L’aborto ‘fai da te’

Siamo di nuovo di fronte al tentativo di arrivare  anche in Italia all’aborto “fai da te”. Il consiglio sanitario della Toscana -commenta l’onorevole Eugenia Roccella-,  organo tecnico consultivo dell’assessorato alla salute, ha dato parere favorevole all’uso della pillola abortiva RU486 nei consultori o negli ambulatori, escludendo un ricovero ospedaliero. E’ un atto di grave superficialità, che denota un approccio ideologico al tema e una grande indifferenza per la salute delle donne. Ricordiamo che è stata l’AIFA, al momento dell’immissione al commercio della pillola abortiva, a stabilire la necessità del ricovero in una struttura sanitaria, necessità ribadita da successive linee di indirizzo ministeriali; ricordiamo che Aifa e ministero si sono basati su tre distinti pareri del Consiglio Superiore di Sanità; ricordiamo le 27 donne morte a seguito di aborto chimico, e ricordiamo che una delle complicanze, anche causa di morte, è l’emorragia. Ricordiamo che una delle donne morte era una sedicenne colpita da emorragia improvvisa sotto la doccia, che non ha fatto neppure in tempo a chiedere aiuto al telefono: proprio per questi rischi l’aborto chimico va sempre effettuato in regime di ricovero e stretta sorveglianza medica. La volontà di portare l’aborto chimico al di fuori delle strutture ospedaliere può avere solo un senso politico: la volontà di arrivare all’aborto a domicilio superando la legge 194. Ho depositato un’interpellanza in merito per avere chiarimenti dalla regione, dall’AIFA e dal ministero.

Il Dr. Bernard Nathanson (1926-2011), famoso ginecologo di New York, può essere considerato tra i padri della legge, del 1973, che liberalizzò l’aborto negli Stati Uniti. Poco tempo dopo, applicando le tecniche ecografiche durante un intervento, rimase profondamente sconvolto dall’orrenda realtà dell’aborto. Da allora, Nathanson non ha mai più praticato aborti ed è divenuto un testimone della battaglia in favore della vita. La registrazione di quell’ecografia è divenuta un filmato che ha fatto il giro del mondo con il titolo Il grido silenzioso (argomento e immagini contenute sono inadatte ad un pubblico immaturo o impressionabile). Nella sua autobiografia, The Hand of God («La mano di Dio»), ha raccontato il proprio percorso dalla morte alla vita. Nel testo che segue, del 1983, il dott. Nathanson spiega le tecniche di propaganda utilizzate dal movimento abortista pro choice (per la «libertà di scelta» di abortisti) per influenzare l’opinione pubblica americana, in maggioranza contraria alla legalizzazione. Le impressionanti similitudini con gli avvenimenti italiani che condussero all’approvazione della legge 194 del 22 maggio 1980, con gli slogan tornati di moda nell’attuale polemica «in difesa della legge» e con le campagne in atto in diversi Paesi sudamericani, rendono evidente che i movimenti abortisti agiscono in base a strategie concertate e organizzate su scala internazionale per imporre la liberalizzazione dell’aborto, indipendentemente da luoghi, tempi e condizioni concrete di vita delle donne. È importante capire le strategie messe in atto perché esse sono state utilizzate, con piccole varianti, in tutto il mondo occidentale al fine di cambiare le leggi contro l’aborto.

La prima strategia fu conquistare i mass media. Cominciammo convincendo i mass media che quella per la liberalizzazione dell’aborto era una battaglia liberale, progressista ed intellettualmente raffinata. Sapendo che se fosse stato fatto un vero sondaggio ne saremmo usciti sonoramente sconfitti, semplicemente inventammo i risultati di falsi sondaggi. Annunciammo ai media che dai nostri sondaggi risultava che il 60% degli americani era favorevole alla liberalizzazione dell’aborto. Questa è la tecnica della bugia che si auto-realizza: poche persone, infatti, desiderano stare dalla parte della minoranza. Raccogliemmo ulteriori simpatie verso il nostro programma inventando il numero degli aborti illegali praticati ogni anno negli Stati Uniti. La cifra reale era di circa 100.000, ma il numero che più volte ripetemmo attraverso i media era di 1.000.000.Ripetendo continuamente enormi menzogne si finisce per convincere il pubblico. Il numero delle donne morte per le conseguenze di aborti illegali si aggirava su 200-250 ogni anno. La cifra che costantemente indicammo ai media era di 10.000. Questi falsi numeri penetrarono nelle coscienze degli americani, convincendo molti che era necessario eliminare la legge che proibiva l’aborto. Un’altra favola che facemmo credere al pubblico attraverso i media era che la legalizzazione avrebbe significato soltanto che quegli aborti, allora eseguiti illegalmente, sarebbero divenuti legali. In realtà, ovviamente, l’aborto è divenuto ora il principale metodo di controllo delle nascite negli Stati Uniti e il loro numero annuale è aumentato del 1.500% dalla legalizzazione.

La seconda strategia fu giocare la «carta cattolica». Sbeffeggiammo sistematicamente la Chiesa cattolica e le sue «idee socialmente arretrate» e scegliemmo la Gerarchia cattolica come colpevole dell’opposizione contro l’aborto. Questo argomento fu ripetuto all’infinito. Diffondemmo ai media bugie del tipo «tutti sappiamo che l’opposizione all’aborto viene dalla Gerarchia e non dalla maggioranza dei cattolici» e «i sondaggi dimostrano ripetutamente che la maggior parte dei cattolici vuole la riforma della legge sull’aborto». I media bersagliarono insistentemente il pubblico americano con queste informazioni, persuadendolo che qualsiasi opposizione alla liberalizzazione dell’aborto doveva essere sotto l’influenza della Gerarchia ecclesiastica e che i cattolici favorevoli all’aborto erano illuminati e lungimiranti. Da questa affermazione propagandistica si deduceva che non esistessero gruppi antiabortisti non cattolici; il fatto che altre religioni cristiane e non cristiane fossero (e ancora sono) unanimemente antiabortiste era costantemente sottaciuto, allo stesso modo delle opinioni pro-life espresse da atei.

La terza strategia fu la denigrazione e la soppressione di tutte le prove scientifiche del fatto che la vita ha inizio dal concepimento. Spesso mi viene chiesto che cosa mi abbia fatto cambiare idea. Come, da esponente abortista di punta, mi sono trasformato in un difensore pro-life? Nel 1973, sono diventato direttore di Ostetricia in un grande ospedale di New York City e ho fondato l’unità di indagine prenatale, proprio quando stava prendendo il via una nuova grande tecnologia che oggi usiamo quotidianamente per studiare il feto nell’utero. Una delle principali tattiche pro-aborto è insistere sull’impossibilità di definire quando la vita abbia inizio, e che questa sia una domanda di carattere teologico o morale o filosofico, ma non scientifico. La fetologia ha reso innegabilmente evidente che la vita inizia dal concepimento e che richiede tutta la protezione e la salvaguardia che ognuno di noi desidera per sé stesso. È chiaro che la liberalizzazione dell’aborto è la deliberata distruzione di quella che indiscutibilmente è una vita umana. È un inaccettabile atto di violenza mortale. Si può comprendere che una gravidanza non pianificata sia uno straziante dilemma, ma cercare la soluzione in un deliberato atto di distruzione significa buttare via l’infinita ricchezza dell’ingegno umano e sottomettere il bene pubblico alla classica risposta utilitaristica ai problemi sociali. Come scienziato so – non «credo», ma «so» – che la vita ha inizio con il concepimento. Benché io non sia praticante, credo con tutto il cuore alla sacralità dell’esistenza che ci impone di fermare in modo definitivo ed irrevocabile questo triste e vergognoso crimine contro l’umanità.

Non sapevamo che il governatore della Toscana Enrico Rossi fosse un’autorità scientifica in materia di aborto farmacologico e conoscesse in maniera esauriente la letteratura scientifica sulla Ru486, compresi il tasso di mortalità, gli effetti collaterali e gli eventi avversi, tanto da stabilire con sicurezza che la pillola possa essere erogata a livello ambulatoriale, senza ricovero. L’onorevole Roccella e Maurizio Sacconi, hanno presentato alla Camera un interpellanza urgente al Presidente del Consiglio sulla pratica dell’utero in affitto. Vedremo quali saranno le priorità.  di Ornella Felici

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