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Oscar Rodríguez Maradiaga: il cardinale delle periferie

Uno dei più stretti collaboratori del Papa, ci racconta la riforma della Chiesa: «Le turbolenze ci sono sempre. La sfida è tenere insieme tante voci diverse in un progetto unitario».

Quando Giovanni Paolo II lo creò cardinale, nel febbraio 2001, a Tegucigalpa esplose una festa da tifo calcistico, come se l’Honduras avesse vinto la Coppa del mondo. Nessuno si aspettava che Oscar Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di una piccola capitale centroamericana, divenisse un “principe della Chiesa”. Altri tempi: nell’era Bergoglio siamo abituati a vedere rivestiti di porpora i pastori delle “periferie”. Rodríguez Maradiaga, il primo di questa schiera ormai ampia, è stato scelto da Francesco quale coordinatore del cosiddetto C9, che lo coadiuva nel disegno di riforma della Curia romana. Incontriamo Rodríguez Maradiaga proprio in una pausa dei lavori del Consiglio dei cardinali, nel residence vaticano divenuto “la casa del Papa”.
Con lei, in fondo, papa Wojtyla anticipò la strategia di Francesco, che sceglie i cardinali dagli estremi confini. Si sente un po’ un precursore?
«No, ma ho visto messa in atto su di me provvidenzialmente quella strategia. Il mio è un piccolo Paese che non conta quasi nulla nell’atlante mondiale, perciò il regalo di Giovanni Paolo II fu bellissimo, uno dei tanti che ho avuto e che mi hanno permesso di viaggiare e di conoscere i cinque continenti».
In effetti, lei ha avuto incarichi importanti, dalla guida del Celam (l’organismo delle Conferenze episcopali dell’America Latina) alla presidenza di Caritas Internationalis, senza mai lasciare la sua diocesi. È stato un limite o una ricchezza?
«Una ricchezza, perché quando si abbandona la pastorale diretta si rischia di perdere il “senso del popolo”, che è così importante. Credo che sia proprio questo il motivo per cui papa Francesco ha scelto di vivere qui a Santa Marta, incontrando tutti i giorni gente diversa che viene da ogni parte».
Da bambino sognava di fare il pilota d’aereo, ma poi ha cambiato idea e ha scelto di affidarsi a un altro pilota, don Bosco. Perché?
«L’aviazione è qualcosa che mi porto nel sangue: alcuni membri della mia famiglia erano piloti e ancora adesso ho un cugino aviatore. Solo che alla scuola salesiana trovai davvero un altro “pilota”, che mi condusse verso l’insegnamento, la mia prima vera vocazione. Quando scoprii che un salesiano poteva essere insegnante e sacerdote, mi dissi: “Questo è il mio cammino”. Solo che mio padre non mi diede subito il permesso, perché mi considerava troppo vivace e birichino per fare il prete. Allora mi concentrai sull’altra passione, quella del volo. Fin quando, durante degli esercizi spirituali, sentii dire dal predicatore: “Se Dio vi chiama, non siate codardi”. E io non volevo essere un codardo e dire di no a Dio. Però sono riuscito ugualmente a prendere il brevetto e a pilotare aerei ed elicotteri, che ho usato nelle visite pastorali delle zone più remote della mia diocesi, dove le strade sono quasi impraticabili».
Adesso è spesso in volo, ma per venire a Roma ad aiutare papa Francesco nella sua riforma. Come procede questo viaggio? State mantenendo la velocità di crociera che vi eravate prefissati o ci sono turbolenze?
«Le turbolenze ci sono sempre perché le difficoltà fanno parte della vita di ogni uomo. Nella Chiesa c’è una diversità enorme dovuta alle differenti storie e provenienze, ma c’è anche un’unità di base, perché siamo cattolici, cioè universali, e dunque aperti a tutti nel dialogo. Riguardo la velocità, all’inizio credevamo che l’obiettivo era solo di aiutare il Papa a scrivere una nuova costituzione apostolica in sostituzione della Pastor Bonus di Giovanni Paolo II. Poi abbiamo capito che l’intenzione di Francesco va oltre; lui vuole delle riforme sostanziali nella vita della Chiesa e della Curia vaticana. Questo richiede più tempo. La costituzione arriverà quando Dio vorrà e intanto facciamo un passo per volta in avanti, su tutti gli aspetti, non solo giuridici. Ad esempio, su decentralizzazione e sussidiarietà: stiamo valutando quali servizi la Curia romana può delegare alle Conferenze episcopali nazionali per rendere più snelle certe procedure. O ancora sull’evangelizzazione: oggi c’è Propaganda Fide, ovvero la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, e il Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione; due organismi che devono coordinarsi tra loro».

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Altra sua grande passione è la musica. Quanti strumenti suona e quali generi preferisce?
«Tutti i generi, dalla musica classica al jazz, passando per la bossa nova e i ritmi latinoamericani. Quando ero direttore della banda musicale sapevo suonare tutti gli strumenti, adesso mi accontento del pianoforte, dell’organo e del sassofono».
Lei dice spesso che nella Chiesa c’è bisogno di armonia come in un’orchestra: ognuno suona uno strumento diverso ma per giungere a un unico gradevole risultato… Pensa che in questo momento l’orchestra della Chiesa stia suonando bene?
«A volte c’è cacofonia più che armonia. La sfida è tenere insieme tante voci diverse in un progetto unitario. E questo è un compito che spetta a ogni vescovo. Non si tratta di suonare solo uno strumento, ma di armonizzare i diversi strumenti e le voci con la partitura, che dà un posto e un tempo determinati a ciascuno. Il concilio Vaticano II ci ha offerto in questo senso un grande contributo, ma lo sforzo va fatto anche nell’ambito delle Chiese locali».
Gli assoli o anche le resistenze a Francesco possono creare stonature?
«C’è posto per i solisti, ma anche loro devono stare nell’ordine della partitura. Alcuni solisti forse stonano perché non hanno il senso dell’insieme oppure lo hanno perso».
Come si vive dall’Honduras l’era Trump e la minaccia del muro per fermare i giovani centroamericani che fuggono da violenze e miseria?
«Il presidente degli Stati Uniti è troppo centrato su se stesso e impulsivo, mentre per una persona di governo la prudenza e la stabilità interiore sono doti necessarie per non commettere sbagli. Riguardo la politica sui migranti, ogni nazione ha diritto di stabilire le sue leggi, ma bisognerebbe capire bene le situazioni umane: tantissimi di coloro che emigrano lo fanno per sopravvivere, tentando di sottrarsi all’insicurezza che pesa sui nostri Paesi».
Testo di Enzo Romeo




Fonte www.credere.it

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