Home News Ethica et Oeconomia Pil, nel 2014 crescita zero. Ma quanto è davvero rappresentativo il Pil?

Pil, nel 2014 crescita zero. Ma quanto è davvero rappresentativo il Pil?

Pil, nel 2014 crescita zero. Ma quanto è davvero rappresentativo il Pil?Il Pil italiano è rimasto stabile nel quarto trimestre del 2014, rispetto ai tre mesi precedenti. È quanto emerge dalle stime preliminari dell’Istat. Si tratta del primo dato congiunturale senza segno meno dopo tredici trimestri consecutivi di contrazione dell’economia. Su base annua, invece, il Pil mostra ancora una flessione dello 0,3%.

Il quarto trimestre del 2014, sottolinea l’istituto statistico, ha avuto due giornate lavorative in meno del trimestre precedente e lo stesso numero di giornate lavorative rispetto al quarto trimestre del 2013. La variazione trimestrale, continua ancora l’Istat, “è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nei comparti dell’agricoltura e dell’industria e di un aumento nei servizi”. Dal lato della domanda, il contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte) è compensato da un apporto positivo della componente estera netta.

Indicatori «a impatto» per andare oltre il Pil
Si chiama Make a change ed è un movimento per la promozione del business sociale in Italia. È una delle principali realtà che nel nostro Paese si spendono per sottolineare la necessità di sviluppare una nuova classe di imprese e di imprenditori, che guardino non solo alla dimensione economica della propria attività, ma anche all’impatto sociale positivo che essa produce nella società. Un impatto, però, che un indicatore come il Pil, il Prodotto interno lordo, non può misurare. «È evidente che inserire attività illegali nel Pil è un’aberrazione – dice Andrea Rapaccini, presidente di Make a change, riferendosi al fatto che droga, prostituzione e contrabbando sono state di recente introdotte nel calcolo del Pil –, ma il punto è un altro».

Qual è il vero problema col Pil?
Fino a 15-20 anni fa, il Pil era un indicatore importante per le politiche economiche dei governi, in ordine alla capacità di incidere sull’economia e sul benessere di un Paese: aveva l’obiettivo di capire come andavano la produzione industriale, la spesa delle famiglie e sulla base di questo si facevano scelte di politica alte, legate ad esempio alla disoccupazione, all’inflazione. Ma con la finanziarizzazione dell’economia, il Pil ha perso la sua valenza politica.

Che valenza ha oggi il Pil?
È un indicatore per gli investimenti esteri. Utile per gli investitori, per i mercati finanziari. Che decidono le loro scelte sulla base appunto della rischiosità di un Paese e del suo Pil, come fossero indicatori di rischio-rendimento. E ai quali evidentemente interessa di più sapere quanto vale la prostituzione, o il nero, che non il lavoro non pagato com’è quello volontario, che non genera ricchezza economica anche se si stima abbia un valore intorno ai 10 miliardi di euro. In un certo senso, quindi, il Pil è anche più importante di una volta, solo che ha abdicato al ruolo che originariamente aveva e dice sempre meno sullo stato di salute di un Paese. Soprattutto non ha alcun significato utilizzare il Pil pro-capite: in un contesto in cui in Italia il 10% della popolazione ha quasi metà della ricchezza del Paese, è come fare la media del pollo.

Si può correggere questa situazione in qualche modo?
Prima di tutto occorre collegare il Pil a indici di distribuzione della ricchezza. Sarebbe un modo per cercare di renderlo più significativo, perché in Italia come un po’ in tutte le economie occidentali il problema è la distribuzione della ricchezza. Poi il Pil dovrebbe essere affiancato da altri indicatori.

Come ad esempio il Bes (benessere equo e sostenibile)?
Sì, indicatori che possano essere di utilità anche agli investitori che fanno impact investing, a chi investe cercando un impatto sociale. Perché l’impact investor, molto più che l’investitore tradizionale, può essere interessato a conoscere una serie di misure come quelle espresse dai dodici indicatori del Bes (salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, ricerca e innovazione, qualità dei servizi, ndr). Pesando queste misure si potrebbe definire un unico indicatore Bes, confrontabile ad esempio fra Paesi ma anche fra Regioni, Comuni, oltre che nel tempo. Ciò potrebbe essere molto utile, per chi investe nel social business, per avere indicazioni su quali sono le esigenze principali e i settori in cui esistono spazi di miglioramento, così da definire politiche d’investimento in una logica di misura dell’impatto.

Indicatori come il Bes gioverebbero anche ai governi?
Aiuterebbero a orientare politiche economiche, sociali, del lavoro. E costituirebbero una base per la valutazione dell’efficacia di un governo o di un’amministrazione locale, perché non c’è dubbio che è su quegli indicatori che si fa l’interesse dei cittadini.

Come mai sono ancora così tanti coloro che ritengono che il benessere dipenda soprattutto, se non unicamente, dal denaro?
Il denaro ha un enorme valore simbolico. Per scalzarlo serve una grande operazione culturale, a partire dalle scuole.

A cura di Redazione Papaboys fonte Avvenire.

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