Parla il nuovo presidente dell’AC: ‘dobbiamo essere sempre più vicini alla vita della gente’

Un’Azione Cattolica “che si faccia sempre più vicina alla vita delle persone, alle loro attese e speranze, alle loro sofferenze e povertà, alla loro ricerca di una piena umanità, per testimoniare a tutti la gioia che nasce dal Vangelo e da una fede che cambia la vita”. Matteo Truffelli è il nuovo presidente dell’Azione cattolica italiana: la nomina è stata comunicata  dal card. Angelo Bagnasco, presidente della Cei, durante i lavori dell’Assemblea generale dei vescovi italiani. Sposato con Francesca Bizzi, 44 anni, vive e insegna a Parma dove è docente di Storia delle dottrine politiche. Ha ricoperto diversi incarichi associativi, sia a livello regionale sia nazionale; ha diretto l’Istituto per lo studio dei problemi politici e sociali “Vittorio Bachelet” e la casa editrice Ave. Il primo pensiero, dopo il ringraziamento per la fiducia accordatagli al Consiglio nazionale di Ac e ai vescovi italiani, va “a tutti i bambini, i ragazzi, i giovani e gli adulti che animano la vita delle parrocchie e delle città in tutto il Paese”. Quindi un grazie al predecessore, Franco Miano, “che ha vissuto il suo servizio associativo con straordinaria generosità, intelligente sapienza, profonda umanità e grande fede”. Professore, quali i sentimenti che la attraversano in questo momento? Anzitutto la gratitudine per la fiducia che è stata riposta in me, nonostante i molti limiti personali. La presidenza dell’associazione laicale più antica d’Italia, radicata nelle parrocchie e nelle diocesi dell’intera penisola, è un compito alto che spero di onorare soprattutto grazie a una certezza: in Azione cattolica non c’è responsabilità personale che non sia anche corresponsabilità, non c’è scelta che non sia l’esito di un discernimento comune. Mi sento affiancato e sostenuto in questo impegno da tutta l’associazione. E avverto in me anche tanto entusiasmo e la volontà di spendermi con tutte le energie possibili.

Quali sono gli ambiti, i temi, gli stili che definiscono oggi il profilo dell’Ac? Sono molteplici, ma intanto ricorderei l’educazione, la corresponsabilità, il bene comune: sono tre cardini sui quali l’associazione si è sviluppata, ha sempre operato e che continuano a dare forma al suo orizzonte futuro. In particolare direi che la corresponsabilità è la ‘forma ecclesiale’ cui si viene educati in Ac: posso dire che proprio il senso della responsabilità condivisa è una delle cose che più ho appreso nella mia esperienza in Ac. Ritengo inoltre sia sempre più essenziale la cura del legame associativo: in un momento in cui a livello culturale, sociale, politico prevale la logica del ‘si salvi chi può’, occorre riscoprire il valore dell’essere associazione, capire che siamo tutti sulla stessa barca, che insieme dobbiamo affrontare i problemi e le responsabilità, tanto nel contesto ecclesiale che civile. Aggiungerei poi ancora due elementi.

Quali? Una delle parole fondamentali per definire il magistero di Papa Francesco è ‘misericordia’. Ebbene, anche l’Ac è chiamata a interrogarsi su questo termine. Mi pare ci richiami la necessità di affiancare le persone, tutte le persone, per mostrare la gioia di vivere il Vangelo. E poi è importante lo stile della ‘chiesa universale’, di una comunità cristiana aperta al mondo intero, solidale, vicina a tutte le donne e gli uomini del nostro tempo.

Quali altre indicazioni giungono all’associazione dal magistero di Papa Francesco? Il Santo Padre non smette di sorprenderci con la forza delle sue parole e dei suoi gesti, che arrivano alla testa e al cuore delle persone: l’Ac si deve lasciar guidare dal suo slancio missionario, ponendo al centro i poveri quali punto di partenza e anche di arrivo delle nostre cure e della stessa evangelizzazione. Il povero è – se così posso esprimermi – il fratello che mi obbliga a ripensarmi, a rivedere il mio stile di vita, a rafforzare la missione di portare il messaggio di Gesù per le strade del mondo.

Lei come storico ha studiato la figura e il pensiero di Vittorio Bachelet, presidente di Ac fra gli anni ‘60 e ‘70, quando la Chiesa si misurava con il Concilio Vaticano II e la sua ricezione nella vita della Chiesa. Quali spunti di riflessione, quali insegnamenti ne trae per il suo nuovo incarico? Mi pare che fra gli elementi che emergono dalla preziosa lezione lasciataci in eredità da Bachelet ci sia la sua capacità di porsi ad un tempo al servizio della comunità ecclesiale e di quella civile, tenute insieme, per così dire, nell’unità della persona, l’uomo e il credente. Inoltre Bachelet ci trasmette il costante esercizio di una lettura, profonda e serena, del tempo. Dalla sua biografia, e dallo specifico ruolo svolto in Ac, appare questa attitudine a vivere il tempo come tempo propizio, come costante ‘ricerca della santità’ nella vita quotidiana, nel fluire della storia. È il ‘tempo favorevole’ richiamato insistentemente negli ultimi anni in Ac e nella nostra recente assemblea nazionale: un tempo nel quale è sempre possibile testimoniare la speranza che scaturisce dal Vangelo e dall’amore di Cristo per l’umanità. È il primo compito che vorremmo far nostro ancora oggi, come Ac, con la preghiera, l’azione educativa, l’attenzione al prossimo, lo slancio rinnovato per costruire il bene comune. di Gianni Borsa per l’agenzia SIR

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