Siria: chi appoggia la jihad dell’ISIS?

L’avanzata dei militanti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante -riferisce Michele Pierri-, impressiona per la sua portata, lasciando intendere di non trovarsi di fronte a un gruppo improvvisato, ma con solide basi militari e finanziarie. I petrodollari dell’organizzazione a fornirgliele – si legge sul Guardian – è stato in primo luogo il denaro proveniente dalla vendita del petrolio dei giacimenti controllati dall’organizzazione nell’Est della Siria, alcuni dei quali sono stati poi rivenduti al governo di Assad. La Razzia di antichità. Soldi dirottati altrove verso la fine del 2012, che si sono sommati alle risorse rastrellate con il contrabbando di materie prime e inestimabili antichità saccheggiate da scavi archeologici. Beni inestimabili che hanno rimpinguato le casse dei miliziani sunniti dell’Isis. I bilanci ritrovati a testimoniare questi movimenti, il ritrovamento di diverse memorie flash. Nei file sarebbe dettagliatamente descritto ogni aspetto finanziario dell’organizzazione, oltre che i nomi reali e i corrispettivi di battaglia di larga parte degli affiliati. Una miniera di informazioni. Prima della caduta di Mosul, nella cassa di Isis si trovavano circa 875 milioni di dollari, saliti subito dopo a 2 miliardi con i soldi rubati dalle banche e con le armi trafugate. Mezzi e munizioni da esercito vero e proprio, elicotteri compresi, spesso materiale di fabbricazione sovietica, non proprio all’avanguardia, ma che assolve al suo compito. I terroristi più ricchi (e potenti). Tutto ciò, prosegue il quotidiano londinese, ha trasformato in breve tempo un gruppo locale in una delle organizzazioni terroristiche più ricche e organizzate, assimilabile ad una forza militare para-convenzionale. Un grande salto, che colloca di diritto Isis tra le fazioni più influenti, con un raggio d’azione e controllo che si estende dal bordo orientale di Aleppo, in Siria, a Falluja, Mosul e ora Tal Afar in Irak. Cosa accadrà adesso?

Dopo quanto accaduto nei giorni scorsi –massacri di massa in primo luogo-, dopo la conquista di buona parte dell’Irak, da parte dell’Isis e delle milizie tribali sunnite e baathiste, per molti osservatori è lecito attendere una reazione del mondo sciita iracheno e iraniano, chiamato in causa da Washington per contrattaccare e arrestare l’azione del gruppo terroristico e dei suoi alleati. In ossequio alle nuove linee di politica estera americana dettate dal presidente Barack Obama nel suo discorso a West Point, gli Stati Uniti non interverranno direttamente sul campo, ma hanno in serbo una serie di opzioni, ancora da vagliare. Compresa un’offensiva mirata con l’ausilio di droni, che però, svela Defense One, ha pro e contro da non sottovalutare.

Il professore emerito di Storia delle relazioni internazionali all’Università degli Studi di Firenze, Ennio Di Nolfo, spiega ragioni ed evoluzioni di un conflitto politico e religioso più profondo di quel che appare e che in realtà divide in due il mondo islamico. Professore, come valuta ciò che sta accadendo in Iraq? Al di là della violenza e delle dinamiche interne al Paese, sono convinto che quanto avviene in Iraq sia riconducibile a un conflitto politico e religioso ancora più profondo che attraversa il mondo islamico e che oppone sunniti e sciiti. Una guerra di religione analoga a quella che ha diviso nel 1500 i protestanti dai cattolici. Quest’ultima è durata finché le due confessioni si sono rese conto che non conveniva combattersi apertamente per diversi motivi. Allo stesso modo credo che questa situazione possa durare a lungo, anche decenni, almeno finché le due fazioni non decideranno di raggiungere un accordo.

Quali sono i presupposti per un accordo e quale potrebbe essere? Difficile definire le basi di un’intesa. Quel che è certo è che questa non potrebbe prescindere da un accordo tra le due grandi potenze della regione, le uniche due capaci di esercitare un dominio prevalente sul proprio mondo di riferimento, l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita.

In attesa che il dialogo si sviluppi, quale scenario è lecito attendersi nell’immediato futuro? Potrebbe essere decisivo l’appello lanciato pochi giorni fa dal religioso sciita più rispettato del Paese, l’ayatollah Ali al-Sistani, di origini iraniane. L’autorità ha chiesto agli sciiti di imbracciare le armi e combattere i terroristi in difesa del loro Paese, arruolandosi come volontari e unendosi alle forze di sicurezza. Un elemento che dovrebbe sommarsi alla capacità del Primo ministro Nuri al-Maliki di mobilitare l’esercito, cosa che purtroppo non sta accadendo. Quella di queste ore è una fase transitoria, prima che sia chiaro il ruolo che Teheran vuole recitare in questo conflitto.

In questo gioco delle parti, chi sostiene – anche economicamente – i jihadisti dell’Isis, sempre più temuti da Aleppo a Baghdad? Oltre ai ben noti proventi dei loro assalti a banche, depositi e convogli, i sauditi stannno svolgendo un ruolo quantomai attivo nell’ascesa dell’Isis. Anche tra gli stessi sauditi non c’è identità di vedute e mentre il governo non ha posizione netta su ciò che accade, altri da dietro le quinte appoggiano questa milizia sunnita, anche finanziandola sia sul teatro iracheno che in Siria in funzione anti Assad. Diversi analisti fanno riferimento a una soluzione che potrebbe contemplare un Iraq diviso in tre parti tra sunniti, sciiti e kurdi.

Quante probabilità ci sono? Il fattore kurdo è fondamentale. Se è vero che l’Isis cerca davvero di creare un califfato islamico come quello ipotizzato da al-Qaeda, prima o poi saranno chiamati in causa. E sarà interessante capire quale sarà il ruolo della Turchia. Già ora Erdogan sarebbe tentato di intervenire, ma la delicata situazione interna non glielo consente.

Quale sarà il ruolo degli Stati Uniti in questo conflitto? Gli Usa agiscono con prudenza, perché finora sono stati stretti alleati dei sauditi, per motivi strategici ed energetici. Tuttavia da quando hanno a disposizione shale gas e shale oil se ne stanno a poco a poco separando. Washington ha ragioni sostanziali per convergere, anche se non formalmente, verso un’intesa con l’Iran che cambierebbe radicalmente gli equilibri della regione. In ogni caso non ci sono ragioni per ritenere che gli Usa, soprattutto dopo il discorso di Obama a West Point, possano cambiare radicalmente il loro atteggiamento in politica estera. Ma molto dipenderà dall’evoluzione del conflitto e da come metterà in discussione l’equilibrio e le alleanze create nel tempo nella regione da Washington.

In queste ore si sprecano paragoni tra l’interventismo dei Bush e l’attendismo di Barack Obama. Come commenta le due strategie? Rappresentano due aspetti differenti della politica estera americana, hard e soft power. Bush padre e figlio e in qualche misura anche Bill Clinton avevano prediligevano l’uso forza in situazioni di emergenza come quella attuale. Obama lo rinvia a casi ancora più estremi, cercando ad ogni modo di evitare interventi diretti. L’esempio più clamoroso di questa sua strategia non è né quello siriano, né quello iracheno, ma la Libia, dove gli Usa hanno preparato il terreno a Francia e Regno Unito, senza mai intervenire seriamente sul campo. a cura di Francis Marrash

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