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La giornalista coraggio uccisa nel Messico più violento

La frontiera sarà l’ultima tappa nel viaggio di papa Francesco in Messico. Ciudad Juárez diventa luogo simbolo dei 3.140 chilometri di confine tra Messico e Stati Uniti, la barriera dove il sogno americano di migliaia di migranti latinos spesso va a infrangersi.

[IN_ROMANO - 24] CREDERE/SERVIZI/PAGINE ... 7 - 14/02/16

Con una sua specificità: per un mortale intreccio tra gli interessi dei narcotrafficanti e quelli delle industrie straniere, che qui hanno costruito le loro fabbriche di assemblaggio (maquiladoras) sfruttando manodopera femminile, la città è diventata capitale mondiale del femminicidio, perché a Ciudad Juárez migliaia di donne, dagli inizi degli anni ’90, sono scomparse o morte violentemente.

UNA DONNA DI FRONTIERA
Ed è la memoria di una donna di frontiera che questo viaggio del Papa richiama. María Elizabeth Macías Castro aveva 39 anni e faceva la giornalista. Era nata a Nuevo Laredo, a circa mille chilometri da Ciudad Juárez. Marisol, così la chiamavano tutti, divideva la giornata tra i due figli piccoli, la Primera Hora, dove era caporedattrice, e la Casa del migrante dei padri Scalabriniani. «All’inizio era molto scettica nei confronti dei migranti», ricorda Andrea Cantaluppi. Volontario laico, 69 anni, un passato da sindacalista nella Cgil, nei lunghi periodi di missione in Messico aveva imparato ad apprezzare questa donna «timida, dallo sguardo basso, immagine della dolcezza».
Un angelo dal coraggio di un leone: senza gambe a causa di un incidente in auto, Marisol faceva la spola tra il giornale e il centro di prima accoglienza, dedicando lunghe ore ai colloqui con i migranti. «Era bravissima: lo capivi guardando le persone che accoglieva. Arrivavano stravolti e quando andavano via, anche se avevano gli stessi problemi, erano rasserenati», ricorda Andrea. Piano piano la conoscenza degli Scalabriniani, che come carisma hanno appunto l’accoglienza dello straniero, l’aveva portata a sposare la causa dei migranti, a pronunciare il mandato missionario di laica scalabriniana, a lavorare senza sosta, pronta a trasportare sulla sua jeep gruppi di ospiti del centro in diverse manifestazioni. «Come la Messa celebrata lungo la scarpata della frontiera, sul Rio Bravo, dove abbiamo messo centinaia di croci bianche con i nomi dei morti e quelle sin nombre per gli scomparsi anonimi. O la celebrazione fatta lungo la barriera di filo spinato, tra Messico e Texas, con i sacerdoti che passavano le ostie tra le maglie della rete», ricorda Andrea.

LA FUGA VERSO GLI USA
Il migrante che arriva a Nuevo Laredo è solo a metà di un percorso a ostacoli. Dopo anche 20 giorni di cammino a piedi, dai Paesi del Centro e del Sud America, è «impaurito, in fuga dai narcotrafficanti, dalla polizia, dagli uomini della tratta». Gli Scalabriniani sono un po’ come un imbuto, che raccoglie tutti coloro che decidono di passare la frontiera. «Dalla casa si vedono le luci di Laredo, in Texas, separata dal Rio Bravo, siamo a meno di 500 metri». I volontari offrono una sedia e un bicchiere d’acqua. Quindi un paio di pasti, una doccia, un letto e un cambio di abiti puliti, un colloquio informativo per organizzare meglio il futuro, e dopo qualche giorno inizia la seconda parte del viaggio. «Provano a passare la frontiera: se superano le pallottole, i cani, i droni, la barriera elettrica, se riescono ad attraversare il deserto sopravvivendo agli scorpioni e al caldo, se evitano i ranch, dove rischiano di essere risucchiati nei giri della tratta di essere umani… a quel punto possono cominciare a respirare», spiega Andrea.
Nuevo Laredo, così come Ciudad Juárez, «è canale di passaggio per buona parte della droga che dal Messico va negli Usa e per le armi che dagli Stati Uniti arrivano al narcotraffico». Sui quattro ponti che collegano le due sponde del Rio Bravo corrono treni, tir, auto, pedoni. E con loro armi, droga ed esseri umani.

L’IMPEGNO DI DENUNCIA
Di questi traffici e della corruzione Marisol, con un amico, scriveva in un blog anonimo, firmandosi La nena di Nuevo Laredo. «Io e padre Francisco Pellizzari, che a quel tempo guidava il centro, non sapevamo nulla di questa attività di denuncia, né Marisol ci aveva manifestato timori». La sera del 22 settembre 2011, però, in una telefonata con padre Francisco, che nel frattempo era stato trasferito a Città del Guatemala, aveva detto: «Voy a buscar balas» (vado a prendere pallottole). Dopo due giorni il suo corpo è stato ritrovato in una rotonda della città, accanto al monumento dedicato a Cristoforo Colombo. Decapitata, la testa sulla colonna del monumento e, sotto, il corpo denudato. Sul petto una tastiera di computer e sul ventre il cartello: «Questo succede ai mezzi di comunicazione che si mettono contro di noi».
Dopo un anno anche il suo collega giornalista è stato ucciso. Per la gente del posto se l’è cercata, ma il suo ricordo è vivo tra chi l’ha conosciuta. «Il suo cammino è diventato un punto di riferimento per gli altri», dice Matteo Luison, seminarista scalabriniano.

A ROMA, NEL NOME DI MARISOL
Il nome di Marisol è arrivato fino a Roma. Nella casa scalabriniana inaugurata a ottobre sulla via Casilina, uno degli appartamenti per i 32 rifugiati è dedicato a lei. «Lavoriamo sull’integrazione, per la convivenza», spiega Emanuele Selleri, 32 anni, che con fratel Gioacchino coordina le attività. «L’ex seminario della congregazione è stato destinato ai rifugiati», dice. Gli ospiti seguono corsi di lingua e laboratori di avviamento al lavoro. La casa ha un grande refettorio e una cucina a disposizione degli ospiti, il salone degli incontri è come una finestra aperta sul quartiere. Il sabato, alle Messa delle 18, nella piccola cappella partecipano anche alcune persone del quartiere. Per i ragazzi musulmani della casa, invece, è a disposizione una piccola sala di preghiera, con Corano e tappeti. Anche questo è accoglienza.

Redazione Papaboys (Fonte www.credere.it/ Vittoria Prisciandaro)

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