Home News Res Publica et Societas Periferie esistenziali: malattia e fragilità sono i nuovi confini

Periferie esistenziali: malattia e fragilità sono i nuovi confini

emergenze sociali, periferie esistenzialiLa crisi non fa sconti. Non bastano i “servizi” per affrontare le emergenze sociali, “periferie esistenziali” del nostro tempo. Ciò che serve è un “lavoro di team” che coinvolga tutta la società in un’epoca in cui la fragilità è “un mondo in espansione”. Parola di Fabrizio Oleari, presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss), che – a margine del Convegno nazionale dei direttori degli uffici diocesani, delle associazioni e degli operatori di pastorale della salute, in corso ad Abano Terme (Pd) – illustra all’agenzia di stampa Sir la situazione delle “periferie esistenziali” in Italia.

Salute minata dalla fragilità. È la “salute della persona” il confine che le delimita, concetto più ampio della mera “assenza di malattie”. “Lo stare bene di una persona – rimarca Oleari – dipende da un numero consistente di fattori”: certo, influiscono “agenti infettivi, chimici, fisici” e il “patrimonio genetico”, ma pure “stili di vita”, “condizioni sociali”, “servizi sanitari” e tanto altro ancora. All’interno del confine il comune denominatore – osserva – è la fragilità, “condizione che può essere presente fin dalla nascita o sopravvenire nel corso di una fase di vita; può essere transitoria o (più spesso) permanente”, ma sempre “mina lo stare bene fisico-psichico e sociale”. È “un universo con infiniti volti – spiega il presidente dell’Iss – dietro i quali c’è sempre una storia di sofferenza, di solitudine e, in qualche caso, di mancato accoglimento”: malattia fisica o psichica, senza lavoro e immigrati irregolari, adolescenza inquieta e vecchiaia non autosufficiente.

Il tempo della crisi. La crisi non ha fatto che peggiorare lo stato di salute della popolazione, come illustra un rapporto Istat del 2013. “Aumentano le disuguaglianze sociali – ricorda in proposito Oleari – nella salute tra gli anziani: le persone over 65 con risorse economiche scarse o insufficienti che dichiarano di stare male o molto male sono il 30,2% (28,6% nel 2005), contro il 14,8% di anziani con risorse ottime o adeguate (16,5% nel 2005)”. In crescita anche le disuguaglianze territoriali (“nel Sud le condizioni di salute peggiorano”). Significativo che “le visite odontoiatriche si riducano del 23%” e del 14,3% delle persone che vi hanno rinunciato nell’ultimo anno “l’85% l’abbia fatto per motivi economici”. Oleari mette in guardia pure dalla tenuta della famiglia, fino a qualche tempo fa “in grado, con il suo lavoro informale, di surrogare la pigrizia dei servizi”, mentre oggi “sta vivendo cambiamenti strutturali evidenti in direzione di un rapido processo di ‘assottigliamento’ o nuclearizzazione che dir si voglia”.

Fatica di sopravvivere. Sulla “malattia” come “periferia esistenziale per il bisogno insoddisfatto di attenzione o per la povertà di mezzi a disposizione per affrontarla” si concentra invece don Carmine Arice, direttore dell’Ufficio Cei per la pastorale della salute. “La situazione nel nostro Paese – lamenta Arice – si sta aggravando: alla fatica della prova della malattia si aggiunge, per molti, la difficoltà di farsi curare. Al disagio di avere poche risorse economiche si aggiunge la fatica di sopravvivere”. Don Arice fa riferimento al “bisogno di assistenza domiciliare” specialmente per gli anziani, “fetta della popolazione sempre più crescente e bisognosa di cure sanitarie onerose”, come pure all’incremento di “malattie neurodegenerative e della mente”. Parla di “situazione di emergenza” l’Organizzazione mondiale della sanità, riferendosi alla sofferenza psichiatrica, osservando come stia salendo “ai primi posti tra le cause di morte”. Ma è un’emergenza anche quella che riguarda “i giovani feriti dalle ludopatie e da nuove dipendenze”.

In ascolto del territorio. Tutte queste situazioni, oltretutto, sono “causa di ulteriore disagio – osserva Arice – per un’istituzione tanto fondamentale quanto già sofferente come lo sono le famiglie”. Non si tratta, dunque, solo di pensare agli ammalati negli ospedali, bensì di “mettersi in ascolto attento del territorio”, dove si trovano “vittime del crescente divario tra ricchezza e povertà, e di nuovi – e talvolta disattesi – bisogni di cura”. Alla pastorale della salute è chiesto di “offrire percorsi di cura integrale della persona”, per il corpo e per lo spirito. Infine, il direttore dell’Ufficio Cei pone l’attenzione sulla “riflessione antropologica per promuovere e forse rifondare un nuovo umanesimo, ispirato al Vangelo e alla cultura della vita”. Anche questa è una periferia, che chiede “un rinnovato e sinergico sforzo educativo e culturale”. di Francesco Rossi, inviato Agenzia Sir ad Abano Terme (Pd)

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