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Mons. Tomasi: commercio armi e poteri privati ostacolano pace

La violenza non costruisce, quindi da un conflitto non si potrà mai uscire armi in pugno. Lo ribadisce l’osservatore della Santa Sede alle Nazioni Unite di Ginevra, l’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, che fa il punto sulle crisi internazionali tenute sotto osservazione dal Comitato Onu per i Diritti umani, in particolare Siria, Iraq e Repubblica Centrafricana. L’intervista al presule è di Xavier Sartre: R. – Nel contesto internazionale di Ginevra, dove la comunità internazionale si preoccupa di quasi tutte le questioni pratiche che toccano la vita di ogni giorno della gente, le emergenze che hanno preso più attenzione sono state il Medio Oriente, la questione dello sviluppo, la libertà religiosa, i rapporti tra Paesi, specialmente per quanto riguarda i flussi migratori, e le relazioni di una economia che abbia al centro la persona umana. In modo particolare, per il Medio Oriente ci sono state sessioni particolari del Consiglio dei diritti umani sull’Iraq, sulla Siria, ma questa preoccupazione è stata estesa anche all’Africa, con una sessione particolare sulla Repubblica Centrafricana. La preoccupazione alla radice di questi sforzi, di questi tentativi di trovare una strada per la pace, è di non sciupare vite umane e di non consumare tutte le risorse che sono disponibili in conflitti inutili e dannosi, invece di utilizzare queste forze positive per lo sviluppo della vita dei popoli. In Medio Oriente, in particolare, si è posto l’accento sulla necessità non solo di raggiungere un armistizio, in modo da facilitare l’aiuto umanitario, ma anche di garantire libertà alle persone di vivere i loro diritti umani in maniera degna. Questo sforzo si è tradotto in azioni operative, per esempio qui, nel cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso la presenza dei Patriarchi cattolici del Medio Oriente, e di alcuni vescovi delle comunità ortodosse, in modo da avere una testimonianza diretta della situazione sul terreno, e quali sono i punti fondamentali che dovrebbero essere affrontati per trovare soluzioni eque e costruttive. D. – Su tutti questi temi, lei è fiducioso per il 2015? R. – Come cristiani, dobbiamo sempre essere ottimisti, sapendo che la Provvidenza guida la Storia. Però, ci troviamo di fronte a una certa mancanza di volontà politica di risolvere soprattutto le situazioni di violenza, che vediamo evidenti in varie parti del mondo, ma specialmente nelle regione del Medio Oriente. La violenza non porta nessun risultato costruttivo. Dobbiamo andare al di là della mentalità secondo la quale se ci sono difficoltà e problemi, l’unica strada sia quella del conflitto violento per risolverli. Ci sono altri mezzi: bisogna costruire fiducia, in modo da potersi parlare e trovare compromessi ragionevoli che permettano a tutte le persone, di qualsiasi credo religioso, di qualsiasi opinione politica, di convivere senza farsi del male e creando una convergenza di sforzi per il bene comune. Questo mi pare l’obiettivo che dobbiamo porci per l’anno che sta per incominciare, e lo si può affrontare se mettiamo il commercio delle armi e gli interessi di vari poteri in secondo piano e mettiamo in primo piano gli interessi delle persone e le loro ispirazioni giuste. D. – In quel contesto, la Santa Sede ha un ruolo da svolgere? R. – La Santa Sede è un po’ la voce della coscienza, nel contesto internazionale. Non siamo un potere economico né un potere militare: le alabarde delle Guardie Svizzere non è che possano fare molto contro le armi moderne, né vogliono farlo. Quindi, quello che è lo specifico della missione della diplomazia pontificia è di essere, appunto, la voce della coscienza che ricorda che i valori più importanti per il futuro comune della famiglia umana sono la pace, il rispetto reciproco, la solidarietà con i più bisognosi.La violenza non costruisce, quindi da un conflitto non si potrà mai uscire armi in pugno. Lo ribadisce l’osservatore della Santa Sede alle Nazioni Unite di Ginevra, l’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, che fa il punto sulle crisi internazionali tenute sotto osservazione dal Comitato Onu per i Diritti umani, in particolare Siria, Iraq e Repubblica Centrafricana. L’intervista al presule è di Xavier Sartre:

R. – Nel contesto internazionale di Ginevra, dove la comunità internazionale si preoccupa di quasi tutte le questioni pratiche che toccano la vita di ogni giorno della gente, le emergenze che hanno preso più attenzione sono state il Medio Oriente, la questione dello sviluppo, la libertà religiosa, i rapporti tra Paesi, specialmente per quanto riguarda i flussi migratori, e le relazioni di una economia che abbia al centro la persona umana. In modo particolare, per il Medio Oriente ci sono state sessioni particolari del Consiglio dei diritti umani sull’Iraq, sulla Siria, ma questa preoccupazione è stata estesa anche all’Africa, con una sessione particolare sulla Repubblica Centrafricana. La preoccupazione alla radice di questi sforzi, di questi tentativi di trovare una strada per la pace, è di non sciupare vite umane e di non consumare tutte le risorse che sono disponibili in conflitti inutili e dannosi, invece di utilizzare queste forze positive per lo sviluppo della vita dei popoli. In Medio Oriente, in particolare, si è posto l’accento sulla necessità non solo di raggiungere un armistizio, in modo da facilitare l’aiuto umanitario, ma anche di garantire libertà alle persone di vivere i loro diritti umani in maniera degna. Questo sforzo si è tradotto in azioni operative, per esempio qui, nel cercare di sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso la presenza dei Patriarchi cattolici del Medio Oriente, e di alcuni vescovi delle comunità ortodosse, in modo da avere una testimonianza diretta della situazione sul terreno, e quali sono i punti fondamentali che dovrebbero essere affrontati per trovare soluzioni eque e costruttive.

D. – Su tutti questi temi, lei è fiducioso per il 2015?
R. – Come cristiani, dobbiamo sempre essere ottimisti, sapendo che la Provvidenza guida la Storia. Però, ci troviamo di fronte a una certa mancanza di volontà politica di risolvere soprattutto le situazioni di violenza, che vediamo evidenti in varie parti del mondo, ma specialmente nelle regione del Medio Oriente. La violenza non porta nessun risultato costruttivo. Dobbiamo andare al di là della mentalità secondo la quale se ci sono difficoltà e problemi, l’unica strada sia quella del conflitto violento per risolverli. Ci sono altri mezzi: bisogna costruire fiducia, in modo da potersi parlare e trovare compromessi ragionevoli che permettano a tutte le persone, di qualsiasi credo religioso, di qualsiasi opinione politica, di convivere senza farsi del male e creando una convergenza di sforzi per il bene comune. Questo mi pare l’obiettivo che dobbiamo porci per l’anno che sta per incominciare, e lo si può affrontare se mettiamo il commercio delle armi e gli interessi di vari poteri in secondo piano e mettiamo in primo piano gli interessi delle persone e le loro ispirazioni giuste.

D. – In quel contesto, la Santa Sede ha un ruolo da svolgere?
R. – La Santa Sede è un po’ la voce della coscienza, nel contesto internazionale. Non siamo un potere economico né un potere militare: le alabarde delle Guardie Svizzere non è che possano fare molto contro le armi moderne, né vogliono farlo. Quindi, quello che è lo specifico della missione della diplomazia pontificia è di essere, appunto, la voce della coscienza che ricorda che i valori più importanti per il futuro comune della famiglia umana sono la pace, il rispetto reciproco, la solidarietà con i più bisognosi.

A cura di Redazione Papaboys fonte: Radio Vaticana

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