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LA REPOSIZIONE E IL COVID-19 / La pandemia ci ha tolto anche questo!

Tutto doveva essere perfetto: la sera del mercoledì santo, quasi sempre fino a notte fonda, era dedicata a questo. Ore di lavoro. E si spezzavano le schiene a cucire a mano l’orlo di metri e metri di raso bianco, lungo il pavimento della Sacrestia, perché nessun altro luogo  era tanto ampio da contenerli, e si bucavano le dita. Non eravamo nemmeno così abili a recidere a misura i fiori per le composizioni, prima che diventasse l’appuntamento,  per anni, a cui nessuno avrebbe rinunciato.
LA REPOSIZIONE E IL COVID-19
E si saliva su scale improbabili, neanche tanto sicure, così in alto da apprezzare le volte come da terra non sarebbe stato possibile. Si cercavano idee, segni, dettagli perché ognuno andasse dritto al cuore e facesse il giusto contorno.  Lì sarebbe stato deposto il Signore, vivo e presente, al termine della Celebrazione In Coena Domini, al canto del Tantum Ergo, con superlativa solennità. E lì lo avremmo adorato nella notte tra il Giovedì e il Venerdì Santo… La gioia di queste ore è sempre stata incontenibile, anche quando il tempo palesava evidentemente che non eravamo più ragazzi e forse la fatica si faceva un po’ più minacciosa… ma nulla ci avrebbe fermato. Realizzare che le proprie mani preparassero il posto per Gesù, non permetteva ad alcun eventuale impedimento di manifestarsi, né ad alcunché di limitare. Ogni fiamma che si sarebbe accesa dando volto quasi umano a quelle candele, avrebbe raccontato d noi, del nostro essere Cenacolo, del nostro Ut Unum Sint.
I primi tempi, una certa azione romantica determinava molto il bello, lo spettacolare cui avrebbero concorso manualità e creatività. Poi, crescendo nel percorso, il Signore si faceva posto nella vita di ognuno di noi e di noi tutti insieme, con quella discrezione che solo a Lui appartiene, diventando l’unica ragione. E il bello da realizzare per la Reposizione veniva da sé.
LA REPOSIZIONE E IL COVID-19
Fino al venerdì santo, la cappella diventava un po’ il nostro rifugio: chiunque trovasse un attimo, nel consueto strafare di ogni Triduo, trovava lì il petto di Gesù su cui poggiare il capo… “Sono forse io, Signore?”…
Era questione d’amore, perché lì c’era Gesù, l’infinito dell’amore, la perfezione dell’amore, l’ineffabile dell’amore. Ed era lì, più che in ogni altro luogo che sentivamo scendere a terra, quasi senza comprendere, spinte solo da quell’amore così presente, le ginocchia della Comunità, forse come in nessun’altra circostanza dell’anno pastorale.
La pandemia ci ha tolto anche questo e, sull’indiscusso rispetto delle regole, scende, silenziosa una lacrima: eppure il ricordo è così tangibile e la percezione della nostalgia così limpida da mostrare al cuore il volto di Dio: “Fidati di me. Adesso.”…
ARTICOLO DI LOREDANA CORRAO

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