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Quel giorno che il Cardinale Bergoglio alzò la voce: ‘solo nel matrimonio tra uomo e donna c’è fecondità’

“La misericordia – ripetiamolo – non è buonismo. E’ l’offerta di reintegrazione nella propria dignità, ed è perciò inseparabile dalla verità. E’ l’amore che scuote e che riporta alla verità della propria condizione e del disegno salvifico di Dio. Non basta riceverla. Bisogna assumerla. Non pensiamo ai grandi e pubblici peccatori, e neppure al dovere che abbiamo di non scendere a compromessi sulla verità. Pensiamo a noi stessi, che facciamo esperienza del peccato e della misericordia –commenta don Antonio Ucciardo-, nella riconciliazione sacramentale. I comandamenti sono dieci e vanno vissuti nella logica dell’amore, non del precetto esteriore. Davanti alla maestà divina il peccato è sempre un’offesa, un’ingiustizia, un rifiuto dell’amore. Il peccato mortale è così detto perché provoca la morte dell’anima. Per Dio non esistono peccati di serie A e peccati di serie B, ma soltanto figli che hanno deturpato la propria bellezza e che si espongono alla perdita eterna del suo amore”. Ogni volta che la Chiesa alza la voce per sostenere la famiglia naturale, è accusata di non usare la misericordia come insegna Papa Francesco. Molti oggi, scambiano la misericordia con l’accettazione passiva delle cose che commettono. Non è così.

Il peccato è ciò che ci allontana da Dio, e fino a quando non avviene il pentimento, non ci po’ essere conversione e quindi misericordia. L’allora cardinale Bergoglio, oggi Papa Francesco, nella sua veste di Arcivescovo di Buenos Aires, condannò pubblicamente la proposta di legge in discussione al Senato argentino sulla legalizzazione del matrimonio e delle adozioni omosessuali. Scrisse lettere e appelli, convocò per domenica 11 luglio 2010 una marcia contro il matrimonio per le persone dello stesso sesso, e fece leggere in tutte le chiese, durante le messe, il seguente duro messaggio:

Al popolo di Dio e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà1-.  Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità (cf. 1 Tm 2,4). Per questo ha stabilito con l’uomo un dialogo di salvezza, che è culminato con l’incontro di Gesù Cristo, nostro Signore e compagno di cammino. La Chiesa è chiamata a estendere questo dialogo al consesso umano. Ma il dialogo se vuole essere fecondo deve essere chiaro, sereno, semplice e credibile. Tutto ciò implica il rispetto dovuto a chi vive, sente e pensa in modo differente. Tutti siamo chiamati all’amore di Dio. La chiarezza del dialogo, però, esige una capacità di discernimento in ordine all’affermazione della verità, sulla quale i Pastori non possono tacere. Ciò non significa disprezzo o discriminazione. 2-.  L’essere umano è stato creato a immagine di Dio. Questa immagine si riflette non solo nella singola persona ma anche nella complementarità e nella reciprocità dell’uomo e della donna, nella comune dignità, e nella loro indissolubile unità, che da sempre viene chiamata matrimonio. Il matrimonio è la forma di vita nella quale si realizza una singolare comunione di persone, la quale assegna il sentimento pienamente umano all’esercizio della funzione sessuale. Alla stessa natura del matrimonio appartengono le predette qualità della differenza, complementarietà e reciprocità dei sessi, e la mirabile ricchezza della loro fecondità. Il matrimonio è un dono della creazione. Non vi è una realtà analoga che possa eguagliarlo. Non è un’unione qualsiasi tra persone, ma possiede caratteristiche proprie ed irrinunciabili che fanno del matrimonio la base della famiglia e della società. Così è stato riconosciuto nelle grandi culture del mondo. Così lo riconoscono i trattati internazionali recepiti dalla nostra Costituzione nazionale  (art. 75). Così lo ha sempre inteso il nostro popolo. 3-. Spetta all’autorità pubblica tutelare il matrimonio tra un uomo e una donna attraverso il riconoscimento normativo, per assicurare e favorire la sua insostituibile funzione e il suo contributo al bene comune della società. Qualora si attribuisse un riconoscimento legale all’unione tra persone dello stesso sesso, o le si garantisse uno status giuridico analogo al matrimonio e alla famiglia, lo Stato agirebbe illegittimamente e si porrebbe in contraddizione con i propri obblighi istituzionali, alterando i principi della legge naturale e dell’ordinamento pubblico della società argentina.

4-. L’unione tra persone dello stesso sesso difetta degli elementi biologici e antropologici propri del matrimonio e della famiglia. È priva della dimensione coniugale e dell’apertura alla procreazione. Al contrario, il matrimonio e la famiglia che in esso si fonda, costituisce il focolare delle nuove generazioni umane. Fin dal loro concepimento i figli hanno il diritto inalienabile di svilupparsi nel grembo della proprie madri, di nascere e crescere nell’ambito naturale del matrimonio. Nella vita familiare e nella relazione con il proprio padre e la propria madre, i figli scoprono la loro identità e apprendono la loro autonomia personale. 5-. Prendere atto di un’oggettiva differenza non significa discriminare. La natura non discrimina quando ci crea uomini o donne. Il nostro codice civile non discrimina quando esige il requisito di essere uomo o donna per contrarre matrimonio, ma riconosce una realtà naturale. Le situazioni giuridiche di reciproco interesse tra le persone dello stesso sesso possono essere sufficientemente tutelate attraverso il diritto comune. Pertanto, sarebbe una discriminazione ingiusta nei confronti del matrimonio e della famiglia attribuire al fatto privato dell’unione tra persone dello stesso sesso uno status di diritto pubblico. 6-. Facciamo appello alla coscienza dei nostri legislatori affinché nell’affrontare una questione tanto grave, tengano conto di queste verità fondamentali, per il bene della Patria e delle sue future generazioni. 7-. Nel presente clima pasquale, e all’inizio del sessennio 2010-2016 del bicentenario della Patria, esortiamo i nostri fedeli a pregare intensamente nostro Signore Dio affinché illumini i nostri governanti e specialmente i legislatori. Chiediamo, altresì, che i fedeli non vacillino nel proclamare la difesa e la promozione dei grandi valori che hanno forgiano la nostra nazione e che costituiscono la speranza della Patria”. FraternamenteCard. Jorge Mario Bergoglio s.j., Arcivescovo di Buenos Aires.

 

a cura della Redazione Papaboys

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