Papa Francesco: dal Signore opportunità missionarie di riconciliazione ecumenica

All’incontro ecumenico nella Cattedrale evangelica luterana di Riga, Francesco prega affinché dalla testimonianza dei nostri fratelli che oggi vivono “l’esilio e persino il martirio a causa della fede” possiamo scoprire che il Signore ci chiama a vivere il Vangelo con “gioia, gratitudine e radicalità”
Papa FRancesco incontro ecumenico a Riga

Giada Aquilino – Città del Vaticano

Essere “discepoli missionari” del Signore “in mezzo” al mondo in cui viviamo. Questa l’esortazione del Papa ai fedeli delle diverse Chiese cristiane della Lettonia – che rappresentano circa il 60% della popolazione – riuniti nella Cattedrale evangelica luterana di Santa Maria a Riga. Dopo aver salutato i 10 capi delle denominazioni cristiane e aver venerato la tomba di San Meinardo, il Pontefice prega affinché “continui a suonare la musica del Vangelo” in una terra, la Lettonia, che si caratterizza – nota subito Francesco – “per realizzare un cammino di rispetto, collaborazione e amicizia” ecumenici, dove si è generata una “unità mantenendo la ricchezza e la singolarità” di ciascuna comunità cristiana, con un “ecumenismo vivo” che è “motivo di speranza e rendimento di grazie”

Papa FRancesco incontro ecumenico a Riga

L’unica strada possibile per l’ecumenismo

È la preghiera di Gesù al Padre, prima del suo sacrificio, “guardando in faccia la sua croce e la croce di tanti nostri fratelli”, che “traccia il sentiero e ci indica la via da seguire”, spiega il Papa.

Immersi nella sua preghiera, come credenti in Lui e nella sua Chiesa, desiderando la comunione di grazia che il Padre possiede da tutta l’eternità, troviamo lì l’unica strada possibile per ogni ecumenismo: nella croce della sofferenza di tanti giovani, anziani e bambini esposti spesso allo sfruttamento, al non senso, alla mancanza di opportunità e alla solitudine. Mentre guarda al Padre e a noi suoi fratelli, Gesù non smette di implorare: che tutti siano uno.

Papa FRancesco incontro ecumenico a Riga

Un lavoro artigianale

Salutando l’arcivescovo Jānis Vanags, che prima aveva tenuto un breve discorso in cui aveva ricordato il “pesante mezzo secolo sotto il giogo ateo sovietico”, Francesco nota che ne è testimonianza proprio la Cattedrale della capitale lettone che “da più di 800 anni ospita la vita cristiana” della città, “testimone fedele di tanti nostri fratelli che – ricorda – vi si sono accostati per adorare, pregare, sostenere la speranza in tempi di sofferenza e trovare coraggio per affrontare periodi colmi di ingiustizia e di dolore”.

Oggi ci ospita perché lo Spirito Santo continui a tessere artigianalmente legami di comunione tra noi e, così, renda anche noi artigiani di unità tra la nostra gente, così che le nostre differenze non diventino divisioni. Lasciamo che lo Spirito Santo ci rivesta con le armi del dialogo, della comprensione, della ricerca del rispetto reciproco e della fraternità.

Tradizione cristiana non diventi oggetto del passato

Quindi, partendo dall’organo della Cattedrale – tra i più antichi d’Europa – che per i residenti è parte integrante di vita, tradizione e identità locali mentre per i turisti è un oggetto artistico “da conoscere e fotografare”, il Pontefice ricorda il “pericolo che sempre si corre”: quello di passare da residenti a turisti, facendo “di ciò che ci identifica un oggetto del passato, un’attrazione turistica e da museo che ricorda le gesta di un tempo, di alto valore storico, ma che – osserva – ha cessato di far vibrare il cuore di quanti lo ascoltano”.

Con la fede ci può succedere esattamente la stessa cosa. Possiamo smettere di sentirci cristiani residenti per diventare dei turisti. Di più, potremmo affermare che tutta la nostra tradizione cristiana può subire la stessa sorte: finire ridotta a un oggetto del passato che, chiuso tra le pareti delle nostre chiese, cessa di intonare una melodia capace di smuovere e ispirare la vita e il cuore di quelli che la ascoltano. Tuttavia, come afferma il Vangelo che abbiamo ascoltato, la nostra fede non è destinata a stare nascosta, ma ad esser fatta conoscere e risuonare in diversi ambiti della società, perché tutti possano contemplare la sua bellezza ed essere illuminati dalla sua luce.

Lottare per la dignità di ogni uomo e donna

Se infatti la “musica del Vangelo” – afferma il Papa – smetterà di essere eseguita nella nostra vita, diventando una “bella partitura del passato”, non saprà più “rompere le monotonie asfissianti che impediscono di animare la speranza, rendendo così sterili tutti i nostri sforzi”; e perderemo “la gioia che scaturisce dalla compassione, la tenerezza che nasce dalla fiducia, la capacità della riconciliazione che trova la sua fonte nel saperci sempre perdonati-inviati”.

Se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna di qualunque provenienza, rinchiudendoci nel “mio”, dimenticandoci del “nostro”: la casa comune che ci riguarda tutti.

Solitudine e isolamento, mali peggiori di oggi

E, inoltre, “avremo perso i suoni che condurranno la nostra vita al cielo, trincerandoci in uno dei mali peggiori del nostro tempo”.

La solitudine e l’isolamento. La malattia che nasce in chi non ha alcun legame, e che si può riscontrare negli anziani abbandonati al loro destino, come pure nei giovani senza punti di riferimento e opportunità per il futuro.

Ecumenismo del sangue

La sollecitazione di Francesco è a non avere “un atteggiamento di chiusura, di difesa e nemmeno di rassegnazione” di fronte ai tempi “difficili” e “complessi” di oggi, lamentati da alcuni, in cui i cristiani “hanno sempre meno margini di azione e di influenza a causa di innumerevoli fattori come ad esempio il secolarismo o le logiche individualiste”.

Non possiamo fare a meno di riconoscere che certamente non sono tempi facili, specialmente per molti nostri fratelli che oggi vivono nella loro carne l’esilio e persino il martirio a causa della fede. Ma la loro testimonianza ci conduce a scoprire che il Signore continua a chiamarci e invitarci a vivere il Vangelo con gioia, gratitudine e radicalità. Se Cristo ci ha ritenuti degni di vivere in questi tempi, in questa ora – l’unica che abbiamo –, non possiamo lasciarci vincere dalla paura né lasciare che passi senza assumerla con la gioia della fedeltà. Il Signore ci darà la forza per fare di ogni tempo, di ogni momento, di ogni situazione un’opportunità di comunione e riconciliazione con il Padre e con i fratelli, specialmente con quelli che oggi sono considerati inferiori o materiale di scarto.

Uscire verso società postmoderna

L’unità a cui il Signore ci chiama è – evidenzia il Papa – sempre “in chiave missionaria”, per “uscire e raggiungere il cuore della nostra gente e delle culture, della società postmoderna in cui viviamo”. Questa missione ecumenica riusciremo a realizzarla, assicura, se ci lasceremo “impregnare” dallo Spirito di Cristo.

La missione oggi continua a chiederci e a reclamare da noi l’unità; è la missione che esige da noi che smettiamo di guardare le ferite del passato ed ogni atteggiamento autoreferenziale per incentrarci sulla preghiera del Maestro. E’ la missione a reclamare che la musica del Vangelo non cessi di suonare nelle nostre piazze.

La processione dei bambini

Quindi la preghiera universale recitata in lettone dall’arcivescovo luterano, dal metropolita ortodosso, dall’arcivescovo cattolico, dal vescovo battista, per dire con una voce corale che siamo “una cosa sola”, impegnati per la pace: a simboleggiarlo, la processione dei bambini con le candele al fonte battesimale.

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