Home News Pax et Justitia Lettera aperta a Papa Francesco. Una musulmana scrive al Papa

Lettera aperta a Papa Francesco. Una musulmana scrive al Papa

Lettera aperta a Papa Francesco. Una musulmana scrive al PapaSantità,
ho pensato di scriverLe questa lettera aperta, anche se sono musulmana, perché Lei ha parlato più volte di anziani e di eutanasia. Ma soprattutto perché Lei è la massima autorità morale che ci sia in Italia e tanto sta facendo per spronarci a combattere la nostra corruzione e indifferenza.
Mi è capitato, andando in una signorile “residenza sanitaria protetta” il giorno di Natale, di vedere molti anziani seduti ad aspettare il pranzo. Si sa che il Natale, importantissima celebrazione religiosa per i cristiani, è una data simbolica che invita all’amore e alla solidarietà anche chi non è credente. Eppure, molti di questi vecchietti e vecchiette erano soli, non tutti avevano un familiare lì con loro o qualcuno che li portasse fuori, a pranzo, con il resto della famiglia, per donare loro almeno qualche ora di calore familiare. Mi rendo conto che alcuni non sarebbero in grado di muoversi per i loro problemi di salute, ma molti non sono allettati e potrebbero, se aiutati, ad esempio, salire su un’automobile.
La vicina di tavolo di mia madre, infatti, quando ha visto che la portavo fuori, ha buttato per terra le posate: si era resa conto che, persino la sua amica sulla sedia a rotelle l’abbandonava in quel momento!
Non posso dire che le persone in queste residenze siano trattate male, anzi, il personale è anche molto scherzoso e affettuoso, organizzano varie feste e attività.
Però, spesso si privilegia l’efficienza all’amore.
Ad esempio, anche nei casi difficili (mia madre ha subito due rotture del femore e pesa ormai una quarantina di chili), non si permette ai parenti di star loro vicino a tavola a imboccarli. Certo, se ognuno degli ospitati avesse un parente a tavola, sarebbe una grande confusione, però, questi anziani malati spesso mangiano e bevono poco, fanno fatica a deglutire…
Naturalmente, il personale li imbocca ma non può dedicare un’ora ad ognuno di loro, come farebbe un familiare, né possono insistere più di tanto, come, invece, può fare una figlia.
Alle volte, pensando che mia madre stia percorrendo, con tanta difficoltà, l’ultima parte di esistenza, faccio fatica ad accettarlo, anche se so che bisogna sapersi allontanare da questa vita sulla terra.
Tuttavia, io non voglio che muoia, a causa mia, neppure un giorno prima di quello che sarà il suo tempo naturale.
Rifletto, dunque, sull’eutanasia. Noi siamo abituati a chiamare in questo modo la morte di qualcuno a cui viene “staccata la spina” delle macchine che lo tengono in vita oppure a un’iniezione letale. Cioè a una decisione di cui ci si assume la responsabilità (anche penale).
Io, invece, penso che, se non siamo ipocriti, dobbiamo ammettere che esista un’altra eutanasia, molto più comune e frequente, della quale, penalmente, nessuno è mai stato chiamato a rispondere.
L’eutanasia della negazione dell’amore, l’abbandono, il sacrificio dell’umanità al dio denaro e all’efficienza.
L’eutanasia di anziani dimenticati, non più produttivi per la società, molto costosi per l’INPS e l’ASL, con parenti tanto affaccendati che non hanno più tempo per loro.
Eppure, ognuno di noi arriverà a quel punto e, forse, piangerà perché non avrà la mano di un figlio a dargli da bere.
Servizio di Renata Rusca Zargar

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