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Spunta la lettera del pensionato che si è suicidato: ‘Ti chiedo scusa Amore Mio’

Una giornata così, di vento e di sole, Luigino l’avrebbe probabilmente passata sulla spiaggia di Santa Marinella, magari a pranzo nella sua trattoria di pesce preferita. Ci andava con Lidia, la donna che per mezzo secolo gli è stata accanto e che adesso continua a chiudere e ad aprire il cancello di casa solo per chiedere ai giornalisti un po’ di tranquillità. E a ripetere gelidamente, come fosse un mantra: «No, non perdono nessuno».

WCENTER 0XPMBATDAJ Luigino D'Angelo e la moglie ANSA/DOMENICO PALESSE
Luigino D’Angelo e la moglie

Non cambia idea neanche quando le fanno sapere che un’inchiesta c’è e va avanti, che la Procura di Civitavecchia ha aperto un fascicolo contro ignoti per «istigazione al suicidio». No, non perdonerà mai nessuno di averlo dovuto trovare proprio lei, ormai morente, un pomeriggio di neanche due settimane fa – sabato 28 novembre -, con una corda stretta al collo e legata alla tromba delle scale.

Luigino D’Angelo, 68 anni, pensionato dell’Enel – dove aveva sempre lavorato come capo reparto saldatore -, s’era tolto la vita, e Lidia capì subito perché: di mezzo c’erano le banche, c’erano quelle micidiali obbligazioni «subordinate» diventate carta straccia, c’era quel suo rabbioso andirivieni degli ultimi tempi in cerca di un sostegno, di un consiglio, c’era quel conto corrente con la Banca dell’Etruria -la filiale di Corso Centocelle 5, proprio nel cuore della città- perfino un po’ più vecchio del loro amore.

Ma non ebbe il coraggio di dirlo ai poliziotti che le arrivarono in casa. Piuttosto cominciò a ripercorrere con loro gli ultimi movimenti di Luigino e all’improvviso ricordò: «Era al computer». Fu sufficiente buttare un occhio sull’ultima schermata, un accesso delle 16.20, appena venti minuti prima del suo gesto estremo: «Non sono stato in grado di tutelare la mia famiglia. Non ce la faccio a sopportare tutto questo. Ti chiedo scusa amore mio». E poi, a ritroso, tutto il calvario delle ultime due settimane, una specie di dossier, in cui si ritrova più volte, martellante, sempre lo stesso concetto: «Non è per i soldi, è per lo smacco subito».
QUEL «PROFILO» CAMBIATO

L’unica verità che abbiamo in mano, per ora, è proprio quella che ci ha lasciato Luigino D’Angelo. Saranno i prossimi passi dell’inchiesta a dirci il resto, a incrociare i racconti, ascoltando anche chi sarà chiamato a difendersi. Ma intanto è una verità che va raccontata, la verità di tante altre migliaia di risparmiatori italiani finiti nel meccanismo del decreto salvabanche. Luigino che scopre il suo profilo di risparmiatore cambiato – e quindi i rischi aumentati -, Luigino che chiede chiarimenti a un funzionario arrivato da Arezzo e lei, una donna, che lo rassicura («Ho fatto fare la stessa scelta ai miei genitori»), sempre Luigino che prima firma accettando i nuovi rischi e poi vorrebbe tirarsi indietro, ma ormai è troppo tardi, la banca non glielo consente.

Se il decreto è del 22 novembre, vuol dire che gli ultimi sei giorni della sua vita sono stati un inferno. Si rende subito conto – puntiglioso e informato com’è, sempre vestito di tutto punto, un fisico ancora atletico mica un vecchietto in disarmo – che i suoi 110mila euro sono andati in fumo e con loro anche un lingotto d’oro. Punta subito sulla caserma della Guardia di finanza – che sta proprio accanto alla banca – e lì, stando almeno ai suoi racconti, allargano le braccia: il decreto è appena uscito, non c’è nessuna violazione della legge, se proprio vuole si consulti con un legale. Poi bussa a Tele Civitavecchia, lo riceve Maurizio Campogiani che oggi ricorda: «Aveva una cartellina ben organizzata. Mostrava calma e competenza, ma anche una grande rabbia. Mi hanno preso in giro, continuava a ripetermi».

Lidia stessa tenta invano di placarlo: «Ma in fondo di che ti preoccupi? La casa è nostra, la pensione ce l’abbiamo, ce la faremo comunque». Ma lui niente, continua a star chino ore e ore su quelle carte, a rimuginare sullo «smacco subito». I giorni passano e per Luigino D’Angelo non s’apre nessuna porta, fino a quando non decide di farla finita.

«DEBBO RESTARE CALMA»
Ora che la sua tragica storia è diventata un caso nazionale, tutto il fardello resta sulla fragili spalle di Lidia. E lei lo sa bene: «Per onorare la memoria di Luigino vorrei farei la terza guerra mondiale, ma debbo restare calma e tranquilla. Eppure Lidia non è remissiva: «Mio marito è stato ucciso e qualcuno dovrà pagare fra tutti coloro che hanno scritto, approvato e applicato il decreto salvabanche. È una battaglia che voglio portare avanti, se ce la farò. Un consiglio da dare ai risparmiatori che hanno perduto i loro soldi? Qui sono io ad aver bisogno di consigli». L’aspetta un avvocato, infatti, e se ne va.




di Nino Cirillo

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