La memoria fa battere il cuore

Per mantenere sempre viva la chiamata e non scadere nel torpore è importante coltivare una buona memoria della propria storia vocazionale. Ritornare spesso al momento decisivo della nostra scelta: rispolverare i ricordi di quel periodo, le parole, i gesti, i brani biblici preferiti… L’oggi lo viviamo bene se facciamo tesoro del tempo trascorso che ci ha portati ad essere qui. Cristiani “memoriosi” dunque che fanno sempre riferimento a tutto ciò che Dio ha operato nella loro vita, non uomini di routine che sono ingabbiati nel presente memori di un nostalgico passato. Se la memoria è grata il presente lo vivremo con maggiore audacia e convinzione. Ogni vocazione nella scoperta delle sue motivazioni di fondo non può non tornare alle origini, soprattutto nei momenti bui o di prova ci farà tanto bene ricordare le date fondamentali del nostro percorso vocazionale, i momenti più particolari nei quali abbiamo sperimentato la potenze azione di Dio e non la nostra bravura. Ma se ci accade di diventare smemorati allora la vocazione pian piano si riduce ad un nostro fare togliendo da mezzo Dio. Il chiamato deve sempre ricordarsi da dove viene, da dove Dio lo ha scelto, cosa Dio ha operato nella sua vita: la stessa etimologia del verbo ci aiuta a capire: ri-COR-dare cioè  ritornare al cuore. Tutto ciò che accade nella nostra vita richiede questo esercizio della memoria cioè ricordarsi di Dio e mettere da parte noi stessi. Ricordare è ricondurre tutto al cuore: la vocazione è questione di cuore, la missione è questione di cuore, la prova è questione di cuore.

“Perciò, ecco, io la sedurrò, e la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore… Là mi risponderà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto” (Osea 2,16-17). di Roberto Oliva

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