Migranti, 5 su 100 muoiono in mare

Migranti, 5 su 100 muoiono in mareProteggere le persone, prima dei confini. Perché davanti all’aumento delle «vittime delle frontiere», la risposta deve essere un sistema permanente d’accoglienza. Un canale umanitario, insomma, in cui la parola d’ordine sia mobilità transnazionale e integrazione, non Cara (Centro d’accoglienza per richiedenti asilo) e Cie (Centro d’identificazione ed espulsione).

Due realtà, queste, che verranno poste sotto la lente d’ingrandimento «già da questa settimana» dalla Commissione d’inchiesta parlamentare, «finalmente messa in condizione di lavorare», dice uno dei membri, il deputato Paolo Beni (Pd), durante l’incontro Protect people not borders, organizzato alla Lumsa di Roma dall’associazione studentesca Good morning, youth e dal “Comitato 3 ottobre”.

Una commissione istituita alla Camera a fine novembre, ma ancora non operativa, in cui 21 deputati avranno tempo un anno per analizzare le condizioni di permanenza dei migranti in queste strutture – in Italia i Cara sono 14 e i Cie 13, ma attualmente attivi solo 5 – il loro sistema di gestione e le procedure di affidamento della direzione dei centri.
Parallelamente però, Italia ed Europa, dovranno ripensare le politiche sull’immigrazione e sull’asilo.

Va innanzitutto superata la logica dell’approccio emergenziale, secondo la portavoce Acnur per il Sud Europa Carlotta Sami, prendendo coscienza tuttavia dell’aumento del numero delle persone «che fuggono dal terrore» e che muoiono attraversando il Mediterraneo «perché non hanno alternative, né un canale legale per venire nel nostro continente».

Dall’inizio dell’anno, infatti, le vite perse in mare sono più di 400, «5 ogni 100 migranti, mentre nel 2014 il rapporto era 2 ogni 100». In sostanza, «lavorare per la pace», «istituire un canale umanitario», più che concentrarsi «sulla tutela dei confini», sono per il rappresentante dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, le azioni politiche su cui Bruxelles dovrebbe orientarsi. Altrimenti si continuerà a «fare scelte sbagliate» aggiunge Sami, a crearsi alibi, «a non cercare una strategia comune per l’asilo». Il che significa non risolvere il problema.

L’Unione Europea, difatti, nel periodo 2008-2013 ha stanziato il triplo dei fondi per la protezione delle frontiere rispetto a quelli destinati all’accoglienza: un miliardo e 820 milioni contro 630 milioni. «Una sproporzione» dicono i ragazzi di Good morning, youth, che dimostra come «la comunità internazionale sia in realtà più un’individualità internazionale». Il tema dell’immigrazione, invece, gli fa eco il rettore dell’ateneo che ha patrocinato l’evento, Francesco Bonini, «consente di guardare in prospettiva e in profondità» il mondo attuale, «costruendo relazioni» attente alla persona e ai cambiamenti.

«Occorre dunque un progetto di lungo periodo per proteggere la vita» per Tareke Brhane, presidente del Comitato 3 ottobre – nato proprio dopo la tragedia a largo di Lampedusa del 2013 in cui morirono 368 stranieri – perché l’indifferenza è costata già «20mila morti negli ultimi dieci anni». Dietro ogni rifugiato e ogni migrante c’è appunto una storia «che ha più punti di contatto con noi di quello che immaginiamo», ammette Donatella Parisi, responsabile comunicazione del Centro Astalli. Quindi dopo anni in cui si parla solo di accoglienza – aggiunge – bisogna iniziare a lavorare sull’integrazione «dando opportunità a queste persone di mostrare il meglio che hanno da offrire».

Fonte. Avvenire

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