‘Piuttosto morta, cieca, muta, malata ma mai senza di Te, mio Dio’

Una sera mi sono recata a messa insieme alla mia famiglia e sul portone ho incontrato Mons. Rinaldi, vescovo emerito della Diocesi di Acerra che mi ha consegnato tra le mani un libro scritto da lui. “Leggilo, poi ti chiamo”. Ho cominciato quella sera stessa a sfogliare le pagine di vita di una ragazza mia coetanea, Rossella Petrellese.

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La sua testimonianza mi ha molto interpellata e messa in discussione come sposa e come madre. La sua vita rappresenta per me una parola e ogni parola è un seme che viene gettato nel cuore dell’altro così come il titolo del suo testo suggerisce, riattando una immagine suggestiva della poesia di Paul Claudel: “Il dolore è come una mandorla amara che si getta sul ciglio della strada, ripassando per la medesima via vi troviamo un mandorlo in fiore”. Ed io all’ombra di questo mandorlo in fiore che è stata la vita di Rossella Petrellese nelle ultime due settimane mi sono riposata e rinfrancata e ho ricevuto una luce nel mio cammino di sposa e di madre.

Rossella ha vissuto una vita piuttosto breve: 22 anni con grandi sofferenze nel corpo e una notte buia dell’anima. È stata anche sul punto di tentare il suicidio. La sua disperazione si scontra un giorno con un annuncio di speranza. Durante un convegno diocesano, ella riceve una luce. E il suo dolore oltrepassa la porta della fede. Nel suo testamento troviamo una frase illuminante, che si rivelerà la chiave per comprendere la sua vita: “A chi e a che cosa può servire la mia vita malata?”. In questi giorni, in occasione della solennità di Tutti i Santi, la Chiesa ci ha fatto meditare sul brano delle Beatitudini. Probabilmente, siamo abituati ad ascoltare questa pagina evangelica, ma se facciamo un po’ più di attenzione, non potremo non cogliere l’assoluta straordinarietà di quelle parole. Si tratta di un vero e proprio “elogio” della fragilità! Poveri, miti, perseguitati, affamati sono proclamati felici! Abituati come siamo a pensare che dobbiamo essere forti, fieri, vincitori, potenti, primi per conquistarci la stima e la fiducia di chi ci vive intorno, questa affermazioni possono apparirci per lo meno illogiche e paradossali. Rossella invece ci insegna con la sua vita che Dio non la pensa così e con la gioia che traspariva nei suoi scritti dopo la conversione e l’incontro con il Risorto, ci conferma che se c’è un luogo certo dove possiamo trovare il Signore, è proprio nella piccolezza, nella precarietà dell’uomo, nella povertà. Scrive Rossella: “Credevo che la mia vita fosse stata solo uno sbaglio, per tutti, perfino per me, ma Tu l’hai voluta, prima di tutti, Tu hai desiderato che io nascessi e che io vivessi, nonostante tutto (e tu sbagli non ne fai). Anche se io stessa sono tutta sbagliata, non importa, ciò che importa è che tu mi ami di un amore immenso”.

Rossella ha coscienza della sua debolezza, dei limiti anche nel corpo che le impediscono di vivere una vita normale e si ribella giustamente per lunghi venti anni a queste fragilità che smorzano i suoi sogni di giovane ragazza, tuttavia Dio le dona di comprendere che è proprio attraverso quella debolezza e quella fragilità che Dio la ama. “Tu bussavi, inginocchiato alla porta del mio cuore ma io Ti ignoravo; poi sei restato in silenzio, quasi nascosto e aspettavi che io mi accorgessi di Te”. Quando una persona è “forte”, in un certo senso si sente anche autosufficiente, non dipendente dagli altri, fiero della sua autonomia. E anche gli altri, vedendolo così, finiscono per accorgersi solo della sua potenza e si dimenticano di chi è veramente la persona che hanno di fronte. Così, l’essere “forti”, spesso, ci tiene un po’ lontano dagli altri e, più spesso, ci tiene lontani da Dio, del quale possiamo pensare di non avere nessun bisogno.

E quando la forza se ne va? E quando una malattia bussa alla porta? E quando i limiti del corpo finiscono per imprigionare anche i sogni legittimi?

In queste occasioni abbiamo due strade da percorrere: o continuare a fingere di essere granitici e intoccabili e macerarci nel silenzio e nella solitudine del nostro dolore, continuando ad illuderci di essere intoccabili e potenti, oppure, aprire lo sguardo su noi stessi e sulla ferita che ci abita e consegnarci.

Così come ha fatto Rossella, che ad un certo punto della sua vita, dopo venti anni di lunghe ricerche e ribellioni, di notti buie e di sofferenze indicibili, grazie ad una luce posta sul suo cammino, nel cuore della Chiesa locale, ha avuto il coraggio di fare: consegnarsi, abbandonarsi.

Fino a quando ci opponiamo in mille modi alla nostra debolezza, la forza di Dio non può agire in noi. E le nostre azioni, le nostre relazioni, per quanto buone e generose, non avranno mai la potenza salvifica, la carica di amore disinteressato, che solo Lui può dare.

Indubbiamente Rossella era una donna ferita. Ferita nel corpo e ferita nel cuore. La sofferenza del corpo scarnifica, mette alla prova, ti spoglia di ogni speranza. “In questa situazione difficilissima di esistenza” scrive Mons. Rinaldi “ferita dalla malattia e dalle difficoltà relazionali, ove rischiava di diventare atea, Rossella ha bussato drammaticamente alla porta del cuore di Dio, ha cercato e dialogato con uomini di chiesa saggi e santi, ha sperimentato la presenza calda della comunità cristiana e Dio l’è venuto incontro nel suo Figlio Gesù”. E così che le ferite del cuore, la sua debolezza invece di diventare un ostacolo, un impedimento, una “vergogna” per le sue relazioni, grazie al suo abbandono al Signore e alla sua grazia, si sono trasformate in altrettante “feritoie” attraverso le quali ciascuno può guardare e vedere la sua autenticità, specchiarsi e incontrare la propria debolezza con meno timore e meno paura, intravedere una luce di salvezza, che è la luce dell’amore di Dio che abita in noi.



Ecco anche io ho guardato attraverso le feritoie dell’esistenza di questa mia giovane amica, Rossella, e guardo le mie debolezze con maggiore speranza perché mi accorgo che proprio attraverso di esse passa la luce dell’amore di Dio così come quando su una parete di una stanza al buio, solo attraverso una crepa del muro passa la luce che viene dall’esterno. E questa certezza fa esclamare a Rossella quello che a me sembra una promessa di fidanzamento di amore eterno: “Piuttosto morta, cionca, cieca, muta, malata ma mai senza di Te, mio Dio”. È il grido di un’anima innamorata, è il grido dei martiri che di fronte alla domanda di rinnegare la propria fede, in questo caso, la sua malattia, affermano che l’unione con Dio è più importante di ogni altra cosa.

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È il mistero della croce accolto con cuore sponsale. È questo il cuore dell’esistenza di Rossella ma anche della nostra vita. Quante ferite, quante delusioni, quante malattie, lutti, tradimenti, attraversano la nostra vita di sposi, genitori, sacerdoti, religiosi. Eppure è proprio lì che Gesù si fa compagno di viaggio come il mendicante sulla strada di Emmaus. Permettetemi di dire che questo si rivela prima di tutto nell’esperienza coniugale.
Quante fragilità dell’altro diventano la leva per affermare i nostri diritti, amiamo i pregi, le virtù e proviamo orrore per le debolezze dell’altro e dimentichiamo che Dio ci chiede come a Francesco all’alba della sua conversione di baciare le debolezze altrui come lui fece con un lebbroso. “In un attimo ciò che mi sembrò amaro Dio lo trasformò in dolcezza”. È faticoso capovolgere le logiche umane eppure è proprio lì il segreto della felicità. Amare la propria croce.

Questo Rossella lo ha compreso e lo ha accolto e ha fatto del tempo che le rimaneva un annuncio di speranza per noi oggi. La croce non è l’ultima parola e come Mons. Rinaldi spiega bene nel suo libro Rossella ha vissuto da donna risorta.




Redazione Papaboys (Fonte www.puntofamiglia.net/Giovanna Abbagnara)

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