P. Solalinde: bruciati vivi, così sono morti gli studenti messicani

Sono morti, bruciati vivi, uccisi dai narcos, i 43 studenti messicani scomparsi il 26 settembre scorso a Iguala, nello Stato meridionale di Guerrero. Sono morti, bruciati vivi, uccisi dai narcos, i 43 studenti messicani scomparsi il 26 settembre scorso a Iguala, nello Stato meridionale di Guerrero. A dichiararlo è stato padre Alejandro Solalinde, difensore dei diritti umani, che ha riportato quanto raccontatogli da testimoni. Ma finora la magistratura non ha voluto riceverlo per ascoltare le sue dichiarazioni. Ieri, è stato ordinato l’arresto del sindaco di Iguala, ora latitante, e di sua moglie, parente dei narcos: sarebbero loro i mandanti della strage. Il servizio di Francesca Sabatinelli per la Radio Vaticana:

Sono morti bruciati vivi. E’ raccapricciante il racconto dell’uccisione dei 43 studenti messicani scomparsi da Iguala. A farlo è padre Alejandro Solalinde, conosciuto difensore dei diritti umani e direttore della “Casa del migrante”. Il governo lo sa ma non lo ammette, ha detto il religioso. Le autorità avrebbero posto fino ad ora una serie di difficoltà per rallentare le indagini, ma i testimoni ascoltati da padre Solalinde avrebbero anche fornito una mappa del luogo della fossa comune. L’inchiesta ha visto l’arresto di oltre 50 persone, tra loro membri della polizia municipale e appartenenti al gruppo criminale dello Stato di Guerrero. Ieri, l’ordine di cattura anche per il sindaco, Jose Luis Abarca, della moglie e di un loro collaboratore, per aver ordinato la repressione degli studenti che manifestavano davanti al Comune per chiedere il finanziamento di loro attività scolastiche. I fatti sono stati raccontati dallo stesso padre Solalinde a Lucia Capuzzi, giornalista di Avvenire, scrittrice e profonda conoscitrice della realtà latinoamericana:
R. – Padre Solalinde conferma il fatto che i ragazzi sono stati bruciati vivi dai narcos, questa banda dei “guerreros unidos”, e che le loro ceneri sono state poi sepolte alla periferia di Iguala…

D. – Perché finora padre Solalinde, che ormai già da qualche giorno è in possesso di queste informazioni, non è stato ascoltato dagli inquirenti? E’ parso evidente sin dall’inizio che la polizia volesse nascondere le possibili tracce…
R. – Questo caso degli studenti scomparsi ha messo il Messico sotto gli occhi dell’opinione pubblica internazionale. La cosa sconvolgente è che il caso degli studenti scomparsi è l’ultimo di svariati casi di scomparse di massa di persone, a Iguala e non solo. Lo conferma il fatto che alla periferia della città sono state trovate una serie di fosse comuni con corpi che non appartenevano agli studenti. Padre Alejandro denuncia da tempo la strategia dei narcotrafficanti che utilizzano, con la connivenza delle autorità, la scomparsa di massa delle persone. Ovviamente, il Messico ha sempre avuto interesse a non affrontare questa situazione e anche questo caso ne è la dimostrazione emblematica. Si continuano a cercare gli studenti come se fossero vivi, in realtà fin dall’inizio appariva chiaro, dalle testimonianze locali, che gli studenti erano stati uccisi. Sono stati anche arrestati alcuni testimoni che avevano confermato di avere assistito all’esecuzione degli studenti. Il problema è che il Messico non può permettersi di dire che ci sono pezzi del suo territorio in cui si fanno simili esecuzioni extragiudiziali, sotto gli occhi e con la connivenza delle autorità. Ecco perché ha tutto l’interesse a insabbiare questo caso, con una serie di confusioni, e screditando la testimonianza di padre Solalinde, che ovviamente non può rivelare la fonte che gli ha dato questa informazione, ma sicuramente è una fonte attendibile. Non dimentichiamoci che è stata la prima persona a denunciare in Messico la scomparsa sistematica dei migranti rapiti dai narcotrafficanti.

D. – Nello Stato di Iguala cosa c’entra l’intreccio di studenti, colpevoli solo di avere manifestato, con l’attività dei narcos, per quanto infiltrati nelle istituzioni della città? Qual è l’utilità di uccidere in massa i ragazzi?
R. – E’ esattamente la domanda che mi sono fatta io dall’inizio: perché scompaiono degli studenti in Messico che non c’entrano niente nella guerra della droga? In realtà, bisogna capire che ormai il Messico è passato a uno stadio successivo in cui i narcotrafficanti hanno interesse e controllano ampie porzioni di territorio. Controllare il territorio vuol dire controllare tutta una serie di traffici sul territorio: dal traffico degli esseri umani, alle tangenti, alle estorsioni, a tutti i vari tipi di contrabbando. Per acquisire il controllo di una porzione di territorio è necessario avere la connivenza delle autorità e terrorizzare la popolazione. La popolazione, infatti, non deve essere capace di ribellarsi. Da qui la tecnica, di cui gli studenti sono l’emblema, di far scomparire le persone, ovviamente non prese a caso, o anche prese a caso, ma in misura minore. Si scelgono sempre quelle persone che potrebbero in qualche modo fornire un contropotere rispetto ai narcos. Da qui la persecuzione verso gli studenti, verso i sacerdoti, verso gli attivisti per i diritti umani, verso la Chiesa stessa. Non dimentichiamoci che i catechisti, o chiunque rappresenti la Chiesa e quindi un potere alternativo, viene considerato dai narcos come un bersaglio. Ecco perché gli studenti sono scomparsi. Sono in realtà la goccia di un mare, che è quello dell’impunità messicana, in cui sistematicamente dei gruppi sociali vengono presi di mira e fatti sparire. Questa strategia serve ai narcos per controllare il territorio. L’unico modo che hanno è avere l’acquiescenza della popolazione e questa si ottiene unicamente con il terrore.

A cura di Redazione Papaboys fonte: Radio Vaticana

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