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Sinodo. Don Scarabattoli: indicazioni pastorali secondo i contesti

Offrire risposte pastorali ai molteplici bisogni delle famiglie a seconda dei contesti geografici. E’ quanto chiesto da alcuni Padri sinodali alla luce delle tante situazioni presentate in aula. Cruciale in ogni Paese del mondo è la testimonianza di famiglie cristiane credibili, radicate nel Vangelo. Al microfono di Paolo Ondarza la riflessione di don Saulo Scarabattoli, parroco di Santo Spirito in Porta Eburnea a Perugia, chiamato da Papa Francesco a prendere parte ai lavori del Sinodo:

Sinodo-

R. – E’ uno sguardo mondiale: ogni Paese è diverso dall’altro e le diversità sono enormi. Penso agli interventi che ci sono stati da parte dei vescovi dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina. E’ stato dato anche uno sguardo alla Cina…

D. – C’è chi è, infatti, arrivato a proporre anche di dare delle indicazioni a seconda dei contesti…

R. – Credo che questo sia necessario. Anche in  famiglia, se si hanno vari figli, la proposta la si fa a seconda delle loro età, a seconda del loro temperamento, a seconda della fase che stanno attraversando… Se ampliamo allora questo schema al mondo, vediamo che ci sono diversi contesti: parlavano, appunto, della Cina, in cui c’è un tipo di matrimonio fatto di violenze, di costrizioni; oppure la realtà delle famiglie di mista religione, in cui sono presenti anche dei musulmani, e sono state portate delle esperienze anche di questo tipo. E’ ovvio che non si possono trattare come se fossero nati ed immersi tutte e due nell’acqua del Battesimo. Quindi questa diversità nell’applicazione della Parola riguarda evidentemente le leggi ecclesiastiche, perché la Parola di Dio è una per tutti: “Come la pioggia – dice il Profeta – che dove cade produce frutti diversi a seconda dei diversi terreni”.

D. – E veniamo all’Italia, quali sono le priorità? Lo chiedo – appunto – ad un parroco…

R. – Grazie a Dio, la maggioranza delle famiglie sono delle famiglie sane. Per quanto riguarda quelle che vengono in parrocchia – ripeto – la maggioranza ha una vita serena, faticosa ma serena. Certo, le ferite e le malattie ci sono. Del resto come in un ospedale: se uno guarda l’ospedale sembra che siano tutti malati, poi se ci si guarda intorno si vede che – grazie a Dio! – c’è della gente che cammina, accanto a quelli che sono ingessati, per così dire… Però l’attenzione anche alle famiglie malate, pur essendo tutto sommato una piccola percentuale, deve essere intera: proprio perché Gesù è venuto per i malati e non per i sani. Perciò anche se come numero assoluto non saranno tante queste famiglie ferite, hanno diritto alla prima attenzione.

D. – E’ la pastorale inclusiva di cui parla Papa Francesco. Che metodologia deve avere verso chi non è familiare al linguaggio della Chiesa?

R. – La Chiesa parla, prima di tutto, per quelli che possono ascoltare. Anche il Profeta Ezechiele dice: “Ascoltino o non ascoltino, tu parla!”. Quindi parlare all’interno della Chiesa è necessario e il linguaggio è condiviso. Per quelli che sono fuori della Chiesa, che non la conoscono, il modo per poterli interessare è mostrare una testimonianza di famiglie nella serenità. Per quelli che fossero contro, ci penserà il Signore a salvarli per altra via…

D. – Quindi sta rilanciando il ruolo attivo delle famiglie cristiane come testimoni credibili, che possono far avvicinare chi è lontano o chi si è perso?

R. – Sì, questa non è una invenzione di nessuno! Una luce nel buio la vedono tutti: Gesù ha proprio usato questa immagine della città posta sul monte, per dire che è per attrazione – come appunto dice Papa Francesco – e non per costrizione, nemmeno per convinzione intellettuale. Perché se non scatta l’innamoramento è difficile che una persona, ragionando, possa vivere. Quindi ci vuole l’innamoramento, l’attrazione.

D. – Dal suo punto di vista, le famiglie cristiane hanno oggi una forza attrattiva o, forse, talvolta non attirano?

R. – Se la luce è forte, attira; se la luce è debole purtroppo non attira… La luce elettrica la vediamo subito, la luce della fede si vede non tanto da quelli che ce l’hanno, ma da quelli che guardano verso. Se io vedo che ci sono delle persone che guardano in una direzione, allora intuisco che lì ci deve essere una luce forte; se, invece, guardano di qua e di là, allora è segno che quella luce – pur essendoci e pur essendo sufficiente per la tranquillità della famiglia – non è così forte da poter parlare anche a chi fosse lontano.




Redazione Papaboys (Fonte it.radiovaticana.va)

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