Home News Pax et Justitia Le oltre 30 apparizioni dell'Arcangelo San Michele, il più potente nemico dell'inferno

Le oltre 30 apparizioni dell’Arcangelo San Michele, il più potente nemico dell’inferno

San Michele non e’ solo l’espressione del guaritore, del comandante delle schiere celesti, vincitore su satana, accompagnatore di anime, ma una strada, una scelta, una via, un percorso che l’uomo puo’ seguire per diventare un guerriero di Michele guidato dal discernimento, mediato dal sentimento sul sentiero della luce.

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APPARIZIONI A MONTE SANT’ANGELO SUL GARGANO

L’episodio del toro e la prima apparizione dell’Arcangelo Così narra un’operetta agiografica, datata tra il V e l’VIII secolo, il Liber de apparitione Sancti Michaelis in Monte Gargano (Apparitio): «Vi era in questa città un uomo molto ricco di nome Gargano che, a seguito delle sue vicende, diede il nome al monte. Mentre i suoi armenti pascolavano qua e là per i fianchi episodio toro 2 di scosceso monte, avvenne che un toro, che disprezzava la vicinanza degli altri animali ed era solito andarsene da solo, al ritorno dal gregge, non era tornato nella stalla. Il padrone, riunito un gran numero di servi, cercandolo in tutti i luoghi meno accessibili, lo trova, infine, sulla sommità del monte, dinanzi ad una grotta. Mosso dall’ira perché il toro pascolava da solo, prese l’arco, cercò di colpirlo con una freccia avvelenata. Questa ritorta dal soffio del vento, colpì lo stesso che l’aveva lanciata». Turbato dall’evento, egli si recò dal vescovo che, dopo aver ascoltato il racconto della straordinaria avventura, ordinò tre giorni di preghiere e digiuno. Allo scadere del terzo giorno, al vescovo Maiorano apparve l’Arcangelo Michele che così gli parlò: «Hai fatto bene a chiedere a Dio ciò che era nascosto agli uomini. Un miracolo ha colpito l’uomo con la sua i apparizione 2stessa freccia, affinché fosse chiaro che tutto ciò avviene per mia volontà Io sono l’Arcangelo Michele e sto sempre alla presenza di Dio. La caverna è a me sacra. E poiché ho deciso di proteggere sulla terra questo luogo ed i suoi abitanti, ho voluto attestare in tal modo di essere di questo luogo e di tutto ciò che avviene patrono e custode. Là dove si spalanca la roccia possono essere perdonati i peccati degli uomini. Quel che sarà qui chiesto nella preghiera sarà esaudito. Va’, perciò, sulla montagna e dedica la grotta al culto cristiano». Ma, poiché quella montagna misteriosa e quasi inaccessibile era stata luogo di culti pagani, il vescovo esitò prima di decidersi ad obbedire alle parole dell’Arcangelo.

La Battaglia e la seconda apparizione 
La seconda apparizione di San Michele, detta “della Vittoria”, viene tradizionalmente datata nell’anno 492. Gli studiosi, tuttavia, riferiscono l’episodio alla battaglia tra Bizantini e Longobardi del 662 – 663: i greci attaccarono il Santuario garganico, in difesa del quale accorse Grimoaldo I, duca di Benevento. « […] Ed ecco che la stessa notte, che precedeva il giorno della battaglia, apparve in visione al vescovo (Lorenzo Maiorano) san Michele, dice che le preghiere sono state esaudite, promette di essere presente e ammonisce di dare battaglia ai nemici all’ora quarta del giorno». (Apparitio) La battaglia, accompagnata da terremoti, folgori e saette, si concluse con il successo di Grimoaldo. La vittoria riportata fu de – scritta come voluta proprio da San Michele: essa sarebbe avvenuta l’8 maggio, divenuto in seguito il dies festus dell’Angelo sul Gargano. Inoltre, sancì ufficialmente il legame tra il culto dell’Angelo e il popolo longobardo.

La Dedicazione e la terza apparizione
La terza apparizione viene denominata anche “episodio della Dedicazione”. «Intanto i Sipontini rimanevano in dubbio su cosa fare del luogo e se si dovesse entrare nella chiesa e consacrarla». (Apparitio) Tuttavia, nell’anno 493, dopo la vittoria, il vescovo Maiorano decise di obbedire al Celeste Protettore e di consacrare al culto la Spelonca in segno di riconoscenza, confortato anche dal parere positivo espresso da papa Gelasio I. «Ma la notte, l’angelo del Signore, Michele, apparve al vescovo di Siponto in visione e disse: “Non è compito vostro consacrare la Basilica da me costruita. Io che l’ho fondata, io stesso l’ho consacrata. Ma voi entrate e frequentate pure questo luogo, posto sotto la mia protezione”». Allora il vescovo Lorenzo, insieme ad altri sette vescovi pugliesi, in processione con il popolo ed il clero Sipontino, si avviò verso il luogo sacro. Durante il cammino si verificò un prodigio: alcune aquile, con le loro ali spiegate, ripararono i vescovi dai raggi del sole. Giunti alla Grotta, vi trovarono eretto un rozzo altare, coperto di un pallio vermiglio e sormontato da una Croce. Inoltre, come racconta la leggenda, nella roccia trovarono impressa l’orma del piede di San Michele. Il santo Vescovo Maiorano vi offrì con immensa gioia il primo Divin Sacramento. Era il 29 settembre. La Grotta stessa, come unico luogo non consacrato da mani d’uomo, ha ricevuto nei secoli il titolo di “Celeste Basilica”.

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La quarta apparizione
Era l’anno 1656 ed in tutta l’Italia meridionale infi eriva una terribile pestilenza. L’Arcivescovo Alfonso Puccinelli, nonsan michele arco piazza trovando alcun ostacolo umano da contrapporre all’avanzata dell’epidemia, si rivolse all’Arcangelo Michele con preghiere e digiuni. Il Pastore pensò addirittura di forzare la volontà divina lasciando nelle mani della statua di San Michele una supplica scritta a nome di tutta la Città. Ed ecco, sul far dell’alba del 22 Settembre, mentre pregava in una stanza del palazzo vescovile di Monte Sant’Angelo, sentì come un terremoto e poi San Michele gli apparve in uno splendore abbagliante e gli ordinò di benedire i sassi della sua grotta scolpendo su di essi il segno della croce e le lettere M.A. (Michele Arcangelo). Chiunque avesse devotamente tenuto con sé quelle pietre sarebbe stato immune dalla peste. Il vescovo fece come gli era stato detto. Ben presto non solo la Città fu liberata dalla peste, secondo la promessa dell’Arcangelo, ma tutti coloro che tali pietre richiedevano, dovunque si trovassero. A perpetuo ricordo del prodigio e per eterna gratitudine, l’Arcivescovo fece innalzare un monumento a S. Michele nella piazza della Città, dove ancora oggi si trova, di fronte al balcone di quella stanza nella quale si vuole che avvenne l’apparizione, con la seguente iscrizione in latino: Al Principe degli Angeli Vincitore della Peste Patrono e Custode monumento di eterna gratitudine Alfonso Puccinelli 1656

APPARIZIONE ALLA SACRA DI SAN MICHELE
Giovanni detto Vincenzo, vescovo di Ravenna, il quale, sullo scorcio del X secolo, si racconta abbandonasse la sua carica per ritirarsi a pregare e vivere da eremita sul monte Caprasio, “delle capre”, che è l’altro guardiano, di fronte all’allora monte Porchiriano (dei porci), della Val di Susa. Secondo quanto narra la leggenda, Giovanni andava accatastando tronchi e pietre, in quanto aveva preso la decisione di costruire una chiesetta: ma al mattino non trovava né la legna né le pietre che aveva accumulato il giorno precedente. Decise, perciò, di restare sveglio: vide, così, che un gruppo di angeli, insieme ad alcune colombe, andava trasportando in volo quei materiali, accatastandoli sulla vetta del monte opposto mentre S Michele gli indicava il monte Porchiriano come il luogo sul quale – comprese finalmente – avrebbe dovuto erigere la chiesa: infatti, rimesse a posto le due piccole absidi già esistenti, ne aggiunse una terza, più spaziosa. Si narra ancora , nel “Chronicon Coenobii Sancti Michaelis de Clusa” (XI secolo) del monaco Guglielmo- la fonte più antica per la storia e le leggende del luogo- che, una volta concluso il suo lavoro, San Giovanni Vincenzo volle pregare il vescovo di Torino, Amizone, di procedere alla consacrazione solenne della chiesa: questi si mise in viaggio e, giunta la sera, si accinse a dormire ad Avigliana, dove nel cuore della notte venne risvegliato da grida di meraviglia e paura. V’era infatti un gran globo di luce sfavillante sul monte Porchiriano, e allorché Amizone, incalzato dagli eventi, entrò in chiesa, trovò che un altare era stato sollevato dagli angeli verso il monte sovrastante, donde il nome venne cambiato in Pirchiriano come di “Monte del fuoco del Signore” e il luogo SACRA di San Michele perche’ consacrata direttamente dal Signore.

APPARIZIONE A MONT SAINT MICHEL
Il Cristianesimo fece la sua comparsa in Armorica nei dintorni del IV secolo e un primo oratorio dedicato a Santo Stefano, il primo martire cristiano, sorse a mezza altezza del monte, a cui ne seguì un secondo in onore di San Sinforiano, primo martire dei Galli, ai piedi della roccia. Vegliavano sui luoghi degli eremiti, sotto la tutela del curato di Astériac (Beauvoir); il monaco irlandese San Colombano evangelizzatore d’Europa, attorno al 590 avrebbe pregato nell’oratorio di Santo Stefano nel cammino destinato a condurlo a Luxeuil ed infine a Bobbio. Secondo la leggenda l’arcangelo Michele apparve nel 709 al vescovo di Avranches, sant’Auberto, chiedendo che gli fosse costruita una chiesa sulla roccia. Il vescovo ignorò tuttavia per due volte la richiesta finché San Michele non gli bruciò il cranio con un foro rotondo provocato dal tocco del suo dito, lasciandolo tuttavia in vita. Il cranio di Sant’Auberto con il foro è conservato nella cattedrale di Avranches.

APPARIZIONE A ROMA
Nel mese di novembre 589, il Tevere, prodigiosamente gonfio a seguito di forti piogge, inondò la città, rovesciò edifici, causò la fame e gettò nella campagna numerosi cadaveri di enormi serpenti che infettarono l’aria. Fu la peste, una peste così orribile che nessuno voleva seppellire i morti. Il papa Gelasio ne fu una delle prime vittime. Il suo successore sulla cattedra di San Pietro, San Gregorio I, che a così giusto titolo fu soprannominato Gregorio Magno, non si accontentò di prendere mezzi naturali. Per porre fine a quella spaventosa calamità; egli implorò la clemenza di Dio, ed impegnò il suo popolo a pentirsi delle proprie colpe ed a fare penitenza. “Occorre, benamati fratelli, egli diceva, temere almeno i flagelli di Dio, quando li subiamo, poiché non abbiamo saputo prevenirli. Voi vedete che tutto il popolo è colpito dalla sua collera; la morte non aspetta la malattia e toglie il peccatore prima che egli pensi a fare penitenza. Considerate in quale stato egli compare davanti al Giudice terribile! Non è una parte degli abitanti che perisce, tutto cade contemporaneamente; le case restano vuote ed i padri vedono morire i loro figli! Richiamiamo dunque il ricordo delle nostre colpe ed espiamo tra le lacrime. Nessuno disperi per l’enormità dei suoi crimini: i Niniviti cancellarono i loro con una penitenza di tre giorni, ed il ladrone, nell’ora stessa della morte. Colui che ci avvisa di invocarlo dimostra bene che vuole perdonare a quelli che lo invocano”. San Gregorio ordinò delle preghiere pubbliche ed una processione solenne, per tre giorni consecutivi. Lui stesso, tenendo tra le mani l’immagine miracolosa della Madre di Dio, dipinta da San Luca, attraversò a piedi nudi, lentamente e piamente, tutta la città, dalla basilica di Santa Maria Maggiore a quella di San Pietro; quelli che lo seguivano portavano anch’essi abitini penitenza. In quel percorso, ottanta persone caddero fulminate dal terribile flagello. Al ritorno dall’ultima processione, come San Gregorio stava per passare il ponte del Tevere che collega la città al quartiere del Vaticano, cori angelici cantarono nell’aria queste parole: Regina caeli, laetare, alleluia ! Quia quem meruisti portare, alleluia ! Resurrexit sicut dixit, alleluia ! Regina del cielo, rallegrati, alleluia ! Perché quello che meritaste di portare, alleluia ! E’ risuscitato come ha detto, alleluia ! Nello stesso tempo, San Michele apparve, circondato da una eclatante luce, sulla cima del mausoleo di Adriano. L’Arcangelo ripose una spada scintillante nel suo fodero, per annunciare che il corruccio celeste era calmato dalle suppliche, e che Roma stava per essere liberata dall’orribile epidemia. In effetti, da quel momento la peste non fece più nessuna vittima. Questa apparizione dell’Arcangelo colmò il cuore del pontefice e del suo popolo d’un santo rispetto e di una pia riconoscenza. Cadendo in ginocchio, ed alzando gli occhi al cielo, San Gregorio ispirato gridò: Prega per noi Iddio alleluia ! Pregate per noi, alleluia ! ripeté la folla con tanto fervore quanto con entusiasmo. La processione finì con un cantico di azioni di grazie. In memoria di quel prodigio, il papa Bonifacio VIII, successore di San Gregorio Magno, eresse una cappella dedicata a San Michele, sulla sommità del mausoleo. Più tardi vi si pose una statua in marmo bianco rappresentante l’Arcangelo nell’atteggiamento in cui lo aveva veduto San Gregorio. Nel secolo scorso, Benedetto XIV sostituì alla statua in marmo quella in bronzo dorato che domina oggi il castello Sant’Angelo.

APPARIZIONE SUL MONTE FAITO
Sul Monte Aureo o sant’Angelo a Tre Pizzi (provincia di Napoli, attuale monte Faito) nel sec. VI ci fu l’apparizione di san Michele Arcangelo ai santi Catello, vescovo di Stabia (ora Castellammare di Stabia) e a Sant’Antonino Abate (il patrono di Sorrento). L’arcangelo chiese loro di costruire sul monte Aureo (poi Sant’Angelo) un Santuario. Il santuario, andato distrutto per l’ingiuria del tempo e degli uomini, agli inizi del sec. XX è stato ricostruito sulla vetta detta monte Cercasole sul Faito.

APPARIZIONE A GALGANO – MONTESIEPI (Chiusdino)
“Si racconta che nel XII secolo Un nobile cavaliere appartenente alla famiglia Guidotti di nome Galgano, dopo un’apparizione di S. Michele Arcangelo, abbandonò le gioie terrene e, per confermare il suo proposito scagliò contro una roccia la sua spada, che miracolosamente vi rimase incastrata. Questo fatto accadde sul Montesiepi presso Chiusdino nella Maremma Toscana. Il giovane in seguito a quanto accadutogli diventò Santo, ovvero San Galgano e visse come eremita fino alla morte.” “Attorno la spada nella roccia fu eretta una Chiesa a forma circolare chiamata ” la rotonda “nella quale, ancora oggi si può vedere il blocco di pietra nella quale è conficcata la spada.
“la spada nella roccia” rimane sempre un enigma per la ragione umana.
Da notare come nel mito di re Artù esista la figura di Galvano il primo cavaliere una assonanza che associata alla “rotonda” sembra essere molto di più di una coincidenza …….. “

APPARIZIONE A LICATA
Il glorioso Principe degli Angeli appariva in Sicilia (1624) a Licata, per esaudire le preghiere di un umile religioso dell’ordine di San Francesco d’Assisi. Nel monastero di Licata, fra Francesco copriva la carica di infermiere. Dolce, fervente, osservante della regola, egli curava i suoi ammalati con devozione e carità. Una sera, verso le dieci, nel mentre recitava nel coro la sue abituali preghiere, si ricordò di aver dimenticato di far riempire un modulo del medico, rimedio urgente per un religioso molto malato. Che fare ? E’ notte, le porte del monastero sono chiuse, e le chiavi sono presso il padre priore. “Dio mio, inviatemi qualche aiuto !” gridò fra Francesco. Subito, gli viene alla mente di confidarsi a San Michele, titolare del santuario, e che egli ha scelto per suo speciale protettore. Sale in infermeria, prende l’ordinazione ed un bicchiere, ridiscende nella cappella e, con completa fiducia, pone sull’altare il bicchiere e l’ordinazione. “San Michele, egli dice, io non posso nulla, tocca dunque fare tutto a voi ! in mezz’ora ritornerò, e, in questo bicchiere, occorre che io trovi il rimedio che ha comandato il medico”. Meraviglia! In capo a mezz’ora, il rimedio è nel bicchiere. Fra Francesco, trasportato dalla gioia alla vista di quel miracolo, rende grazie a San Michele, poi si accosta al malato, che, alla prima goccia della pozione, si ritrovò guarito. L’indomani mattina, all’aurora, due uomini battevano alla porta del monastero: erano il medico ed il farmacista. – Sono molto inquieto, disse il medico al priore, dello stato critico del mio ammalato, e vengo ad informarmi se il rimedio che gli ho ordinato gli ha procurato qualche giovamento. – Padre aggiunse il farmacista, io non ho potuto dormire tutta la notte, a causa della visita così straordinaria, così misteriosa, del vostro messaggero. Chi è quello straniero? – Che volete dire, rispose il priore. Non vi è nessun estraneo nel monastero, ed io non ho incaricato nessuno, ieri sera, di andare in farmacia. – Ciò nonostante, ieri sera, verso le dieci, continuò il farmacista, un giovane di una bellezza straordinaria venne a chiedermi, a nome vostro, un rimedio urgente che il medico aveva prescritto. Egli era rivestito di una bianca armatura e di un elmo ornato da un bel pennacchio. Sul suo petto brillava un sole. Portava un mantello broccato d’oro; la sua tunica era mirabilmente broccata, e la sua sciarpa era in se stessa un tesoro. Ovunque scintillavano pietre preziose, messe con ordine perfetto sulla sua cintura, i suoi bracciali, il suo elmo e la sua corazza.

Infine, il suo splendore era tale che i miei occhi abbagliati rifiutavano di guardarlo, e la mia venerazione è stata così grande che non ho avuto il coraggio di chiedere il suo nome. Per carità, Padre, ditemi chi è quel giovane ? – Vi assicuro, replicò il priore, che non ne so nulla, nessuno è venuto a chiedermi le chiavi, e non si è visto nel monastero il giovane di cui parlate. Chiamiamo il frate infermiere e vediamo se può dirci qualcosa. Francesco giunge, ma alla domanda del padre priore, si china, con le mani giunte e arrossendo, sena pronunciare una parola. Molto meravigliato, il priore gli comanda di dire tutto quello che sapeva. Allora, per la gloria di Dio e del suo celeste protettore, fra Francesco narrò tutto quello che gli era capitato, la vigilia, aggiungendo che Dio solo sapeva chi gli aveva portato il rimedio. – Lo so anch’io ora, interruppe vivacemente il farmacista, è San Michele stesso, è lui che è venuto chiedermelo. Si andò a vedere il religioso ammalato, e lo si trovò in perfetta salute. – Alzatevi, padre, gli disse il medico, San Michele vi ha guarito; ringraziatelo per la sua potente e celeste protezione. Il religioso si alzò immediatamente, apprese tutti i dettagli dell’apparizione del glorioso Arcangelo, ed andò tutto gioioso a celebrare la santa messa all’altare di San Michele, in azioni di grazie per la sua guarigione. A seguito di questo eclatante miracolo, la devozione di fra Francesco verso San Michele divenne ancor più fervente, e molti ammalati di Licata si recarono in chiesa dai cappuccini. Fra Francesco li conduceva nella cappella di San Michele e, imbevendo un po’ di cotone nell’olio che bruciava davanti all’Arcangelo, li toccava con fede ardente, ed essi si ritrovavano guariti. Così la devozione verso San Michele e la fiducia nella sua protezione si accrebbero di giorno in giorno.

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APPARIZIONE A MONTE GAURO PRESSO CASTELLAMMARE
Sul monte Gauro, detto anche S. Angelo, posto tra le città di Castellammare di Stabia e Vico Equen­se, S. Michele comparve a S. Catello, Vescovo allora di Stabia e a S. Antonino Abate che si erano colà ritirati per godere un po’ di quella quiete, che porta con sé la solitudine; ed approvando la loro ri­soluzione li esortò ad edificare in suo onore una Chiesa nel luogo dove avrebbero veduto una fiac­cola ardente. Il che fu tosto eseguito da quelle san­te persone, in modo che fosse loro permesso di ri­tirarvisi dentro per attendere con più fervore agli esercizi spirituali intrapresi. Ma essendo stato il Vescovo Catello da alcuni nemici fortemente per­seguitato sino a farlo andane in carcere a Roma, non lasciò S. Michele di fare che sì il Sommo Pontefice, persuaso della sua innocenza, non solo lo lasciasse andare libero nella sua Chiesa, ma gli donasse anche una statua di marmo di S. Michele con alcune colonne pur di marmo, acciocché potes­se adornare con più magnificenza la rozza Chie­sa incominciata in onore del suo liberatore; il che egli fece nel ritorno, ed è quella che contro le ingiu­rie del tempo sino ai giorni nostri ancora si vede. In questa i divoti di S. Michele -Arcangelo di tutti quei contorni sogliono celebrarvi la festa il di primo di Agosto.

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APPARIZIONE A MARCIANO IMPERATORE
Meravigliosa l’apparizione di S. Michele a Marciano Imperatore, il quale si era dedicato ad onorare l’Arcangelo nel Tempio di Conas. In tutte le sue infermità Marciano non si serviva d’altra medicina che del patrocinio di S. Michele, perché ricorrere a quello, subito risanava. Ma per mostrare maggiormente il Signore il gran potere dato al suo santo Arcangelo permise che una volta Marciano si ammalasse molto gravemente; anche allora l’Imperatore ricusò ogni medicina che gli veniva suggerita, e volle solo che non fosse allontanato da quel venerabile Santuario. Pareva ciò ad un medico temerità, ed ordinò che ancorché l’Imperatore fosse contrario, gli si applicassero fomenti da lui ordinati. La notte, rapito in estasi, Marciano vide che si aprivano le porte della Chiesa, e che S. Michele sopra di un bel destriero calava dal cielo, e smontò sopra un pilastro che era in quella Chiesa accompagnato da Angeli e riempiendo tutta l’aria di soavissima fragranza, giunse dove stava l’infermo Marciano. Dato uno sguardo a quei medicamenti che erano stati ordinati dal medico, domandò cosa fossero quelle cose. Rispose Marciano la verità: e S. Michele rivoltosi a due Angeli che gli stavano a lato, ingiunse loro di colpire quel medico, e di togliere i medicamenti; indi toccando con un dito l’olio di una lampada che ardeva avanti alla sua immagine, fece con quello il segno della Croce in fronte a Marciano e scomparve. La mattina Marciano raccontò ciò che aveva veduto ad un Sacerdote, il quale notando sulla fronte di Marciano la forma della Croce che il S. Arcangelo gli aveva fatto, e non trovando i medicamenti ordinati dal medico nella, notte precedente volle recarsi dal medico stesso. Arrivato alla sua casa udì pianti ed urla, perché il me­dico stava morendo con la bocca piena di pustole. Dopo che fu udita la relazione del Sacerdote, il medico fu portato sullo stesso letto alla Chiesa di S. Michele. A tale strepito tornò in sé Marciano, e si trovò totalmente guarito, e levandosi tutto contenta si recò dal medico, che stava chiedendo aiuto a S. Michele. Gli unse la fronte con l’olio della lampada della sua Immagine, e di subito cessò il dolore, svanirono le pustole, restando in perfetta sanità. D’allora in poi divenne così divoto a S. Michele, che per gratitudine si dedicò a servire Dio ed il S. Arcangelo nel tempio, finché visse.

APPARIZIONE A S. EUDOCIA
La potenza di S. Michele Arcangelo risplendette nella conversione di S. Eudocia, la quale, da grande peccatrice, diventò una martire di Gesù Cristo, sotto il Regno dell’Imperatore Traiano. Originaria della Samaria, essa venne ad abitare in Eliopoli non ad altro fine, che per vivere con maggiore libertà nelle sue dissolutezze. Convertita quivi per opera del Mo­naco S. Germano, e distribuite ai poveri le grandi ricchezze, acquistate con la sua turpe vita, diede la libertà ai suoi schiavi e prima di ricevere il batte­simo trascorse sette giorni in una camera digiunan­do e pregando senza vedere alcuno come le aveva ordinato il S. Monaco. Essendo venuto questi a tro­varla, essa appena lo vide, subito gli disse: « Ringra­ziate Dio, mio Padre, delle grazie che si è compiaciuto di fare a me, benchè io ne sia indegna. Ho passato sei giorni nel mio ritiro a piangere i miei peccati, e a compiere con esattezza tutti i divoti esercizi che mi avete prescritti. Nel settimo giorno, essendo pro­strata con la faccia a terra, mi son veduta ad un tratto circondata da una gran luce che mi abba­gliava. Ho veduto nello stesso tempo un giovane vestito di bianco dall’aria serena, che prendendomi per la mano mi ha innalzata fino al cielo, dove mi parve di vedere una folla di persone vestite come lui, e mostrando grande gioia nel vedermi, si ral­legrarono con me, perchè un giorno avrei avuta parte alla medesima gloria. Mentre ero in questa visione, vidi un mostro orribile, il quale si lagnava, con Dio per mezzo di urli orrendi, perchè gli ve­niva rapita una preda, che per tanti titoli era sua. Allora una voce venuta dal cielo lo mise in fuga, dicendo che piace alla bontà infinita di Dio di aver pietà dei peccatori che fanno penitenza; e la stessa voce facendomi sperare una particolare protezione nel rimanente di mia vita, ha ordinato al mio Con­dottiero, che ho inteso essere l’Arcangelo S. Michele, di farmi ritornare nel luogo nel quale io sono». E di fatti questa nuova Samaritana fu così validamente protetta da S. Michele, che dopo una vita penitente e santa, accompagnata da tanti miracoli e stupende conversioni, potè morire martire il 1° marzo del­l’anno 114

a cura della Redazione Papaboys




Continua domani sera con la seconda parte …

 

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3 COMMENTI

  1. buona serata a tutti
    vi raccomando di non dimenticare l’apparizione a Caltanissetta di cui San Michele è Patrono

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