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lavoro: mai più precari

lavoro: mai più precariLa definisce una «giornata storica». Provano a chiedergli della Merkel, delle devastazioni dei tifosi del Feyenoord, del rinvio del decreto fiscale. Lui declina cortese, un po’ stupito. Perché la notizia è un’altra, oggi. È che «per la prima volta c’è una generazione che vede riconosciuto il proprio diritto ad avere delle tutele maggiori, una battaglia al precariato e non ai precari», rivendica Matteo Renzi nella conferenza stampa al termine di un lungo Consiglio dei ministri, «durato 4 ore mezza», ricorda. «Parole come mutuo, diritti e garanzie entrano nel vocabolario di una generazione che ne era stata esclusa», aggiunge il premier – con al fianco i ministri proponenti Giuliano Poletti al Lavoro e Federica Guidi allo Sviluppo economico – annunciando il via libera ai decreti legislativi che entreranno in vigore il primo marzo, relativi al contratto a tutele crescenti e ai nuovi ammortizzatori sociali, e il disegno di legge sulla concorrenza. 

«Una sforbiciata», la chiama Renzi. Così a un anno dal varo del suo governo, può festeggiare un traguardo- simbolo. Persino oltre le aspettative, confessa. «E dire che sono un ottimista…». Gli chiedono dei licenziamenti collettivi che restano immutati. «Superiamo l’articolo 18 e i Co.co.co». Anche se poi spiega che saranno soprattutto i co.co.pro, i lavoratori a progetto, a beneficiarne. «Ma oggi più che di licenziamenti collettivi parliamo di assunzioni», rivendica. Il primo effetto, il più evidente, «è che almeno 200mila persone passeranno dai contratti a progetto al tempo indeterminato ». Tanti ma non tutti, quindi, come lui stesso spiega. La giornata era iniziata immancabilmente con un tweet, di prima mattina, in cui il rottamatore annunciava che, con il Jobs Act, «rottama co.co.co. e co.co.pro. vari e scrosta le rendite di posizione dei soliti noti». Renzi va avanti come un treno, senza dar seguito alle richieste dei sindacati, ma nemmeno a quelle delle commissioni, come gli consentiva la formula del decreto legislativo. Un Consiglio dei ministri che viene descritto fra i più operativi dell’era renziana che produce alla fine non solo i provvedimenti su lavoro, ma anche sulle liberalizzazioni e le partite delicate di farmacie e assicurazioni. E ancora, nuove norme sulla maternità. Certo, nel Jobs Act, «i licenziamenti collettivi rimangono con lo stesso dettato con cui sono usciti dal Cdm», ma Renzi preferisce guardare, non tanto ai licenziamenti quanto «alle assunzioni collettive previste dai decreti attuativi». Che intervengono su una casistica, sottolinea Poletti, che riguarda l’85 per cento dei lavori attuali dei giovani, collaboratori coordinati. Si aggiungano gli sgravi sull’Irap per chi fa assunzioni per tre anni, la modifica del sistema di tutele crescenti del contratto a tempo indeterminato. E il messaggio che l’esecutivo invia è agli imprenditori: «Ora o mai più» per le assunzioni, «gli alibi sono finiti». 

Rinviato il decreto fiscale ma solo «di 15 giorni» ed essenzialmente per l’assenza del ministro Padoan, assicura, impegnato nell’Eurogruppo sulla Grecia – l’altra partita del Cdm ha riguardato le liberalizzazioni, la concorrenza. In linguaggio renziano, «l’Italia semplice». Un disegno di legge, che dunque avrà il suo corso parlamentare, per «attaccare alcune rendite di posizione». Un’altra sforbiciata per ridurre il gap «tra chi gode di una rendita e chi non ce l’ha», spiega.

«Sintesi migliore non poteva esserci», era la riflessione che il premier consegnava a sera ai suoi, a consuntivo di questa giornata di ‘compleanno’ al governo. «Orgoglio di squadra e spinta sulle riforme ». Una battuta che parla anche di un ritrovato asse, dopo le frizioni, con gli alleati del Ncd.

A cura di Redazione Papaboys fonte: Avvenire

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