza.
Un aiuto esterno ci arriverà sicuramente.

Servizio di Rita Sberna

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